editoriali

La fine del ciclo delle guerre periferiche

di Franco
Ferrari

Non è facile prevedere l’impatto nel medio e lungo periodo del ritiro degli Stati Uniti dall’Afghanistan deciso dal Presidente Biden. Nell’immediato ha colpito la pessima gestione della fase finale di un intervento militare americano diretto durato vent’anni (quello indiretto, con i finanziamenti ai mujaheddin antisovietici, risale all’inizio degli anni ’80). Probabilmente ci si aspettava che il governo afghano riuscisse a resistere qualche mese se non qualche anno all’avanzata dei talebani. Un tempo sufficiente a non far sembrare, quella statunitense, una fuga precipitosa e male organizzata, come di fatto è stata.

Ora il Presidente Usa paga un prezzo politico elevato sia all’interno che sulla scena globale. Ma il bilancio definitivo dipenderà molto dall’evoluzione della situazione nelle prossime settimane. In fondo gran parte dell’opinione pubblica statunitense era favorevole al ritiro dall’Afghanistan, ma ora non apprezza l’idea che il suo Paese si trovi incastrato nel ruolo del “perdente”.

In ogni caso, l’esito fallimentare dell’avventura afghana (sancito dal crollo immediato di una struttura politica e militare costruita e sostenuta per due decenni da Washington) sembra indicare la possibile chiusura di un ciclo politico globale che si è aperto con la caduta dell’Unione Sovietica. Emersi come vincitori della lunga Guerra Fredda, gli Stati Uniti (con qualche differenza tra Repubblicani e Democratici, ma entrambi impegnati nell’avviare conflitti militari “senza fine”) si sono visti come la potenza egemone a livello globale e in quanto tale si sono assunti la funzione di dare un nuovo assetto all’ordine mondiale tra gli Stati. Una volta finita la divisione tra due blocchi politico-ideologici, gli interventi militari hanno soprattutto colpito Stati marginali, senza un grande valore economico e strategico (con la parziale eccezione dell’Iraq), con l’obbiettivo di imporre un certo modello politico, economico e sociale, ritenuto esportabile anche con l’uso della forza. La giustificazione della lotta contro il terrorismo non è stata sufficiente a delineare un nuovo contrasto globale equivalente a quello, ormai esauritosi, con il blocco socialista, utilizzabile come strumento di mobilitazione e di legittimazione.

Biden aveva già espresso chiaramente in campagna elettorale la necessità di un cambiamento nella presenza internazionale degli Stati Uniti. Non era più utile impelagarsi in guerre locali che diventavano interminabili e che si sono rivelate impossibili da vincere. Lo si era già visto chiaramente in Afghanistan e prima ancora con l’Iraq. In Libia, gli Stati Uniti di Obama si erano fatti trascinare dalle velleità militariste e neo-coloniali di Francia e Gran Bretagna, ma si erano poi disinteressati dell’esito del conflitto, lasciando altri a finire nelle sabbie mobili del dopo-Gheddafi. Nella vicenda siriana, benché ci fosse una spinta molto forte anche all’interno dell’Amministrazione democratica, si erano fermati prima di essere coinvolti in un conflitto militare di ampie dimensioni, pur non facendo mancare varie forme di intervento indiretto.

Il Presidente americano ha poi cercato di razionalizzare la decisione di lasciare l’Afghanistan al suo destino spiegando che l’intento principale dell’azione militare era combattere il terrorismo e non di realizzare un’operazione di “Nation-Building” (costruzione di una nazione). In realtà entrambe le operazioni si sono rivelate del tutto sbagliate come aveva già a suo tempo segnalato il movimento contro la guerra. Il “terrorismo” non è affatto un soggetto omogeneo e spesso è risultato legittimato e non indebolito dalle azioni di guerra occidentale. E il processo di costruzione di una nazione si è rivelato impraticabile in una fase, quella del capitalismo globalizzato e neoliberista, che ha determinato una crisi dello Stato-nazione. In questo contesto, che non è né quello della formazione degli Stati europei durante l’800, ma nemmeno quello successivo al secondo conflitto mondiale, quasi tutti gli interventi militari occidentali hanno portato alla creazione di “Stati falliti”, anche laddove qualche pur precaria costruzione statuale già esisteva, ma costruita sulla base però di ideologie molto lontane dal “Washington Consensus” (che ha definito l’insieme dei principi delle politiche liberiste).

Il fallimento afghano (al quale ha contribuito pure Trump con la sua trattativa diretta che aveva nei talebani gli unici interlocutori riconosciuti) potrebbe rendere più precario lo spostamento di attenzione politica e strategica degli Stati Uniti verso il confronto con la Cina, elemento trasversale sia a Trump che Biden. Pechino rappresenta un concorrente molto ostico perché in grado di operare con successo sul terreno dell’economia e dello sviluppo tecnologico. La possibilità di un conflitto militare, che avrebbe esiti disastrosi, resta sullo sfondo, ma la nuova divisione del mondo che sembra profilarsi non avrà le stesse caratteristiche della vecchia contrapposizione USA-URSS. Non solo perché quest’ultima aveva decisamente perso il confronto economico e tecnologico, ma anche perché la Cina non si propone come guida di un blocco di Paesi dotati di un sistema interno modellato sul proprio.

