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Elezioni, partiti, movimenti. Alcune considerazioni

di Antonio
Zucaro

Volendo considerare l’insieme delle problematicità in atto a sinistra sui rapporti tra partiti, movimenti e formazione della rappresentanza politica, conviene partire ancora una volta dalla Costituzione. L’art. 49 stabilisce che “Tutti i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale”.
La politica nazionale, dunque, si determina in un confronto tra i partiti che produce un indirizzo politico generale e politiche settoriali coerenti, componendo interessi e valori diversi secondo visioni politiche diverse, più o meno convergenti, compatibili, divergenti. La teoria, fino a qui, è chiara.
La realtà è ben diversa. Gli indirizzi politici, generali e settoriali, sono condizionati da grandi interessi economici e geopolitici spesso esterni al quadro nazionale, interessi il cui assetto è andato in crisi nel nuovo millennio per l’esplosione delle contraddizioni tra i medesimi. Crisi e contraddizioni che qui si danno per note, e si richiamano solo per rappresentare una situazione per cui, nell’Occidente che non c’è più, si è disarticolato anche il condizionamento degli interessi forti, ciascuno per sé, sulle politiche nazionali. Condizionamento che è divenuto ancora più pressante, proprio per fronteggiare, ciascuno per sé, l’aggravamento della crisi.
In tal modo nella costruzione della politica nazionale si è allargata la contraddizione tra la pressione degli interessi forti, ovvero le aggregazioni dei grandi capitali, e gli interessi di fondo dei cittadini. La logica del profitto e della valorizzazione dei capitali, con la conseguente spinta alla crescita quantitativa, tradotte in politica producono aumento delle disuguaglianze, guerra, degrado dell’ambiente, peggioramento complessivo delle condizioni di vita e di lavoro. Questa pressione si esercita sugli schieramenti politici in vari modi e con diversi gradi di intensità, fino all’assunzione diretta di poteri di governo da parte di grandi imprenditori, o di rappresentanti “tecnici” del capitale finanziario.
Ne consegue che la maggioranza dell’elettorato non vota perché non vede rappresentati i propri interessi, peraltro frammentati dalla disarticolazione sociale in atto da decenni, per i fenomeni anch’essi ben noti. Si determina, così, una crisi della rappresentanza politica e del ruolo dei partiti, alimentata dalla subcultura dell’antipolitica, del “sono tutti uguali”.
Questa crisi colpisce meno la destra, che copre la subalternità al dominio dei grandi capitali con la difesa dei valori tradizionali, dell’identità e della “bottega”, propria e della propria categoria. Colpisce più il centrosinistra, in termini differenti tra le diverse forze politiche. Per sommi capi, il PD è un amalgama mal riuscito, con la difficoltà di esprimere un indirizzo unitario perché disarticolato tra frazioni aventi valori e interessi diversi, tenute insieme dalle logiche del potere (locale, per lo più). Il M5S ha un indirizzo e una direzione unitaria, ha superato l’antipolitica ma ne mantiene alcune ambiguità nel metodo e nelle politiche. Entrambi, nelle rispettive situazioni, hanno delle problematicità nel rapporto col dominio dei grandi capitali, pienamente accettato, invece, nella sua versione liberaldemocratica, dalle forze di “centro”.
In questa sede si sceglie di trattare più da vicino delle forze politiche di sinistra, tese alla riduzione delle disuguaglianze e al pieno sviluppo delle persone contrastando l’egemonia dei grandi capitali, globali e nazionali, sulla politica generale, le politiche settoriali, l’azione delle istituzioni.

