Utilizziamo come punto di partenza “Tomorrow’s Freedom”, la Libertà di Domani. È il titolo di un film documentario che risale al 2022, diretto dalle sorelle Georgia e Sophia Scott, proiettato recentemente in Italia al cui centro c’è la vita, la lotta e, soprattutto la prigionia di Marwan Barghouti. Si tratta di una figura fondamentale della resistenza palestinese, detenuto dal 2002, dopo aver ricevuto vari ergastoli, da un tribunale che non aveva alcuna legittimità per farlo e di cui l’imputato non ha mai riconosciuto la validità. Attorno alla sua lotta in carcere, alle rare riprese durante le udienze, ruotano sostenitori, esponenti del mondo culturale e politico di tutto il mondo, da Desmond Tutu a Jimmi Carter ad Angela Davis, fino ad intellettuali ed esponenti di quella parte ancora lungimirante, ma minoritaria della società israeliana, uniti nel considerare urgente la sua liberazione. Ma soprattutto nel docufilm, si stagliano le figure dei familiari più stretti, dei figli e dei nipoti – questi ultimi mai incontrati da quando sono nati – e della moglie, Fadwa, che la scorsa settimana è venuta in Italia e con cui si sono svolti numerosi incontri. Fadwa Barghouti è soprattutto una dirigente politica. Fa parte del Consiglio Rivoluzionario di Fatah, è avvocata e portavoce, non solo del marito. La lotta che porta avanti non riguarda unicamente la persona con cui da 41 anni è sposata ma tutti i detenuti palestinesi e tutto un popolo unito nel chiedere pace, giustizia e fine dell’atteggiamento ipocrita dell’occidente. In questi anni ha viaggiato per 54 Paesi, portando parole di pace del marito, nonostante il genocidio che non è iniziato all’indomani del 7 ottobre. Marwan Barghouti viene spesso definito il “Mandela palestinese” e non solo per la durata assurda della detenzione e per le accuse senza prove per cui è stato condannato, per il trattamento disumano che condivide con gli altri detenuti – almeno 350 dei quali minorenni – ma perché è, a maggior ragione oggi, la sola figura in grado di unificare le diverse sensibilità, fazioni, forze politiche, in cui si suddivide il popolo palestinese e portarle ad un tavolo di negoziati con autorevolezza.
E, come ripete Fadwa “la ragione per cui non si intende liberarlo, per cui è stato escluso dalla lista dei prigionieri rilasciati con l’inizio del cessate il fuoco, nonostante altri di questi fossero stati condannati all’ergastolo come lui, non è legata, come dicono in Israele, a ragioni di sicurezza. La ragione è politica, non vogliono avere di fronte un interlocutore disponibile a ragionare su un processo di pace che porti ad avere uno Stato indipendente e con continuità territoriale garantita, chiamato Palestina”. Fadwa Barghouti non riesce ad incontrare in carcere il marito, nonostante sia fra i suoi legali, da quasi tre anni, anche per gli altri prigionieri – è più corretto chiamarli ostaggi – ogni colloquio è interrotto dal 7 ottobre del 2023 e le notizie che giungono nel frattempo da quei luoghi bui del diritto sono semplicemente atroci. Ed è ancora Fadwa a fornire dati, per quanto imprecisi per difetto “Dal 7 ottobre sono stati arrestati oltre 32mila palestinesi, di questi, con certezza, 9350 sono ancora in carcere. Ma non sappiamo quanti siano realmente i prigionieri di Gaza e registriamo numerose sparizioni di persone. Sono aumentate poi le torture, non solo psicologiche ma fatte di abusi, percosse, ferite che non vengono curate. Sappiamo che almeno 110 persone sono morte in carcere ma anche il loro numero è incerto”. Di certo sappiamo che chi ha avuto il permesso di incontrare Marwan Barghouti è stato il ministro della Sicurezza nazionale Itamar Ben-Gvir, leader del partito di estrema destra Otzma Yehudit (Potere Ebraico) tuttora considerato uno dei più accaniti propugnatori dell’annessione dell’intera Palestina, della cacciata dei suoi abitanti se non del loro sterminio. Ben – Gvir, già condannato per razzismo sin dal 2007, si è mostrato sprezzante e insultante davanti ai prigionieri e ha mostrato con orgoglio sadico a EurMarwan Barghouti l’immagine di una sedia elettrica. Del resto il parlamento israeliano ha già votato una prima volta per il ripristino della pena capitale verso coloro che sono ritenuti responsabili della morte di cittadini israeliani. Il genocidio che continua, in maniera più silenziosa e meno evidente a Gaza, l’incremento delle occupazioni di terre e delle falde acquifere da parte dei coloni in Cisgiordania, le