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Cuba è sempre più sull’orlo dell’abisso

di Alessandro
Scassellati

La storia moderna di Cuba è un intreccio indissolubile di aspirazioni all’autodeterminazione, lotte ideologiche e condizionamenti geopolitici. Un’isola caraibica che, per oltre un secolo, è stata l’epicentro delle tensioni nell’emisfero occidentale. Per comprendere l’attuale crisi e la natura del governo socialista, è necessario risalire alle radici dell’imperialismo statunitense e alla trasformazione di Cuba da colonia spagnola a protettorato statunitense all’insegna della Dottrina Monroe (1823), riveduta da Theodore Roosevelt e ora da Donald Trump con la cosiddetta “Donroe Doctrine”.

Le radici dell’imperialismo: il 1898 e il “destino manifesto”

L’imperialismo statunitense è iniziato nel continente nordamericano nel corso del XVIII e XIX secolo, con cicli ripetuti di espropriazione, deportazione e sterminio delle popolazioni indigene. Le forze statunitensi invasero anche il Messico nel 1846, annettendo infine quasi un terzo del suo territorio. Inoltre, le forze navali statunitensi divennero sempre più aggressive all’estero, seguendo i precedenti stabiliti dalla precoce autorizzazione all’uso della forza da parte di Thomas Jefferson contro gli Stati nordafricani per presunta “pirateria”. Il risultato fu un ciclo quasi costante di invasione, occupazione o annessione di territori in tutta l’America Latina, nei Caraibi e nel Pacifico.
Il 1898 segna una svolta epocale non solo per Cuba, ma per l’intera politica estera degli Stati Uniti. Intervenendo nella guerra d’indipendenza cubana contro la Spagna, Washington non agì per puro altruismo. L’affondamento della corazzata Maine nel porto dell’Avana fornì il pretesto per la guerra ispano-americana, che si concluse in pochi mesi con la disfatta spagnola. Il Trattato di Parigi sancì la fine dell’impero coloniale di Madrid, ma per Cuba l’indipendenza fu solo formale.
Gli Stati Uniti imposero l’integrazione dell’Emendamento Platt nella nuova Costituzione cubana (1901). Questo strumento giuridico conferiva a Washington il diritto legale di intervenire militarmente nell’isola per “preservare l’indipendenza e la stabilità” e limitava la capacità di Cuba di contrarre debiti o stipulare trattati con altre potenze1. Inoltre, garantiva agli USA la concessione perpetua della baia di Guantánamo. Per i successivi sessant’anni, Cuba fu di fatto un protettorato statunitense, un’appendice economica dominata dalle grandi piantagioni e compagnie dello zucchero e trasformata in un “parco giochi” per il turismo statunitense, spesso intrecciato con gli interessi della criminalità organizzata statunitense. Questa subalternità alimentò un profondo risentimento nazionalista che avrebbe costituito il motore della rivoluzione.

La rivoluzione del 1959 e la minaccia dell’embargo

Il 1° gennaio 1959, la fuga del dittatore Fulgencio Batista e l’ingresso trionfale dei barbudos guidati da Fidel Castro, Ernesto “Che” Guevara e Camilo Cienfuegos segnarono una rottura radicale. Quella che era nata come una rivolta democratico-nazionale contro la corruzione e la tirannia si radicalizzò rapidamente in risposta all’ostilità di Washington. Le prime riforme agrarie e la nazionalizzazione delle raffinerie di petrolio e delle piantagioni statunitensi portarono alla rottura diplomatica.
La minaccia statunitense di rovesciare il governo si manifestò concretamente con l’invasione della Baia dei Porci (1961), un fallimento militare orchestrato dalla CIA che spinse definitivamente Castro tra le braccia dell’Unione Sovietica. Da quel momento, la politica statunitense si è basata sul bloqueo (l’embargo economico), introdotto da John F. Kennedy nel 1962. L’obiettivo dichiarato era asfissiare l’economia cubana per provocare il collasso del governo. Tale pressione, lungi dal far cadere il governo, è stata paradossalmente utilizzata dalla leadership castrista per giustificare la repressione del dissenso interno e la militarizzazione della società, presentandole come necessità di “sicurezza nazionale” contro l’aggressione imperiale. La Crisi dei Missili (1962) portò il mondo sull’orlo di una guerra nucleare, cementando lo status di Cuba come pedina cruciale della Guerra Fredda.

