Fuori dal palazzo, esponenti della diaspora afghana hanno esposto cartelli di protesta. Amnesty International, che li supportava, aveva preparato uno striscione giallo su cui giganteggiava la parola “shame”, in un altro cartellone, nero, si chiedeva di restare al fianco del popolo afghano e non dei talebani. Tutto questo accadeva una settimana fa, il 23 giugno scorso, quando, raccogliendo l’invito della Commissione Europea, una delegazione composta da 5 esponenti dell’Emirato islamico d’Afghanistan è stata ospitata a Bruxelles, per un incontro che qualcuno ha provato a definire tecnico. Almeno che si sappia è la prima volta, dopo la presa di Kabul che esponenti dei Talebani, il cui regime non è riconosciuto da nessuno degli Stati membri UE, svolgesse una visita comunque ufficiale in Europa. Per rispettare la forma l’incontro si è svolto in una sede non istituzionale ma è stato co-presieduto dai servizi della Commissione europea e da rappresentanti della Svezia, uno degli Stati che da tempo fa maggiori pressioni per tale obiettivo. E sono stati considerati “tecnici” anche i rappresentanti delle autorità afghane, in qualità di responsabili delle politiche di rimpatrio e riammissione, il cui portavoce, Abdul Qahar Balkhi è attualmente il Portavoce del ministero degli Affari Esteri.
Sottotraccia, ma da tempo, è in atto il tentativo di operare una distensione con il regime oscurantista con l’obiettivo dichiarato di chiudere una delle rotte migratorie più battute per chi vorrebbe entrare in Europa, cominciando a rimandare indietro chi è colpevole di reati. Nell’ottobre scorso i ministri dell’Interno di 20 Stati membri e di Paesi compresi nell’Area Schengen, avevano chiesto alla Commissione di coordinare gli sforzi per facilitare i rimpatri, partendo dal fatto che per i Paesi europei è la priorità il rimpatrio di chi è ritenuto una minaccia per la sicurezza nazionale e di chi ha commesso “reati gravi”. Si vuole insomma fare quanto già accade nei paesi confinanti. Secondo l’UNHCR, dal 13 al 20 giugno sono stati 8000 coloro che da Iran o Pakistan sono stati rimandati sotto il regime talebano, molti di loro, essendo solo nati da genitori afghani ma non avendoci mai messo piede, si ritroveranno, se va bene, ad essere stranieri in un Paese in cui non hanno legami. Ma incurante, l’Europa è andata avanti: già a gennaio, inviati della Commissione avevano aperto ufficialmente il dialogo su questo tema ed erano volati a Kabul. Con l’ipocrisia che è prassi nelle nostre istituzioni il 21 maggio il Parlamento Europeo aveva adottato, con 480 voti favorevoli, una risoluzione con cui si definiva “apartheid di genere” la situazione delle donne in Afghanistan, poi il 17 giugno, il Belgio aveva ricevuto le prime tre richieste di visto per l’estradizione. mentre un numero, tuttora in crescita di Ong aveva iniziato a chiedere, a gran voce all’Unione di non accettare alcun contatto con un regime non riconosciuto. Presso la Procura belga è stata poi presentata una denuncia con cui si chiedeva di procedere, contro l’annunciato arrivo della delegazione di un regime “terrorista e colpevole di crimini contro l’umanità”. La stessa eurodeputata van der Walle, presidente della delegazione per le relazioni con l’Afghanistan – altro segnale che il percorso era già in atto da tempo – ha affermato che le autorità degli Stati membri avevano il dovere di arrestare gli ospiti del regime e trasferirli alla Corte Penale Internazionale dell’Aia. A metà giugno, la presidente della Commissione Europea Ursula von der Leyen e il commissario europeo per gli Affari interni e le migrazioni, Magnus Brunner, hanno ricevuto, insieme ad altri, un’accorata richiesta sottoscritta da 42 associazioni afghane della diaspora, in cui si chiedeva di non avere incontri “tecnici” che di fatto esprimevano un graduale, magari indiretto, ma politicamente sostanziale, riconoscimento del regime. Nella lettera è scritto con nettezza che si atttui “la legittimazione dei Talebani, i cui vertici sono ricercati dalla giustizia per presunti crimini contro l’umanità, tra cui la persecuzione di genere”. La CPI aveva infatti spiccato, nel luglio scorso, il mandato di arresto contro il leader supremo, Hibatullah Akhundzada, e il capo della Corte Suprema, Abdul Hakim Haqqani. L’accusa è quella di persecuzione per “motivi di genere, contro ragazze, donne e altre persone non conformi alla politica dei Talebani” e per “Atti di violenza diretta, ma anche forme di danno sistemico e istituzionalizzato, compresa l’imposizione di norme sociali discriminatorie”. E mentre nel paese ci sono ancora manifestazioni di protesta, a cui oggi partecipano donne e uomini, come quella del 9 giugno ad Herat – dove era la base italiana prima della fuga – e durante la quale la polizia dei talebani ha sparato contro chi si opponeva alle operazioni effettuate dalla “polizia morale” afferente al ministero per la Promozione della virtù e la prevenzione del vizio. Ed è uno strano gioco quello dell’UE, da una parte ha plaudito la condanna ai vertici talebani, nel momento in cui il regime veniva ufficialmente riconosciuto dalla Russia – unica grande potenza ad averlo fatto – dall’altra pur mostrando umanità verso le donne ha scelto di amplificare la deportazione degli uomini, in un paese in cui detenzioni ed esecuzioni extragiudiziali, gogna, punizioni corporali ed esecuzioni pubbliche fanno parte dell’ordinamento.
