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Se la Cina sia un paese socialista

di Luciano
Beolchi

Del bel libro di Pino Arlacchi[1] sulla Cina ci ha già parlato su questa rivista Alessandro Scassellati opportunamente inquadrando in particolare il suo sistema politico economico come “socialismo di mercato con caratteristiche cinesi”, definizione che conterrebbe essa stessa un ossimoro un ossimoro che fa coesistere il socialismo con il mercato: mentre il mercato, negli ultimi secoli, è sempre stato identificato con il capitalismo, come se non potessero esistere l’uno senza l’altro. Di conseguenza l’Occidente, guardando e riflettendo sugli sviluppi economici e sociali della Cina, ha preferito ascrivere l’esperimento cinese alla categoria del capitalismo di stato e non del socialismo.

Arlacchi invece separa le esperienze più o meno evolute di capitalismo di stato, sia nella forma di Keynesimo militare anticipato dalla Germania della Prima guerra mondiale e ripreso del regime nazionalsocialista, che nella forma di keynesismo non militare quali furono l’America del New Deal e la politica di nazionalizzazioni del Secondo dopoguerra in numerosi paesi europei.

È soprattutto grazie a queste ultime esperienze che si sviluppò l’equivoco che il capitalismo di stato sia caratterizzato in prima istanza dalle nazionalizzazioni, mentre viceversa il suo carattere fondante è la pianificazione. Da lì nasce un inevitabile conflitto d’interessi tra lo Stato che intende pianificare, tipicamente con un obiettivo di miglioramento sociale e/o di rafforzamento militare, e la ricerca capitalistica di profitto al cui servizio per sua natura si pone l’industrialismo ed che è governata – se così si può dire – dal caos.

Exploit di questo tipo – nel caso di uno sviluppo pacifico – possono durare per un periodo breve. Un paio d’anni durò il miracolo economico italiano all’inizio degli anni Sessanta – mentre prosperarono per periodi più lunghi i paesi affidati al keynesismo militare che essedo unicamente al servizio del profitto non si scontra con la disattenzione ai miglioramenti sociali, che quel tipo di piani non preventiva né progetta.

Anche il caso di successo del New Deal rooseveltiano divenne veramente tale solo con la guerra, perché nel 1938 i disoccupati deglli Stati Uiti erano ancora più di venti milioni. Solo il socialismo garantisce una pianificazione di lungo periodo e oggi in Cina si è giunti al XV° Piano quinquennale senza quelle interruzioni, che un cambio di regime inevitabilmente avrebbe imposto. Già questa continuità richiede che non siano tollerati cambiamenti radicali di programmi governativi come può accadere, e fatalmente accade, in un sistema parlamentare.

Tutto questo cerca di spiegare Arlacchi nel suo libro, anche se non spiega come la Cina di Mao e quella di Deng Xiaoping hanno risolto il problema dell’accumulazione primitiva del capitale che tanti contrasti suscitò in Unione Sovietica[2] – Il dibattito sull’accumulazione primitiva del capitale nella fase di transizione fu al centro della discussione politica ed economica dell’Unione sovietica per oltre dieci anni dopo la rivoluzione; questo in Cina non è accaduto , per lo meno a partire dal ritorno al potere di Deng che incoraggiò i capitali della diaspora cinese a rientrare nel paese facendosi garante della loro moltiplicazione.

Deng sosteneva che i principi del socialismo sono:

Lo sviluppo delle forze produttive

-La prosperità condivisa

In maniera meno sintetica, Arlacchi riassume così i grandi fattori strategici che ritiene abbiano reso la Cina ciò che è e anche di definirla un paese socialista[3].

1)       Il non espansionismo, cioè il sinocentrismo universalista, pacifico e inclusivo, legato a una radicata avversione alla guerra. La Cina, a partire dalla Cina imperiale, non ha una tradizione espansionista, ma piuttosto centripeta e che privilegia la coesione interna. Arlacchi aggiunge un’avversione storica al suprematismo razzista discutibile e alla violenza, un’avversione dalle molte eccezioni, anche perché la Cina non ha conosciuto una fase storica analoga all’illuminismo che esclude la coercizione violenta nell’esercizio della giustizia o nell’imposizione degli ordini.[4]

2)       La meritocrazia politica, derivata dalla tradizione degli esami per i mandarini o letterati imperiali che fu gradualmente sviluppata e codificata dal I secolo a.C. (v. Esami imperiali).

Gli esami sono alla base della formazione di un personale politico, amministrativo, militare e formativo di alta qualità.