I risultati della rivoluzione: istruzione e sanità

Il bilancio sociale della rivoluzione resta l’argomento più dibattuto. Castro puntò sulla creazione di un “uomo nuovo”, partendo da una colossale campagna di alfabetizzazione nel 1961. In un solo anno, migliaia di volontari ridussero l’analfabetismo dal 23% a meno del 4%. Oggi Cuba vanta uno dei tassi di scolarizzazione più alti al mondo, con un sistema educativo interamente gratuito e università che formano professionisti d’eccellenza, specialmente in campo scientifico.
Nel settore sanitario, i risultati sono stati altrettanto impressionanti. Cuba ha sviluppato un sistema sanitario nazionale basato sulla medicina territoriale e la prevenzione. La mortalità infantile è scesa a livelli inferiori a quelli degli stessi Stati Uniti, e l’aspettativa di vita è aumentata drasticamente. L’isola è diventata una potenza biotecnologica, capace di produrre autonomamente vaccini avanzati (come i sieri anti-COVID Abdala e Soberana). Tuttavia, questo successo è oggi minato dalla crisi economica: se le competenze rimangono eccellenti, gli ospedali soffrono la carenza cronica di farmaci di base, materiali chirurgici e attrezzature moderne, spesso a causa delle restrizioni dell’embargo che complicano l’importazione di tecnologie contenenti componenti statunitensi.

Fallimenti economici e limiti civili

Se il welfare è stato il fiore all’occhiello, l’economia è stata il tallone d’Achille del castrismo. L’adozione di un modello centralizzato di stampo sovietico ha soffocato l’iniziativa privata e creato una burocrazia elefantiaca. Cuba non è mai riuscita a diversificare la propria economia, passando dalla dipendenza dallo zucchero a quella dai sussidi sovietici, e successivamente dal petrolio venezuelano fornito in cambio di servizi medici.
Il fallimento nel garantire l’autosufficienza alimentare obbliga lo Stato a importare circa l’80% dei beni di prima necessità, consumando preziose riserve di valuta estera. Persino l’iconico rum Havana Club viene venduto in bottiglie d’importazione perché gli alti costi energetici rendono antieconomica la produzione di vetro a Cuba. Inoltre, il recente processo di profonda riforma economica e monetaria avviato il 1° gennaio 2021 (“Tarea Ordenamiento”), sebbene necessario, ha scatenato un’inflazione galoppante, polverizzando il potere d’acquisto dei salari statali. C’è stato un aumento nominale generalizzato dei salari e delle pensioni (circa 4-9 volte) per cercare di compensare l’eliminazione dei sussidi statali e l’aumento dei prezzi di beni e servizi. Critici sono finora i risultati del passaggio da un sistema che sussidiava indiscriminatamente i prodotti a uno che punta a sussidiare direttamente le persone vulnerabili. Al 2026, l’inflazione ufficiale è stimata intorno al 14-15%, ma il mercato informale riflette tassi molto più alti, superando il 70% per i beni non calmierati.
In sintesi, la Tarea Ordenamiento è diventata il catalizzatore della peggiore crisi economica nella storia recente di Cuba, costringendo il governo ad approvare nuovi programmi (come il Programma Economico e Sociale 2026) per tentare di correggere le distorsioni create.
Sul piano dei diritti umani, il governo ha sistematicamente limitato la libertà di espressione, di stampa e di associazione. Il controllo capillare della società attraverso i Comitati per la Difesa della Rivoluzione (CDR) ha permesso la sopravvivenza del sistema politico, ma ha anche spinto generazioni di cubani all’esilio — dai voli della libertà degli anni ’60 all’esodo di Mariel2 — privando il Paese delle sue menti più brillanti.