La centralità della competizione con la Cina, conduce al secondo elemento chiave della politica di Biden. La ricostruzione della legittimazione interna del modello di capitalismo americano. Il Presidente democratico cerca di rompere la polarizzazione politica e sociale che attraversa gli Stati Uniti. Ma il fronteggiarsi di due schieramenti mossi da visioni ideologiche che sembrano incomponibili ha una base sociale nella separazione tra la parte del Paese che vive in un’economia dinamica, tecnologicamente avanzata, multietnica e multiculturale e la parte rurale, deindustrializzata, mossa da pulsioni religiose integraliste e da un individualismo estremo che attribuisce un valore assoluto al possesso di un’arma o al rifiuto di qualsiasi regola limitativa imposta per combattere la pandemia di Covid.

Le politiche di tipo keynesiano che Biden sta cercando di mettere in campo (investimenti pubblici su tutta la rete delle infrastrutture, ricostruzione del sistema di welfare, difesa del ruolo dei sindacati, finanziamenti per ricerca e istruzione) sono tutti considerati necessari per continuare a garantire agli Stati Uniti un primato mondiale che non ha solo un valore ideologico, ma produce benefici economici. Parte della ricchezza americana è dovuta al ruolo del dollaro e questa supremazia della moneta va difesa in molti modi, compresa la potenza militare.

La rinuncia degli Stati Uniti ad avviare conflitti militari in aree geografiche considerate marginali sembra essere un elemento comune all’establishment che ruota attorno a Biden come a quello che suggeriva le scelte di Trump. Orientamento che non va identificato con una visione “pacifista”. Semmai stimolerà il ricorso a forme di azione interamente basate sulle nuove tecnologie (in particolare i droni) senza impegno di militari a stelle e strisce, ma con l’elevata probabilità di produrre molte vittime civili.

Sensibilmente diverso è invece il rapporto tra politiche interne e proiezione internazionale tra il Presidente sconfitto (che ancora emette comunicati stampa in carta intestata contenente la dicitura “Presidente degli Stati Uniti”) e quello uscito vincitore dalle elezioni di novembre. La destra radicale trumpiana vede l’azione sulla scena globale come interamente fondata sull’azione dei rapporti di forza e come libera da ogni vincolo multilaterale. Al più condizionata, in alcuni ambiti, dagli orientamenti ideologici di settori di elettorato USA (come gli emigrati cubani in Florida o i cristiani fondamentalisti che aderiscono ad una visione millenarista del sionismo). Biden come abbiamo visto cerca di ricucire alcune delle spaccature sociali ed economiche che hanno indebolito il “modello” americano e la sua credibilità sulla scena mondiale.

Se i fatti confermeranno questo mutamento di fase nello scenario globale, quali spazi di iniziativa si possono aprire alla sinistra globale ed europea in particolare? Innanzitutto potrebbe risultare indebolita la credibilità di qualsiasi operazione di guerra che si basi su una retorica umanitaria o democratica, anche se questo avviene per un mutamento di orientamento delle classi dominanti statunitensi anziché sull’onda di un movimento di massa capace di fare pressione dal basso.

Non mancano in questi giorni editorialisti in Italia e in altri Paesi europei che pensano che sia l’Unione Europea (che si sarebbe ritrovata improvvisamente “orfana” dell’ombrello militare americano) a dover andare a combattere quelle guerre che gli Stati Uniti non intendono più scatenare in giro per il mondo. Un’idea che è nel contempo fallimentare e pericolosa. I problemi che attentano alla “sicurezza” dei cittadini europei sono legati ad una serie di crisi ambientali, sociali ed economiche che hanno bisogno di una rottura radicale con le politiche liberiste dominanti dagli anni ’80 ad oggi. Non certo di azioni militari che, come si è visto, aggravano quei problemi che vorrebbero risolvere e che costituiscono una sorta di neoliberismo armato da esportazione.

C’è un secondo aspetto che potrebbe aprire un terreno di iniziativa alle forze di sinistra. Il fatto che la competizione tra Stati Uniti e Cina si sposti sulla capacità di rispondere ai bisogni dei propri cittadini (un tipo di confronto che, fatta salva la differenza di contesto e di protagonisti, ha caratterizzato una fase della coesistenza pacifica tra l’Urss di Krusciov e gli Usa di Kennedy) può porre degli interrogativi agli europei. Al tentativo keynesiano di Biden corrisponde un’iniziativa di Xi Jinping che fa leva sul controllo e la limitazione del potere delle grandi aziende, soprattutto quelle che si basano sulle tecnologie digitali, sull’eliminazione della povertà e sulla riduzione delle diseguaglianze sociali. Fatto il necessario sconto alla retorica e alla propaganda ci sono però anche scelte politiche significative in entrambi i Paesi.

Può essere credibile invece un’Unione Europea che, passata l’emergenza del Covid, torni a giocare la carta dell’austerità di bilancio, della precarizzazione del lavoro, delle privatizzazioni e dello smantellamento dello stato sociale? In questo scenario in evoluzione, dove non mancano contraddizioni e pericoli di ritorni reazionari (di cui il popolo afghano è chiamato a pagare il prezzo per primo), quale sarà il ruolo dei popoli europei? E quale prospettiva indicano ad essi le forze di sinistra?

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