3)       Un particolare sistema politico economico socialista, che Arlacchi definisce Socialismo 2.0 e che il capitalismo per il benessere collettivo invece di distruggerlo. Questo è possibile attraverso un forte controllo statale e il controllo del partito sullo Stato, quello che Arlacchi chiama “Socialismo di mercato con caratteristiche cinesi”.

Fin qui si può dire che Arlacchi abbia utilizzato l’interpretazione occidentale secondo cui il mercato è inscindibile dal capitalismo come modello economico-sociale. A partire da qui, imbocca un’altra strada: anche il socialismo può scegliere la via del mercato in un quadro socialista e non capitalista.

Prima di approfondire questi argomenti, è utile ricordare quello che fu in Urss il tema centrale del primo tentativo di successo di sviluppo delle forze produttive e contestualmente di miglioramento delle generali condizioni di vita, ossia l’accumulazione primitiva socialista. In altri termini, si trattava di decidere da dove un regime socialista privo di colonie, di capitali e di credito internazionale potesse ricavare i capitali necessari a quello sviluppo, ineguagliato dalle due esperienze, entrambe con un tasso di sviluppo del 10-12% annuo su lunghi periodi.

Questo tema è pressoché scomparso dai dibattiti cinesi fondamentalmente perché la Cina di Deng rispetto alla Cina di Mao aveva un enorme vantaggio strutturale, che era l’esistenza di una diaspora ben fornita di ingenti capitali che fu lieta di far rientrare in Cina una volta che Deng la rassicurò che nel loro paese sarebbero diventati più ricchi di quello che potevano diventare in terra straniera. E lui e i suoi successori mantennero l’impegno.

Il primo argomento di Pino Arlacchi a spiegare il successo della Cina è il non espansionismo, un argomento che aveva già colpito il suo maestro Giovanni Arrighi che aveva sottolineato la scelta politica di non allargarsi a distanza dei confini cinesi, anche quando il grande ammiraglio era perfettamente in grado di arrivare in Africa con le sue flotte tecnologicamente ben più avanzate di quelle europee e di raggiungere l’Europa via mare già nel XIV secolo.

Gli imperatori rimasero saldi su una politica di tributi, di commercio pacifico e di difesa dei confini.

Valori della Cina e dell’Europa

Il modo di pensare europeo, quello cinese  e quello indiano  nacquero verso la metà del primo millennio avanti Cristo e seguirono un percorso divergente che ha portato l’Europa – che la si voglia  collegare storicamente a quella delle polis greche, a quelle imperiali romane o, se si vuole, ebraica e cristiana – a una strategia di violenza, di prevaricazione e aggressione, mentre la Cina sulla scia del pensiero di Confucio e di Mencio, di Lao Tze, della scuola legalista e di quella Moista  viaggia piuttosto verso quella pacificazione interna che in Cina va sotto il termine di Tian xia, “tutti sotto un cielo”.

In Cina, per lo meno fino all’arrivo bellicoso dei bianchi occidentali, nel XIX secolo, non esistevano barbari, né furono considerati barbare, dopo una fase di reciproco adattamento, le due dinastie straniere che governarono pacificamente (o comunque con gli stessi metodi delle dinastie Han) la Cina per diversi secoli: la dinastia mongola nel Basso Medioevo e quella Manciù che fu l’ultima dinastia cinese. Del resto anche le dinastie che erano nate, in qualche caso, dalle innumerevoli rivolte contadine, nello spazio di brevissimo tempo si adattarono ai riti e alle tradizioni precedenti, ossia si identificarono e identificarono il sistema socio politico di cui restavano il perno con le posizioni di classe delle dinastie che le avevano precedute

Fu soprattutto a causa di queste visioni divergenti che l’Europa, tra 1300 e 1800, a malapena raddoppiò la sua popolazione (da 58 a 133 milioni l’Europa occidentale, senza la Russia), mentre la Cina la quadruplicava, da 100 a 381.

Se la Cina divenne stato unitario centralizzato nel 221 a.C., sotto la dinastia Qin, in Europa bisognò aspettare il Regno di Luigi XIV nel secolo XVI per vedere non un’Europa unita, ma il primo stato nazionale, nel senso che possiamo considerare europeisticamente moderno: cioè uno stato che afferma e difende i suoi confini con la forza e con la violenza. Non che la Cina non sapesse usare la forza, ma secondo Sun Tzu “inanellare cento vittorie in cento battaglie non è l’acme dell’eccellenza. Sottomettere il nemico senza combattere è l’acme dell’eccellenza”. Che è quello che sta facendo ancora oggi la Cina di Xi Jin Ping.