La situazione politica ed economica attuale

Oggi Cuba attraversa il momento più buio dal crollo del muro di Berlino (il cosiddetto “Periodo Speciale”) – un periodo di estrema asfissia economica3. La pandemia di COVID-19 ha azzerato il turismo per due anni, mentre l’amministrazione Trump ha inasprito l’embargo con 243 nuove sanzioni (mantenute in gran parte da Biden), inserendo nuovamente Cuba nella lista dei Paesi sponsor del terrorismo. Questo ha bloccato i flussi di rimesse e i viaggi turistici, isolando finanziariamente l’isola e rendendo quasi impossibile ogni transazione internazionale. La catena alberghiera canadese Blue Diamond ha annunciato che si ritira da Cuba. Analoga decisione appare certa per alcune catene spagnole, in particolare Iberostar ha annunciato la rinuncia a gestire dodici hotel dell’isola. Migliaia di lavoratori del settore turistico rimarranno così senza lavoro. Le due grandi compagnie che controllano la distribuzione e il commercio dei container, la francese CMP-CGM e la tedesca Hapag-Lloyd, hanno annunciato che sospenderanno l’invio nei porti di Cuba. La compagnia mineraria canadese Sherritt si è ritirata da una joint venture e diversi Paesi (Guyana, Honduras, Saint Vincent e Grenadine, Bahamas, Antigua e Barbuda, Paraguay, Giamaica e Costa Rica) hanno rescisso i contratti con i medici cubani – una fonte vitale di reddito per l’isola e di personale medico qualificato per altri (tra cui la Regione Calabria in Italia)4. La crisi energetica è diventata una piaga quotidiana: le centrali termoelettriche, obsolete e prive di manutenzione, causano blackout estesi che paralizzano la vita domestica e industriale. La carenza di carburante compromette i trasporti e la distribuzione agricola, aggravando la fame. In questo contesto, le storiche proteste dell’11 luglio 2021 (11J) hanno rotto un tabù decennale: migliaia di cittadini sono scesi in strada al grido di “Patria y Vida”, brano musicale diventato inno di libertà. La risposta del governo di Miguel Díaz-Canel è stata durissima, con migliaia di arresti e condanne esemplari, ma il malcontento resta una polveriera pronta a esplodere. Ampi squilibri fiscali, un pesante debito pubblico e uno scarso accesso ai finanziamenti esteri significano che il margine di manovra del governo è praticamente scomparso.