È sul che fare, e come farlo, che queste forze sono divise. Nella caotica situazione attuale, con la frammentazione degli interessi e l’annebbiamento dei valori fondativi nella cultura liquida del web, le difficoltà dell’analisi generale e della costruzione di politiche alternative all’egemonia dei grandi capitali inducono, oltre che alla nostalgia, a riaffermare l’identità e la storia delle singole formazioni. Da un lato, dividendosi sul rapporto con PD e M5S, in generale e sulle singole politiche, e dall’altro mantenendo tutti la stessa visione del rapporto tra il (proprio) Partito e le masse dei cittadini nelle loro articolazioni, col Partito che ne assicura la direzione politica e la costruzione della rappresentanza rispetto alle Istituzioni. Senonché, agli occhi dei cittadini, le divisioni e i conflitti interni, la visibilità scarsa e distorta sui media, l’insufficiente definizione delle politiche, i deludenti risultati elettorali indeboliscono la credibilità del messaggio politico e la fiducia nella effettiva realizzazione delle proposte.
D’altra parte, la domanda politica dei cittadini si esprime anche in movimenti, associazioni, comitati di scopo che puntano ad affermare istanze specifiche ma fondamentali, che portano il singolo interesse a diventare un valore. Aggregazioni che hanno tipologie e modalità di organizzazione diverse, dalle grandi associazioni come l’ANPI o l’ARCI, al movimento sindacale con le sue organizzazioni pesanti al movimento delle donne che si esprime in coordinamenti e collettivi ma soprattutto con la presenza di donne consapevoli nei gruppi dirigenti di tutte le organizzazioni, compresi i partiti. I valori così affermati corrispondono a determinate linee di sviluppo della persona umana, e dunque si muovono lungo un indirizzo comune in senso progressista. Motivando fortemente le persone che vi partecipano, fino alla militanza attiva in più movimenti. La domanda è di ordine politico perché l’affermazione di quel determinato interesse-valore mette in discussione una radice vitale o un elemento fondativo del sistema politico sociale nel suo complesso. Avendo di fronte un avversario, o una controparte, che lo ostacola e lo contrasta, per difendere l’assetto di potere esistente. L’elenco dei movimenti e dei rispettivi avversari si può dare per noto. Qui preme rilevare che questi avversari, di varia natura e modalità di azione, sono riconducibili più o meno direttamente al dominio dei grandi capitali e delle loro logiche di sviluppo e di potere, sulla politica, sulla società, sulla cultura, sull’economia. Dal comando assoluto sull’impresa al nuovo fascismo, dalla guerra ai mutamenti climatici, fino alla cultura patriarcale alla base di tutto.
È l’opposizione a questo dominio, nelle sue diverse manifestazioni, che va costituendo un fattore unificante delle lotte di queste aggregazioni monotematiche per trasformare l’esistente. Prendendo il posto della lotta di classe tradizionale, superata dai profondi cambiamenti nei rapporti di produzione e dalla conseguente disarticolazione delle classi.
La consapevolezza di muoversi, oltre che per il proprio interesse-valore contro il proprio avversario specifico, anche lungo un indirizzo comune contro un avversario complessivo è crescente tra i militanti attivi ma anche tra i semplici partecipanti, ferma restando la maggiore forza motivazionale del singolo tema. Questa consapevolezza è alla base di un fenomeno di militanza multipla, ovvero di partecipazione contemporanea a movimenti diversi e ad associazioni diverse, ed anche a partiti.

Il problema che si pone è come portare la domanda politica dei movimenti al livello del sistema istituzionale incidendo direttamente nelle relative procedure decisionali. Ovvero costruendo all’interno di tale sistema una rappresentanza politica delle istanze specifiche e dell’indirizzo politico sottostante. La costruzione della rappresentanza compete ai partiti, che, come s’è detto, attualmente la realizzano in termini giudicati insufficienti da gran parte dell’elettorato popolare, che di conseguenza non li vota. Invece, una rappresentanza politica dell’insieme dei movimenti si gioverebbe della maggiore spinta motivazionale di questi, che richiamano pulsioni positive e profonde della coscienza collettiva in grado di prevalere sulle paure e sulle avversioni alimentate dalla destra nello smarrimento generale.
Sembra necessaria, tuttavia, una svolta nell’atteggiamento dei partiti rispetto ai movimenti, nel senso della rinuncia ad una posizione di monopolio nella costruzione della rappresentanza politica, fondata formalmente sulla legge. E sostanzialmente sulla concezione del proprio ruolo come direzione politica complessiva che porta a sintesi le istanze particolari presenti nella società. Concezione che viene dalla storia, ma che l’evoluzione di questo secolo ha dimostrato essere inadeguata. In primo luogo perché i partiti non ce la fanno a definire un indirizzo politico complessivo all’altezza dei tempi, tant’è che si sono divisi e frammentati su posizioni diverse.  In secondo luogo, perché ciascuno dei grandi movimenti è portatore non solo di un determinato interesse-valore, ma di una sua visione complessiva della società e dunque della politica generale. E sono queste visioni che vanno messe insieme, sulla base di un fondamento valoriale comune e del confronto con avversari collegati da un fondamento pressoché opposto.
È un assemblaggio che in parte si sta già facendo, non solo a livello teorico ma nelle pratiche di mobilitazione, di organizzazione, di lotta in corso sui diversi fronti. Un ruolo importante, al riguardo, lo sta svolgendo la CGIL con La Via Maestra, collegamento tra le grandi associazioni della sinistra fondato sui valori della Costituzione. Con un limite, tuttavia, nella concorrenzialità con i sindacati di base. 