La storia europea – se vogliamo considerarla in un quadro unitario – è la storia di duemila e cinquecento anni di conflitti e guerre di popoli e di stati. Da questo punto di vista, la storia della Cina è diversa e spiega anche la larga supremazia delle tecnologie e lo sviluppo delle forze produttive della civiltà cinese.

Questo non vuol la Cina non ha conosciuto l’imposizione coercitiva del potere e la resistenza: le oltre cinquanta grandi rivolte contadine che in qualche caso interessarono l’intera Cina e talvolta sostituirono la dinastia regnante con nuove dinastie promosse proprio attraverso quelle rivolte[5], ci dicono che anche in Cina si è sviluppata la lotta di classe, anche se, a differenza dell’Europa, queste lotte di classe plurisecolari non hanno portato al potere la borghesia e al successo il capitalismo; e tuttavia – e questo analogamente a quanto accaduto in Europa – anche in Cina, come in Europa, dalla lotta millenaria fu tra i contadini e l’aristocrazia latifondista si affermò una classe terza. In Europa fu quella borghese che, rifugiandosi nelle città, seppe sfuggire più delle altre alle stragi delle guerre contadine e anche ai disastri delle guerra, mentre in Cina chi garantì il potere bimillenario degli imperatori, fu la burocrazia di stato che impedì al potere feudale dell’aristocrazia fondiaria di affermarsi come potere egemone; e vietò altresì al formidabile ceto dei mercanti di assumere il potere creando così quella borghesia al potere che in Europa si impone da cinque secoli e. senza più avversari se non l’antagonista proletariato, dalla Rivoluzione francese.

In maniera sbrigativa si può dire che fu proprio grazie al governo di una classe sostanzialmente inerme, ma estremamente potente, che la Cina non conobbe il feudalesimo e il capitalismo – sul modello europeo – e lo fece a partire dalla fiducia nella superiorità razionale del proprio sistema che però non si preparò allo scontro bellico con gli occidentali quando questi si presentarono alle sue frontiere e, come prima cosa, s’imposero come mercanti di droga in cambio dell’argento cinese.

Eppure i cinesi che conoscevano la polvere da sparo secoli prima che gli occidentali la utilizzassero andarono allo scontro utilizzandola per i fuochi d’artificio piuttosto che per i cannoni. Come conseguenza dovettero subire un secolo di umiliazioni che i cinesi non dimenticheranno mai e che fece sì che, il più balordo monarca dei regnucoli europei e uno stuolo di intellettuali e pseudo tali, considerassero i cinesi “un popolo di selvaggi” così come oggi li considerano un popolo di magliari ed evasori fiscali. Ma gli errori di giudizio alla fine si pagano cari.

L’economia di mercato

Già nelle sua ultima opera significativa Problemi economici del socialismo, Stalin, dopo quasi trenta anni di anni di esperienza nella costruzione del socialismo, spiegò che ogni società che vive dello scambio di merci è una società di mercato e che sta ai comunisti orientare, dirigere e pianificare la società di mercato, non inventando nuove leggi economiche, come suggeriva all’epoca qualcuno dei suoi più rivoluzionari compagni, ma servendosi di quelle leggi – e governandole – al fine di sviluppare le forze produttive e produrre prosperità condivisa. I saggio Staliniano, in genere ignorato e spesso sbeffeggiato, ha dei punti di analogia stupefacenti con gli scritti e i discorsi di Deng, anche se l’Urss seguì una strada diversa e fallimentare rispetto a quella da lui indicata.

Da questo punto di vista si può dire, per quanto ciò possa apparire paradossale, che fu Deng e non Mao, il miglior interprete e successore dell’ultimo Stalin e in questo senso la Cina dei “cinquanta anni di sviluppo” è più figlia di Stalin che di Mao, ma questa Cina non avrebbe potuto fare la sua comparsa sulla scena della storia se Mao non avesse dato la sua interpretazione e attuazione della Rivoluzione proletaria dando, un esito alle lotte di emancipazione dei precedenti cinquemila anni e inserendola nella spinta che era partita dalla Rivoluzione d’ottobre, senza la quale neanche la Cina avrebbe potuto trovare la strada che prima le ha restituito sovranità e indipendenza e poi le ha permesso di sopravanzare nello sviluppo ogni altro paese, dimostrando ancora una volta che solo la pianificazione socialista può ottenere risultati di lunga durata distribuendoli tra i più vasti strati di popolazione.