Esodo e crisi demografica

La popolazione di Cuba sta attraversando una fase di forte declino demografico, causata da un esodo migratorio senza precedenti e da un calo storico delle nascite. Al termine del 2024, le autorità cubane hanno stimato la popolazione residente in poco più di 9,7 milioni di abitanti. Questo dato segna una riduzione drastica rispetto agli 11 milioni registrati ufficialmente fino a pochi anni fa. Solo nel 2024 l’isola ha perso oltre 300.000 abitanti. Tra il 2022 e il 2023, si stima che oltre il 5% dell’intera popolazione abbia lasciato il Paese a causa della grave crisi economica ed energetica.
Cuba ha oggi uno dei tassi di natalità più bassi della sua storia recente. Circa il 25% della popolazione ha più di 60 anni, una tendenza all’invecchiamento accelerata dalla fuga dei giovani in età lavorativa. La maggior parte degli abitanti vive nei centri urbani (circa l’82%), con la capitale L’Avana che rimane l’unica città a superare i due milioni di residenti, nonostante sia anche l’area che registra i cali demografici più significativi.
L’esodo dei giovani cubani è alimentato da un collasso economico strutturale e da una crisi energetica senza precedenti. I salari statali, seppur aumentati nominalmente, hanno perso valore reale, rendendo impossibile l’acquisto di beni di prima necessità senza accesso a valuta estera o rimesse. Infrastrutture obsolete e carenza di carburante (dovuta a blocchi nelle forniture da Venezuela e Russia) causano blackout che durano fino a 18 ore. Questo non solo peggiora la qualità della vita, ma paralizza anche il settore privato emergente e i servizi essenziali. Lo Stato importa l’80% del cibo ma non dispone di sufficiente valuta estera. I giovani vedono la migrazione come l’unica via per garantire la sopravvivenza propria e delle famiglie rimaste sull’isola attraverso l’invio di rimesse. Nonostante l’alto livello di istruzione, i giovani laureati percepiscono stipendi che non coprono il costo della vita, spingendoli verso settori informali o verso l’estero.
Il governo cubano ha attivato una “Commissione Governativa per l’Attenzione alla Dinamica Demografica” per tentare di invertire la rotta. Vengono implementate politiche di sostegno alle famiglie con investimenti nella creazione di “casitas infantiles” (asili nido aziendali) e nel recupero di asili esistenti per favorire il rientro al lavoro dei genitori. Sono previsti anche incentivi per la natalità con programmi di assegnazione di alloggi o sussidi per l’edilizia destinati a madri con tre o più figli, sebbene siano rallentati dalla mancanza di materiali da costruzione. Inoltre, dal 2021 sono state autorizzate migliaia di piccole imprese private per creare occupazione e ridurre la dipendenza dal settore statale inefficiente. Un settore di micro-capitalismo che conta circa 8mila piccole e medie imprese. Un nuovo decreto sulle energie rinnovabili punta a raggiungere il 24% del mix energetico entro il 2030, investendo massicciamente nel solare (con l’installazione di pannelli fotovoltaici cinesi) per ridurre i blackout. Nonostante queste misure, il PIL continua a contrarsi, suggerendo che la spinta migratoria rimarrà alta finché le riforme non produrranno benefici tangibili sul potere d’acquisto quotidiano.

Geopolitica e imperialismo nel XXI secolo

Le minacce di un intervento esterno rimangono un tema centrale della retorica governativa. Sebbene un’invasione militare tradizionale sembri oggi improbabile, la guerra è diventata asimmetrica: si combatte sui social media, attraverso sanzioni mirate e il sostegno finanziario ai gruppi di opposizione interna. D’altra parte, Cuba ha cercato nuovi alleati strategici nella Russia di Putin e nella Cina, nel tentativo di bilanciare la pressione statunitense e trovare partner disposti a investire nelle infrastrutture fatiscenti dell’isola5.
Un tempo Cuba aveva amici europei che adesso l’hanno abbandonata. Ad esempio, la Spagna, Paese che ha guidato l’opposizione europea alla guerra di Trump contro l’Iran, rifiutandosi di permettere l’utilizzo delle proprie basi per l’operazione, è rimasta stranamente in silenzio riguardo alle pressioni esercitate da Trump sulla sua ex colonia6. Al di fuori delle frange più radicali della sinistra europea, sono in pochi a protestare contro il palese e illegale strangolamento dell’economia e del popolo cubano, per non parlare di coloro che contrastano le pressioni esercitate dagli Stati Uniti sull’Avana con l’invio di carburante o generatori di corrente7. Il mondo non muove un dito per proteggere Cuba dalla micidiale stretta di Trump o per impedire un cambio di regime. Persino l’indignazione scarseggia. In passato, l’Unione Europea e il Brasile hanno offerto incentivi finanziari e assistenza tecnica per aiutare Cuba nella transizione dalla monocoltura della canna da zucchero alla produzione diversificata alimentare. Ma questi programmi sono stati un fallimento. L’Europa è più divisa che mai sulla questione cubana ed è preoccupata dalla guerra della Russia in Ucraina e dalla guerra israelo-americana contro l’Iran, che ha limitato le forniture energetiche e fatto schizzare alle stelle i prezzi del carburante. All’interno dell’UE, Spagna e Francia sono state tradizionalmente le principali sostenitrici dell’Avana e le più accese critiche all’embargo statunitense. Per anni è stato possibile volare direttamente da Madrid all’Avana, ma molti voli sono stati sospesi a causa del crollo del turismo.
L’embargo resta un punto di scontro totale tra la comunità internazionale, che ogni anno vota quasi all’unanimità all’ONU per la sua rimozione, e le amministrazioni statunitensi condizionate dal peso elettorale della comunità degli esuli cubani in Florida. Nella votazione più recente dell’Assemblea Generale (ottobre 2025), i Paesi che hanno votato a favore del mantenimento dell’embargo statunitense contro Cuba (ovvero hanno votato “No” alla risoluzione per la sua fine) sono stati 7: Stati Uniti, Israele, Ucraina, Argentina, Ungheria, Macedonia del Nord e Paraguay, mentre Paesi dell’unione Europea come Repubblica Ceca, Estonia, Lettonia, Lituania, Polonia e Romania si sono astenuti. La morsa dell’embargo non solo danneggia l’economia, ma rafforza paradossalmente la linea dura del governo, che può attribuire ogni carenza al “nemico esterno” invece di accelerare le riforme strutturali interne di cui l’isola ha disperato bisogno.