La rete in costruzione tra associazioni, organizzazioni, partiti, va sviluppata sulla base di una posizione paritaria nella proposizione delle proprie istanze e delle proposte di sintesi, senza pretese di egemonia, sotto la spinta della necessità urgente di far fronte ad una situazione che va precipitando e mette a rischio non solo le singole istanze ma l’insieme delle condizioni di vita delle persone.
Considerando la complessità del lavoro da fare, si pone il problema di definire congiuntamente le procedure di confronto e la produzione di soluzioni più o meno aperte. Mettendo d’accordo al riguardo i partiti e le associazioni, tenendo conto della diversa organizzazione di queste, e coinvolgendo nella discussione l’intellettualità diffusa nelle università, nei centri studi, nelle associazioni culturali. Decisivo, perciò, appare l’uso del web.
Potrebbero emergere, così, le linee portanti di un indirizzo politico generale aperto alle differenze ma relativamente coerente, in grado di trasformarsi in un indirizzo politico di governo del paese, alternativo all’attuale. Da questo lavoro, teorico e pratico, potranno venir fuori anche i quadri più adatti a portare avanti questo indirizzo, selezionando una rappresentanza politica delle organizzazioni, politiche e di movimento, e del loro insieme. Anche qui bisognerà definire procedure condivise di confronto e di selezione che alla fine dovranno tradursi in liste elettorali. Procedure partecipate da tutti i militanti, usando anche il web, comunque evitando la delega alle segreterie dei partiti e/o la lottizzazione con i vertici delle organizzazioni.
Le scelte relative alla presentazione di liste singole o comuni, da parte dei singoli partiti o da nuove organizzazioni con la raccolta di firme, dipendono molto dal sistema elettorale in vigore nel relativo livello istituzionale.  In ogni caso sarebbe opportuno che venissero assunte dalle singole organizzazioni, politiche e di movimento, sulla base di un atteggiamento coalizionale e non concorrenziale nei confronti delle altre, mirante in primo luogo a realizzare l’indirizzo politico generale condiviso da tutte. 

Antonio Zucaro

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1 Commento. Nuovo commento

  • Matteo Minetti
    29/01/2026 13:41

    Caro Nino, descrivi bene la situazione attuale ma la proposta è utopica. I partiti sono molto cambiati da quando è stata acritta la costituziione e oggi non esprimoni più progetti di societá alternativi, soltanto fazioni per la gestione dell’esistente con variazioni estetiche. Siamo nell’epoca dei Partiti Cartello dopo la fase, pure discutibile, dei Partiti Catch-all. Ne prla il Sociologo Lorenzo Viviani di cui ho scritto in passato https://rizomatica.noblogs.org/2025/02/minetti-evoluzione-dei-partiti/
    Se ci sono partiti e movimenti che hanno davvero un progetto di riforme sociali ( vanno bene anche solo riforma del fisco, riduzione degli orari di lavoro e salario minimo) devono impegnarsi a rispettare quel programma se vinceranno. Invece si chiama al fronte contro le destre, senza prendere impegni ma solo con generiche promesse e solidarietá internazionali impraticabili nella NATO.
    I partiti e i sindacati esistono, facciano la loro parte senza nascondersi dietro i movimenti.. non ci casca più nessuno nella favola della societá civile autorganizzata.
    I movimenti oggi sono le strutture periferiche dei partiti-cartello. O evolviamo o perdiamo.

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