Altri paesi sono diventati ricchi, ma il loro successo è avvenuto a scapito di paesi assoggettati e derubati quando non schiavizzati, non ha avuto né la durata e la continuità dei due grandi esperimenti socialisti e soprattutto non è stato distribuito in maniera ragionevolmente equa, ma solo aumentando a dismisura le disuguaglianze anche all’interno dei paesi più statisticamente opulenti dove, le classi povere e poverissime costituiscono da un terzo a metà della popolazione.

Se la Cina sia un paese socialista

Pino Arlacchi ha risolto in senso positivo il dubbio di Giovanni Arrighi: se cioè la Cina fosse o meno un Paese socialista. Non più un socialismo come fase di transizione verso il comunismo (a ciascuno secondo i suoi bisogni) e non un socialismo internazionalista. I dieci principi di Bandung sono diventati una base di quel socialismo e tra di essi ovviamente la non ingerenza negli affari interni degli altri Paesi, ma non sono contemplate né l’unione né la dittatura del proletariato. Per questo non c’è da aspettarsi dalla Repubblica Popolare Cinese nessuna Internazionale socialista e l’organizzazione dei Brics segue più il percorso di Bandung che quello delle Internazionali.

È ben vero che l’Urss sciolse la Terza Internazionale già nel 1943 e fu forse l’unico paese che con Stalin credette in un centro mondiale decisionale nel quale la diplomazia si sostituiva, per quanto possibile alla guerra (v. i tre volumi de La storia della diplomazia di Potemkin), ma i suoi successori scivolarono riluttanti in quella che i cinesi chiamarono socialimperialismo, ossia un imperialismo armato di buone intenzioni come lo era, tra i partiti socialdemocratici, di Occidente il colonialismo benintenzionato.

Ne consegue che l’internazionalismo socialista o comunista è stato cancellato dall’agenda. Il veicolo attraverso cui passa la buona politica internazionalista sono i Brics, ai quali non si richiede né di che stoffa è fatto il regime di Governo interno, né che non perseguano la loro politica regionale. Da parte loro i cinesi cercano di vedere i conflitti che li riguardano come problemi da risolvere e non come nemici da affrontare. Emblematico è il caso di Taiwan e vincere senza fare una sola battaglia è l’eccellenza, non vincere cento battaglie.

A differenza degli Usa la Cina non è costretta a decidere come schierare le proprie forze e a chiudere un fronte se ne vogliono tenerne aperti o aprirne degli altri, come succede all’America di Trump o alla Russia di Putin. Hanno sostenuto la Russia senza bisogno di schierare truppe e sostengono il Venezuela fin dove e come decideranno di farlo. In questo possono anche usare stratagemmi, bluff, guerra ibrida, spionaggio e finzioni.

La Rpc è in pace dai tempi della guerra di Corea, al tempo in cui alla testa dello schieramento comunista c’era l’Urss che le impose di andare in soccorso dei coreani. Dopo di allora ci furono solo scontri con l’Urss che furono un modo di sottrarsi all’egemonia sovietica e altri scontri di frontiera con l’India e col Vietnam.

Un curriculum modesto rispetto alle oltre 50 guerre non dichiarate, ma materialmente fatte dagli americani.

La meritocrazia cinese

La meritocrazia politica è un fattore parecchio ignorato dalla mentalità occidentale, mentre in Cina ha una tradizione plurimillenaria ed è erede del sistema degli esami, codificato formalmente sotto la dinastia Sui (581-618 d.C.), anche se le prove di selezione erano già conosciute sotto la dinastia Han (206 a.C.-220 d.C.). I dipendenti pubblici di alto grado, anche oggi, devono superare attraverso un esame molto selettivo, che inizia con prove scritte e orali. L’anno scorso, circa 3.700.000 persone si sono iscritte agli esami per 37.000 posti nella pubblica amministrazione che durano due giorni. L’età massima per accederci è di 37 anni per i non laureati e 43 per i laureati. L’età pensionabile è cresciuta da 50 a 55 anni per le donne con lavori manuali, da 60 a 63 anni per gli uomini.

Fin dalle origini, il sistema meritocratico è però appesantito dalla corruzione. L’altra sua caratteristica è che non esiste la ripartizione tra potere legislativo, esecutivo e il giudiziario. Il “giudice” assorbe tutte e tre queste funzioni. La magistratura non è indipendente, ma espressione dell’esecutivo e del partito che, con i suoi cento milioni di membri, è un corpo sociale complesso. Il presidente della Repubblica è oggi anche segretario del Partito e capo delle Forze armate, anche se non è sempre stato così.