Trump e la minaccia del cambio di regime a Cuba

La distensione faticosamente raggiunta con un accordo tra Barack Obama e Raul Castro patrocinato da Papa Francesco nel 2014 è stata sostituita da un nuovo irrigidimento da parte di Washington con l’arrivo e poi il ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca. Ora l’amministrazione guidata dal presidente Donald Trump e dal Segretario di Stato Marco Rubio persegue l’obiettivo esplicito di un cambio di regime a Cuba. Trump ha specificato il 16 marzo: “prenderò Cuba, ci farò quello che voglio”. I punti chiave della loro strategia e dei loro obiettivi sono: 

  • pressione massima e “regime change”: l’amministrazione ha adottato una politica di “massima pressione”, simile a quella utilizzata in Venezuela (con il rapimento in gennaio del presidente venezuelano Nicolas Maduro), per forzare la caduta del governo comunista e una transizione verso la democrazia liberale e il capitalismo;
  • la minaccia di intervento militare: Trump ha evocato ripetutamente la possibilità di un’azione militare, definendo Cuba un “Paese fallito” e suggerendo che gli Stati Uniti potrebbero avere “l’onore di prendere Cuba” dopo le operazioni in Venezuela e Iran;
  • isolamento economico e blocco petrolifero: da gennaio gli USA hanno imposto un embargo quasi totale sul petrolio verso l’isola, provocando gravi blackout e carenze di beni di prima necessità. Negli ultimi cinque mesi, solo una petroliera russa è passata a marzo attraverso il blocco organizzato dalla marina statunitense attorno all’isola. Nessun altro Paese – nemmeno il Messico e il Brasile, governati da governi di sinistra – ha osato inviare carburante per timore di incorrere in sanzioni secondarie statunitensi. L’obiettivo statunitense è paralizzare ogni settore economico controllato dal conglomerato economico-militare GAESA, Grupo de Administración Empresarial S.A., controllato direttamente dalle Forze Armate Rivoluzionarie di Cuba e fondato sotto la supervisione di Raul Castro una trentina d’anni fa. GAESA controlla circa il 40% del PIL del Paese8. La portaerei USA Nimitz è arrivata nelle acque caraibiche insieme a tre altre imbarcazioni da guerra, per assicurare la tenuta del blocco energetico e aumentare la pressione su L’Avana. Inoltre, l’amministrazione Trump ha minacciato di imporre nuove e devastanti sanzioni secondarie alle aziende straniere che fanno affari in settori chiave dell’economia cubana come l’industria mineraria, l’energia e la finanza. Il vice primo ministro e ministro del commercio estero e degli investimenti cubano, Óscar Pérez-Oliva Fraga, un membro della famiglia Castro, ha dichiarato che il Paese è aperto a collaborazioni con aziende statunitensi in “settori chiave”. Gli Stati Uniti hanno affermato che ciò non è sufficiente; 
  • sicurezza nazionale e geopolitica: Rubio ha descritto Cuba come una “minaccia alla sicurezza nazionale” a causa dei suoi legami con Russia, Cina e Iran. In una visita a sorpresa all’Avana a metà maggio, il direttore della CIA, John Ratcliffe, ha lanciato un ultimatum alla leadership cubana, chiedendo la rottura dei legami di sicurezza con Cina e Russia, anche chiudendo le loro stazioni di intercettazione sul territorio cubano. Recenti notizie di stampa secondo cui L’Avana avrebbe accumulato 300 droni difensivi forniti da Russia e Iran hanno rafforzato la tesi dell’amministrazione secondo cui Cuba rappresenta una minaccia per la sicurezza;
  • azioni legali simboliche: nel maggio 2026, il Dipartimento di Giustizia ha emesso un atto di accusa contro l’ex presidente Raúl Castro, una mossa vista come il preludio a ulteriori pressioni diplomatiche o militari. Il fratello minore di Fidel sta per compiere 95 anni, e ha ceduto il potere al successore Miguel Diaz-Canel già nel 20189;
  • rapporto diretto con il popolo: nei messaggi video in spagnolo, Rubio ha offerto ai cittadini cubani un “nuovo percorso” di cooperazione e aiuti (fino a 100 milioni di dollari) a patto che il governo attuale venga rimosso. Mentre Trump preferirebbe teoricamente una “soluzione negoziale”, Rubio si è dichiarato scettico sulla reale possibilità di riforme sotto l’attuale leadership cubana10.