Ma torniamo all’“Incontro della vergogna di Bruxelles”. I rimpatri in Afghanistan sono, per alcuni paesi come Austria e Germania, prassi consolidata. Da almeno due anni partono aerei diretti a Kabul carichi di persone che o hanno ricevuto il diniego all’asilo o sono considerati colpevoli di reati, l’ultimo volo è partito il 16 giugno. L’incontro con la Commissione sembra essere il passo necessario per attuare, anche in quel luogo di terrore e repressione, il Patto migrazione e asilo e il Regolamento rimpatri, fornendo una dimensione e una copertura europea. Ma non basta. Dietro l’incontro, a cui hanno partecipato rappresentanti di 15 governi fra cui quello italiano – non poteva mancare – sembra emergere apertamente il tentativo di rimettere in sesto i rapporti diplomatici con Kabul, tornando a fare quello che si realizzava, alla luce del sole, prima della presa del potere dei Talebani. Per anni Bruxelles ha imposto – come fa regolarmente con i governi di altri paesi meno gravati da pessima reputazione – ovvero tornare ad imporre anche all’attuale regime le proprie modalità coloniali e ricattatorie. Qualcuno ricorda il Joint Way Forward, dell’ottobre 2016, o la Joint Declaration on Migration/Cooperation (Jdmc, entrata in essere pochi mesi prima del ritorno talebano. La sintesi è sempre la stessa, quella che si attua in Libia, Tunisia, Egitto, Nigeria e numerosi altri Paesi e che si racchiude in una formula: soldi, “cooperazione allo sviluppo “in cambio della disponibilità a riprendersi persone non gradite.
In fondo si potrebbe parlare di “coerenza nell’ipocrisia”, basti ricordare – ma la memoria è fallace – che mentre la Nato combatteva contro i Talebani, dai Paesi UE, continuavano ancora a partire voli charter verso Kabul, verso un paese in guerra, alla faccia delle convenzioni internazionali. Addirittura, nel pieno dell’offensiva talebana che avrebbe condotto al ritorno degli islamisti al potere, i ministri dell’Interno di sei Paesi, fra cui Germania, Danimarca e Grecia, inviarono una dura risposta alla Commissione che proponeva di sospendere per almeno tre mesi i rimpatri. Mentre il paese stava tornando sotto il buio e mentre si effettuavano omicidi mirati di attiviste e attivisti, questi governi chiedevano di procedere a rimpatri sia volontari che coatti. Per una breve fase, le immagini dall’Afghanistan hanno impedito di riprendere il tran tran ma, mentre andavano avanti gli accordi di Doha, che hanno segnato fuga delle forze d’occupazione della Nato, i Paesi europei più intransigenti in materia hanno cominciato ad allacciare relazioni bilaterali col nuovo regime, utilizzando proprio il Qatar come governo di mediazione. E dal 2025 sono stati 20 su 27 i governi europei che hanno provato a sollecitare un migliore coordinamento UE per l’espulsione di persone non gradite o i cui requisiti non consentivano il riconoscimento di alcun tipo di protezione. E pensare che in quel terribile Ferragosto del 2021 molti Stati membri fecero quasi a gara per garantire corridoi umanitari ma, calata l’attenzione, già nel 2024 la Germania aveva dimezzato il numero di persone da accogliere (da 1000 a 500 al mese) mentre contemporaneamente, ogni trenta giorni, partivano almeno tre voli charter per le deportazioni.