È il partito che nomina i funzionari, ad eccezione di sindaci e amministratori di piccole comunità che vengono eletti. La presenza del partito è capillare e ubiqua, anche se non interferisce con la vita quotidiana dei cittadini. Il partito è il “moderno principe” e organizza la vita del popolo e il suo consenso tramite la gestione dei beni comuni.

Arlacchi spiega che gli alti funzionari non sono docili burocrati, né semplici carrieristi e arrivisti: dato il loro ampio potere vengono misurati sui risultati ottenuti, sulla capacità inventiva, sulla partecipazione popolare, tanto è vero che il sistema cinese è nello stesso tempo centralizzato come era quello sovietico e nello stesso tempo decentralizzato, fino a sfiorare il federalismo, secondo un progetto che aveva cercato di sviluppare anche Chruščëv, che però non aveva alle spalle la storia e la tradizione cinesi. Questo partito, fin dalla rivoluzione, aveva assorbito e integrato gli intellettuali. Nella lista Fortune, sulle prime 500 imprese al mondo, la Cina ne conta 135, di cui circa 1/3 pubbliche, 1/3 interamente private e 1/3 miste, con una significativa partecipazione di privati.

Ogni storia di successo della Cina moderna contempla anche un’entità locale che fin dal principio la segue nella sua crescita. Di successo sono anche le oltre 2.500 Zone economiche speciali e le Aree metropolitane, nonché la fittissima rete di comunicazioni (autostrade, Tgv, dighe e canali, porti e aeroporti, reti di comunicazione e nuove città). Il grande potere porta con sé grande corruzione. Xi Jin Pin è intervenuto con decisione: tra 2013 e 2023, sono stati processati 5 milioni e 400.000 membri del partito, tra cui Zhou Yong Kiang, il nuovo Mao, nel 2014.

L’attuale regime socialista cinese e l’internazionalizzazione

Se c’è una cosa che i comunisti cinesi hanno ricavato dalle loro esperienze è che nella fase di transizione socialista (ammesso che una volta esaurita quella fase ci sia, a seguire, qualcosa che si può chiamare comunismo: «tutti felici e a ciascuno secondo i suoi bisogni, da ciascuno secondo la sua ispirazione»), nel rapporto competitivo tra Stati, nulla cambia se gli Stati sono socialisti o meno. Anzi, in una certa qual misura l’inevitabile conflitto ideologico non fa che rendere più facile l’immanente conflitto tra Stati socialisti. L’esperienza dei conflitti con l’Unione Sovietica e col Vietnam, ma anche i conflitti tra Vietnam e Cambogia hanno fatto riflettere la dirigenza cinese che non è nell’interesse cinese che gli innegabili vantaggi competitivi offerti dal “sistema socialista di mercato con caratteristiche cinesi” vengano estesi ad altri Stati – e in particolare a Stati grandi e potenti che un domani potrebbero diventare potenti avversari, come è stata la Russia sovietica.

Anche se non lo dicono chiaramente, sono gli ultimi a desiderare che il resto dell’umanità prosegua sulla via del progresso con metodi socialisti. Non è per non spaventare i regimi capitalistici e quelli ancora più arretrati che non ne parlano, ma proprio perché non ne auspicano la comparsa, avendo fatto l’esperienza che è più facile andare d’accordo con reazionari e conservatori che con altri regimi socialisti. A differenza degli anni Sessanta e Settanta, sono estremamente restii a promuovere e ad appoggiare nel mondo partiti e movimenti che s’ispirano al socialismo cinese, come fu allora nei confronti dei partiti marxisti-leninisti cosiddetti “maoisti”, che in quella fase sorgevano come funghi.

A parte alcuni rapporti consolidatesi nel tempo come quelli con i naxaliti indiani e il Partito comunista nepalese, i rapporti con Cuba, la Corea del Nord o lo stesso Venezuela, non si reggono su una comune ideologia sottolineata ed esaltata, ma sulle stesse basi che la Rpc tende a stabilire con gli altri Paesi dei Brics: niente a che vedere con l’internazionalismo proletario. Ci sono dei segnali di cauto avvicinamento a partiti progressisti e persino qualche invito in Cina è stata recapitato alla dirigenza di qualche partito comunista, ma niente di più di quanto viene proposto alle dittature militari pseudo socialiste dell’Africa occidentale.