Secondo diversi analisti, la strada migliore da percorrere è un accordo negoziato in cui L’Avana faccia concessioni sufficientemente consistenti da permettere a Trump di presentarle come una vittoria, scongiurando così un collasso umanitario e avviando Cuba sulla via della ripresa. “La preferenza di Trump è sempre un accordo negoziato e pacifico. Questa è sempre anche la nostra preferenza. E rimane tale anche con Cuba”, ha dichiarato Rubio a fine maggio. “A essere sincero, la probabilità che ciò accada, considerando con chi abbiamo a che fare in questo momento, non è alta”, ha aggiunto. Qualsiasi soluzione diversa da un accordo negoziato aumenterebbe il rischio di un’escalation dei disordini sociali e di un intervento militare statunitense per stabilizzare un’economia in caduta libera a soli 145 chilometri dalla Florida, un esito che entrambi i governi preferirebbero evitare. Un attacco militare all’Avana sarebbe di gran lunga più rischioso per gli Stati Uniti di quello realizzato a gennaio in Venezuela – anche senza la guerra all’Iran – e disastroso per i cubani. Washington spera che minacce e privazioni siano sufficienti.

L’incognita del futuro

Il futuro di Cuba è un’incognita che preoccupa l’intera regione caraibica. Il passaggio della leadership dalla famiglia Castro a una nuova classe dirigente non ha portato la democratizzazione attesa. Le aperture alle PYMES (piccole e medie imprese private) rappresentano un tentativo pragmatico di sopravvivenza economica, simile al modello vietnamita o cinese, ma senza una corrispondente apertura politica.
La massiccia ondata migratoria degli ultimi anni, che ha visto centinaia di migliaia di giovani fuggire verso il Canada e gli Stati Uniti attraverso rotte pericolose nel Centro America, testimonia una profonda crisi di fiducia. Cuba rimane un Paese in bilico tra il passato glorioso della sua resistenza antimperialista e un presente di privazioni, cercando una via d’uscita che possa finalmente coniugare la sovranità nazionale con le libertà individuali e il benessere materiale della sua popolazione, martoriata da decenni di isolamento economico, imposto dall’embargo statunitense, e di stallo ideologico.
Intanto, è partita da alcuni giorni una campagna di solidarietà e sostegno internazionalista a Cuba e alla sua sovranità, contro l’aggressione imperialista statunitense. Cuba is not alone – Firmo por Cuba è il nome della Campagna Globale promossa dall’International Workers Institute, dalla World Federation of Trade Unions – Regional Office for Latin America and Caribbean e dalla Central de Trabajadores de Cuba.