minacce continue di Israele verso i paesi confinanti e non solo, danno l’idea di un Paese arroccato in una politica di potenza regionale, sostenuta da Usa e da parte dell’UE, convinta di poter sostituire senza scossoni il Board of Peace alle Nazioni Unite. Ed è da questo punto di vista che la campagna lanciata in diversi paesi europei #FreeMarwanBarghouti, ( per adesioni freemarwanitalia@proton.me ) diventa molto importante e non solo a livello simbolico. Lanciata in Italia dopo una raccolta firme su change.org si va espandendo sia in Europa. In Italia si vanno formando comitati locali grazie al lavoro di associazioni e delle comunità palestinesi, della Cgil, di Anpi, Arci, delle forze politiche di opposizione presenti o meno in parlamento, di semplici individui. Una risposta corale che sta crescendo con forza anche dopo la visita di Fadwa Barghouti, gli incontri politici e le interviste rilasciate ai principali organi di informazione nazionali. Coloro che stanno seguendo l’evolversi degli eventi temono molto che il silenzio cada, dopo la presunta pace raggiunta, su quanto accade in terra di Palestina dove si continua invece a morire senza che ne i giornalisti ne gli aiuti alimentari e sanitari di cui c’è bisogno, abbiano ancora libero accesso.
Il silenzio dei governi – ci si augura che avvengano intanto trattative diplomatiche di cui si è tenuti per ora all’oscuro – è comunque un germe pericoloso. Oggi Marwan Barghouti libero, nel pieno della propria autorevolezza – non c’è angolo di Palestina dove non appaiano murales che lo ritraggano – può rappresentare realmente l’ultima occasione di salvezza persino per Israele. Un suo intervento da dirigente politico e da parlamentare eletto potrebbe – il condizionale è d’obbligo, sia smussare le tensioni ancora esistenti fra le componenti islamiste e quelle più laiche, sia lanciare un segnale che non riguarda solo la Palestina ma l’intera area.
Certo questo si dovrebbe tradurre in una revisione radicale dell’atteggiamento tenuto finora dagli Usa, garantendo un ruolo effettivo nelle trattative da cui, finora, le rappresentanze palestinesi sono state escluse. E l’amministrazione statunitense dovrebbe sciogliere un nodo che per Israele sembra inestricabile, la necessità, dando seguito alle infinite risoluzioni Onu degli ultimi 78 anni, del riconoscimento di uno Stato di Palestina avente come capitale – dagli accordi di Oslo – Gerusalemme Est. E nonostante l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP) e l’Amministrazione Nazionale Palestinese (ANP), mai dotata di pieni poteri, insista sulla possibilità di realizzare la condizione dei “due popoli, due Stati”, del destino del popolo palestinese decideranno coloro che ci abitano, tentando comunque di riportare in agenda il diritto al ritorno per le famiglie e i loro discendenti cacciati già dal 1948. Una soluzione resa complessa non solo dal rifiuto israeliano, statunitense e in parte dell’UE ma anche da altri fattori. In primis dal fatto che una parte consistente della Cisgiordania è oggi occupata da insediamenti (dette anche colonie o settlement), in cui vivono almeno 800 mila cittadini israeliani, in gran parte armati, che si sono accaparrati le terre migliori e le falde acquifere – rivendono l’acqua ai palestinesi – hanno proprie vie di comunicazione alternative, con l’esercito seminato il territorio di check point, realizzato muri di separazione, in definitiva costruito, anche dal punto di vista urbanistico una condizione di apartheid difficile da smantellare che ha ridotto in maniera ancora più assurda gli spazi di territorio sotto controllo palestinese e ha impedito ogni forma di continuità territoriale. Uno Stato in queste condizioni non è possibile realizzarlo e una soluzione transeunte di questo tipo sarà inevitabilmente foriera di nuovi e sanguinosi conflitti. Conflitti sempre asimmetrici avendo Israele uno degli eserciti più armati e più riforniti costantemente dell’intero pianeta.
Sarebbe necessario un vero organismo internazionale nel pieno dei propri poteri, un’ ONU in grado di intervenire con autorevolezza e peso senza dover sottostare alla logica dei veti incrociati. Se – e anche questo è difficile aspettarsi che si realizzi – si metteranno in moto meccanismi di mediazione accettati e accettabili, la presenza al tavolo di Marwan Barghouti si rivelerà fondamentale. Altrimenti il rischio che l’inferno non abbia mai fine è sempre più concreto.
Stefano Galieni