Il regime, con cui proseguiranno gli incontri nei prossimi mesi a Kabul, esce dalla missione a Bruxelles con elementi di legittimazione. “non si tratta di una visita politica, non modifica la politica dell’Unione europea di non riconoscere le autorità de facto” si è affrettato a dire in un’intervista il nuovo inviato UE per l’Afghanistan Gilles Bertrand, ma sembra quasi una “excusatio non petita…” che le autorità afghane già rivendicano sia in patria che nelle relazioni internazionali. Ci sono analisti che si spingono a considerare la missione come una vittoria del ministro degli Affari Esteri Amir Khan Muttaqi, le cui posizioni sono considerate pragmatiche rispetto a quelle più intransigenti e chiuse, soprattutto verso i diritti delle donne, proprie dei potenti dell’altro centro di potere Kandahar. L’adozione del Decreto n. 18, denominato “Codice sulla separazione giudiziale dei coniugi” e pubblicato dai talebani nella gazzetta ufficiale il 14 maggio 2026, che ha disciplinato le circostanze in cui donne e ragazze possono chiedere la separazione dal matrimonio. Il testo contiene disposizioni che confermano la validità dei matrimoni combinati durante l’infanzia e limitano la possibilità per donne e ragazze di contestare o interrompere tali unioni, che ha spinto pochi giorni dopo il medesimo parlamento europeo a condannare l’apartheid di genere e la durissima repressione ad Herat, non hanno avuto alcun valore nell’impedire che si riallacciassero i rapporti. Come a dire noi non accettiamo repressioni e discriminazione di genere, ma questi fanno parte inevitabile del regime. L’importante è poter dialogare su contrasto al terrorismo, al narcotraffico e all’immigrazione. Alla faccia di chi ancora blatera di “valori occidentali” da preservare.
E c’è un ulteriore obiettivo che la diplomazia talebana, che non è più quella del Mullah Omar, intende perseguire in maniera raffinata. Con molti Paesi asiatici, anche in assenza di riconoscimento ufficiale, i rapporti sono in fase di normalizzazione e nelle ambasciate il personale del vecchio governo sono stati sostituiti con persone formate nell’Emirato. Nei fatti è il passo che potrebbe precedere un riconoscimento ufficiale ma che intanto sanciscono la legittimità del regime, nelle ambasciate suddette. Questo significa comunque l’apertura di canali diplomatici, economici e persino di vigilanza sulla diaspora. Proprio due anni fa, l’Emirato islamico, dichiarava nulli i documenti rilasciati dalle rappresentanze diplomatiche afghane in Europa. In alcuni Paesi UE questo ha già portato – Germania e Norvegia – ad avere già rappresentanti del nuovo regime, in altri si, come la Spagna, si procede per piccoli passi, in Italia i rapporti ufficiali restano con la defunta “Repubblica Islamica dell’Afghanistan”. Obiettivo dichiarato della visita – altro che tecnico – era infatti quello di estendere e consolidare i rapporti agendo comunque come il vero e legittimo governo. Il capo delegazione a Bruxelles ha anche dichiarato che la riapertura di questa rete consentirebbe alle ambasciate e alle sedi consolari, di garantire ai propri connazionali, tutti i servizi di cui potrebbero avere necessità. La fase è di transizione, anche per questo ogni sommovimento in Afghanistan è represso perché minaccia la nuova immagine che vuole dare di se il regime, sapendo di poter contare che nei governi UE, a nessuno importa nulla dei diritti delle donne o di chi lavora, ma l’importante è avere campo libero per deportare. Quello UE è uno dei segnali preoccupanti, per dissidenti e attivisti, per chi non si rassegna a vivere in un Paese in cui la scuola è preclusa per ragioni di genere, di classe, di relazioni con i clan al potere. L’allarme è forte anche perché negli stessi giorni, al Consiglio di Sicurezza dell’ONU, rinnovando di un anno il mandato della missione umanitaria a Kabul (Unama), si sta discutendo di una terminologia apparentemente formale ma dal valore sostanziale. Si vuole definire il regime islamista non più una “autorità di fatto” ma “autorità competenti”. Non si tratta di una scelta neutrale ma di un altro passo in avanti. Se Putin è stato finora il solo a riconoscere l’Emirato, Cina e Iran intrattengono da tempo relazioni diplomatiche ed economiche, avendo persino accettato accreditamenti di ambasciatori, mentre Pakistan, Qatar, Turchia e Turkmenistan mantengono canali di dialogo aperti e legami commerciali per gestire la sicurezza e gli aiuti nella regione. L’unico spiraglio giunge tanto dalla diaspora che dalle manifestazioni che aumentano in intensità in Afghanistan. Non solo più donne ma anche uomini, una generazione nuova che non vuole vivere succube di un potere che uccide e somiglia sempre più ad una cappa di piombo. Persone che non vogliono fuggire ma tornare a vivere.
Stefano Galieni