Alessandro Scassellati

  1. Nel 1901, i delegati incaricati di redigere la prima costituzione repubblicana cubana si trovarono di fronte a un amaro dilemma quando Washington subordinava la fine dell’occupazione militare, durata quattro anni dopo la guerra ispano-americana del 1898, all’accettazione di limiti costituzionali alla sovranità cubana, sanciti dall’emendamento Platt. Fidel Castro e altri rivoluzionari avrebbero in seguito affermato che accettare tali condizioni rappresentava un tradimento fondamentale degli ideali per i quali i combattenti per l’indipendenza cubana avevano sacrificato la propria vita nel XIX secolo. L’elenco ufficiale del Congressional Research Service intitolato “Esempi di utilizzo delle forze armate statunitensi all’estero” che riporta le centinaia di esempi (che non includono nemmeno le campagne contro le nazioni native americane), include almeno 10 invasioni di Cuba, tra cui quattro sbarchi negli anni ’20 del XIX secolo per “sopprimere la pirateria”, nonché le occupazioni pluriennali del 1906 e del 1917 per proteggere gli “interessi statunitensi”.[]
  2. The Mariel boatlift in inglese, éxodo del Mariel in spagnolo, fu un esodo di massa avvenuto tra il 15 aprile e il 31 ottobre 1980 che vide 125.000 cubani imbarcarsi dal porto di Mariel, a Cuba verso gli Stati Uniti d’America, più precisamente verso il sud della Florida[]
  3. Tra il 1989 e il 1991, con la scomparsa dell’Unione Sovietica, della Germania dell’Est e del blocco socialista, la metà delle riserve petrolifere dell’isola e il 72% delle sue importazioni svanirono. La perdita di scambi commerciali reciprocamente vantaggiosi (ad esempio, zucchero in cambio di petrolio), stimata tra i 3 e i 5 miliardi di dollari, e degli aiuti annuali, causò un crollo del PIL cubano di oltre il 40%. La FAO ha documentato come l’apporto calorico giornaliero medio dei cubani crollò da 2.600 calorie alla fine degli anni ’80 a un valore compreso tra 1.000 e 1.500 nel 1993. Questo fu ciò che Fidel Castro definì, in un discorso alla Federazione delle donne cubane, “il periodo speciale in un tempo di pace”.[]
  4. Il programma nacque nel 1960, quando una brigata medica fu inviata in Cile per prestare soccorso alle vittime di un terremoto. Da allora, oltre 600.000 medici, infermieri e tecnici sanitari cubani sono stati impiegati in più di 160 paesi. Cuba non pubblica dati precisi, ma le stime suggeriscono che ora ci siano più di 20.000 medici in circa 50 Paesi, con specializzazioni che spaziano dall’ostetricia e pediatria alla chirurgia e all’oncologia. Il dispiegamento più consistente è stato in Venezuela, iniziato nel 2004 e che al suo apice ha coinvolto quasi 30.000 medici. Ora, con gli Stati Uniti al comando dopo la cattura di Nicolás Maduro, si sono registrate segnalazioni di medici che lasciano il Paese, sebbene la missione non sia ufficialmente terminata e si ritenga che oltre 10.000 operatori sanitari cubani siano ancora presenti sul territorio.[]
  5. La Cina ha condannato le sanzioni e le pressioni statunitensi su Cuba. Un portavoce del Ministero degli Esteri, Guo Jiakun, ha dichiarato: “La Cina sostiene fermamente Cuba nella salvaguardia della sua sovranità e dignità nazionale e si oppone a qualsiasi interferenza esterna”.[]