Ciò detto, si può continuare a sostenere che quello cinese è un regime socialista di stampo marxista? Non per motivi ideali, ma per motivi di convenienza pratica razionale la Cina preferisce la pace alla guerra, ma considera la guerra come un’opzione che è nell’ordine delle cose e non solo la guerra difensiva, ma anche quella offensiva. Il socialismo può considerare la guerra un’opzione valida e continuare a chiamarsi tale?

L’Unione Sovietica nei settant’anni di esistenza ha sempre vissuto preparandosi ad affrontare la minaccia di una guerra e ha anche sostenuto operazioni belliche offensive; e tuttavia ha per lo meno cercato di costituire un sistema di alleanze che facesse della coesistenza pacifica una comune ideologia. La differenza con la Cina è che questa non intende costituire un fronte unico di Paesi pacifisti; e i Brics sono disposti ad accettare Stati in perenne conflitto tra di loro come India e Pakistan o anche potenze bellicose come l’operazione militare speciale russa, il conflitto a bassa intensità dell’Iran e si muove con cautela in mezzo ai conflitti africani.

Diciamo che prende il mondo così com’è, senza dare mostra di volerlo cambiare se non nell’interesse della Cina e per quanto le compete. È sicuramente consapevole che le molte questioni ambientali, dal riscaldamento globale all’impiego delle energie fossili, all’inquinamento degli oceani, allo smaltimento dei rifiuti, non si risolvono sulla base delle iniziative di singoli Stati, ma esigono una collaborazione globale. In alcuni settori, come quello delle energie rinnovabili, fa molto di più degli altri. Tuttavia, anche qui più che l’interventismo socialista di stampo sovietico – pensiamo al socialismo idraulico degli anni Trenta – sembra utilizzare il metodo confuciano, senza avventure esaltanti, come fu per l’Urss quella che chiamarono “conquista dello spazio”.

La Cina ha abbandonato l’utopia socialista e il metodo rivoluzionario, divenuto incompatibile con il conservatorismo confuciano e sul piano teorico, Chang Ching aveva ragione quando nel 1974 lanciò la campagna «Contro Lin e contro Fu». Si può dire che attraverso quella campagna dimostrò di aver capito dove avrebbe portato la politica di Deng e di Chou; diverso, se non proprio l’opposto, di quel progresso per via di precipitazioni rivoluzionarie, di cui la grande rivoluzione proletaria era solo la prima.

Il secolo XIX fu chiamato il secolo dell’Asia, dove l’Asia fu fondamentalmente la vittima dell’Occidente e dall’ Occidente praticamente schiavizzata. Il secolo XX fu quello della rivolta che vide alla testa India, Cina e Indocina – il centro dell’Asia – e che ancora vede in lotta le sue grandi periferie: Medio Oriente, Indonesia e Filippine.

Oggi non è la Cina che vede la salvezza del mondo nell’internazionalismo proletario, un elemento imprescindibile del socialismo scientifico marxiano e dunque il socialismo cinese è indiscutibilmente diverso dal socialismo marxiano e non tanto per come ha affrontato la transizione, ma perché ha respinto l’internazionalismo proletario, la grande forza e la grande utopia e ha messo in soffitta lo slogan marxiano “proletari di tutti i paesi unitevi” e anche l’aggiunta Leniniana “popoli di tutti i paesi unitevi”.

Di sicuro gli slanci formidabili che i popoli sovietici fecero conoscere al mondo, in sostegno dei minatori inglesi nel 1926, della Repubblica Spagnola dieci anni dopo e della lotta per la pace negli anni cinquanta non vengono imitati dai cinesi di oggi né sembra che i suoi dirigenti li sollecitino a farlo. Il messaggio che arriva dal socialismo cinese è un altro. Non saremo con voi. ma neanche contro di voi ed è necessario che i marxisti internazionalisti ne traggano le conseguenze e imparino a fare da soli.

Luciano Beolchi

 

[1]             Pino Arlacchi, La Cina spiegata all’Occidente, Fazi Editore, 2025.

[2]             Sempre che non si pensi a una sostanziosa iniezione di capitali dei cinesi della diaspora.

[3]             Con ciò rispondendo alla questione lasciata aperta da Arrighi.

[4]              E ancora all’inizio del ‘900 la tortura faceva parte delle procedure giudiziarie.

[5]             Senza dire delle migliaia di rivolte contadine minori che segnarono la lotta di classe nei cinquemila anni e passa della lotta di classe nel paese.

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