  6. Certo, i leader di Spagna, Messico e Brasile hanno rilasciato in aprile una dichiarazione congiunta in cui condannavano “la grave situazione” in cui versa il popolo cubano. Hanno chiesto rispetto per la sovranità e il diritto internazionale, ma non hanno fatto esplicito riferimento agli Stati Uniti o al blocco petrolifero e hanno promesso solo un aumento degli aiuti umanitari, non delle forniture energetiche.[]
  7. Per molti esponenti della sinistra europea, come i politici di lungo corso Jeremy Corbyn e Jean-Luc Mélenchon, la questione cubana riguarda l’antimperialismo e la sovranità nazionale. Per la destra, invece, si tratta di anticomunismo e libertà individuale, soprattutto nei Paesi dell’Europa centrale che hanno vissuto per decenni sotto il dominio sovietico.[]
  8. Il gruppo controlla la gran parte del settore turistico di Cuba, fondamentale per l’economia: decine di hotel, villaggi, negozi di lusso, centri di immersioni e porti per gli yacht. Gestisce centinaia di stazioni di servizio (ora quasi tutte senza carburante), l’unica agenzia di viaggi, supermercati, trasporti turistici, agenzie di cambio e di invio di denaro, la compagnia di telefonia e internet, la Banca finanziaria internazionale e il porto di Mariel, non lontano dalla capitale L’Avana, che è una zona franca commerciale. A fine maggio, Rubio ha annunciato che alla sorella della presidente esecutiva di GAESA, la generale di brigata Ania Guillermina Lastres Morera, che viveva negli Stati Uniti, è stata revocata la carta verde ed è stata presa in custodia dall’ICE. Rubio ha dichiarato: “Le amministrazioni precedenti hanno permesso alle famiglie delle élite militari cubane, dei terroristi iraniani e di altre organizzazioni riprovevoli di godere di stili di vita sfarzosi nel nostro Paese, finanziati con denaro sporco, mentre le persone che reprimono in patria soffrono in condizioni sempre più disperate. Basta così.”[]
  9. Il 20 maggio il Dipartimento della Giustizia degli Stati Uniti ha comunicato che un Grand Jury di Miami ha incriminato per omicidio Raul Castro. Negli anni ’90 fu attiva tra gli esuli cubani in Florida un’organizzazione di piloti civili (“Hermanos al Rescate”) che offriva aiuto alle persone in fuga da Cuba via mare: il 24 febbraio 1996 due aerei degli Hermanos vengono abbattuti dall’aviazione militare cubana, che li accusa di averne invaso lo spazio aereo (la controparte nega), e i quattro piloti, di cui tre cittadini statunitensi, muoiono. Raul Castro è ritenuto responsabile delle loro morti in quanto, all’epoca, ministro della Difesa. Il deputato repubblicano Carlos Gimenez, punto di riferimento della diaspora cubana negli USA e già sindaco di Miami, ha apertamente parlato di un’operazione simile a quella per Maduro, accusa lui di narcotraffico: rapimento, e poi processo negli Stati Uniti.[]
  10. Rubio è da sempre coinvolto nell’attività politico-diplomatica legata agli esuli cubani e nel rapporto con l’America Latina. “I miei genitori sono scappati dal comunismo per trovare la libertà negli Stati Uniti”, aveva raccontato all’inizio della sua carriera – finché il Washington Post non scoprì che i genitori erano partiti ben prima della rivoluzione castrista, durante il regime di Machado (pur essendo tornati per un breve periodo nel Paese di origine). E che, con le leggi sull’immigrazione che l’amministrazione repubblicana vuole introdurre, sarebbero stati immediatamente rimandati sull’isola.[]
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Diseguaglianze sociali, finanziarizzazione della vita e orizzonti di crisi negli USA

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