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La Cina è vicina*, e marcia insieme a noi

di Paola
Boffo

La Cina è un po’ più vicina dal 30 dicembre 2020, quando si sono conclusi in linea di principio i negoziati per un accordo globale sugli investimenti (Comprehensive Agreement on Investment – CAI) con l’Unione Europea, mantenendo l’impegno assunto al vertice UE-Cina nell’aprile 2019.

L’accordo globale in materia di investimenti[2] dovrebbe contribuire a riequilibrare le relazioni in materia commerciale e di investimenti tra l’UE e la Cina, attraverso un accesso meno limitato al mercato cinese da parte gli investitori dell’UE, a parità di condizioni, poiché stabilisce obblighi chiari per le imprese statali cinesi, vieta i trasferimenti forzati di tecnologia e altre pratiche distorsive, migliora la trasparenza delle sovvenzioni.

L’UE dichiara che le relazioni euro-cinesi sono fondate su valori comuni e sui principi dello sviluppo sostenibile, e comprendono impegni importanti in materia di ambiente e clima, anche per attuare efficacemente l’accordo di Parigi, nonché in materia di norme del lavoro.

Nelle conclusioni del Consiglio straordinario dei leader del 1 e 2 ottobre scorso, che ha dato il via libera all’accordo, si riaffermava l’approccio strategico alle relazioni UE-Cina definito nella comunicazione congiunta “UE-Cina – Una prospettiva strategica”, elaborata dalla Commissione e dall’alto rappresentante nel marzo 2019, nella quale si riconosce che “La Cina non può più essere considerata un paese in via di sviluppo, perché fa parte degli attori fondamentali a livello mondiale e delle principali potenze tecnologiche. La sua presenza sempre più diffusa nel mondo, compresa l’Europa, dovrebbe essere accompagnata da maggiori responsabilità nella promozione di un ordine internazionale basato su regole, così come da una maggiore reciprocità, non discriminazione e apertura del suo sistema. Le ambizioni di riforma espresse pubblicamente dalla Cina dovrebbero tradursi in politiche o azioni commisurate al suo ruolo e alle sue responsabilità.”.

Nel documento strategico si delineavano una serie di azioni in parte concretizzatesi nel negoziato appena concluso, come l’avvio, da parte della Cina, di negoziati sulle sovvenzioni all’industria nel quadro dell’Organizzazione Mondiale del Commercio, la necessità di migliorare l’accesso al mercato per gli operatori commerciali dell’UE in settori agroalimentare e digitale e di affrontare il problema della sovraccapacità in settori tradizionali quali l’acciaio e l’alluminio, nonché in quello dell’alta tecnologia.

Per quanto riguarda il clima, l’UE ha accolto con favore l’annuncio della Cina di conseguire la neutralità in termini di emissioni di CO2 entro il 2060 e ha ribadito la sua disponibilità a cooperare in materia di clima e biodiversità.

L’UE procederà conformemente alle norme giuridiche alla firma, alla ratifica e alla conclusione dell’accordo. Le due parti mireranno a concludere i negoziati sulla protezione degli investimenti entro due anni dalla firma dell’accordo.

Riguardo alla COVID-19, i leader dell’UE hanno sottolineato la necessità di continuare a sostenere lo strumento COVAX dell’Organizzazione mondiale della sanità e di rafforzare la cooperazione internazionale per prevenire e gestire meglio eventuali future pandemie. I leader dell’UE hanno inoltre invitato la Cina a partecipare pienamente agli sforzi multilaterali di riduzione del debito nel quadro concordato dal G20 e dal Club di Parigi.

Quanto ai valori comuni e alle norme in materia di lavoro l’ISPI commenta che “Il Parlamento europeo ha recentemente votato una risoluzione affinché il CAI includesse un impegno adeguato nel rispettare le convenzioni internazionali contro il lavoro forzato. Il riferimento diretto della risoluzione è la minoranza musulmana degli uiguri nella regione occidentale dello Xinjiang, dove – stando a diversi report – gli uiguri vengono concentrati in centri di detenzione in cui sono soggetti a lavori forzati, trattamenti degradanti e lavaggi del cervello. Dal canto suo, Pechino si difende affermando che si tratti di “Centri di formazione professionale” che aiuterebbero a combattere la povertà e l’estremismo diffusi nello Xinjiang. Secondo uno studio dell’Australian Strategic Policy Institute, nello Xinjiang ci sarebbero almeno 380 tra centri rieducativi, campi di detenzione e prigioni: un numero che è notevolmente cresciuto negli ultimi tre anni.
Tuttavia, anche se l’accordo 
non prevede una disposizione contro il lavoro forzato, dimostrando ulteriormente la reticenza cinese alla tutela dei diritti umani, la firma del CAI non esclude automaticamente che, in futuro, l’UE possa introdurre nuove sanzioni verso Pechino per le violazioni contro gli uiguri e le altre minoranze denunciate in questi anni.”

Al vertice internazionale del 30 dicembre l’UE era rappresentata da Charles Michel, presidente del Consiglio europeo, e da Ursula von der Leyen. A margine della riunione si è tenuto uno scambio di opinioni tra il presidente francese Emmanuel Macron, la cancelliera tedesca Angela Merkel e il presidente Xi, quale seguito dell’incontro avuto a Parigi nel marzo 2019.

La stampa ha riportato la collera di Conte per essere stato escluso dal vertice, tuttavia pare utile ricordare che le relazioni con la Cina sono parte importante dell’asse franco-tedesco, si pensi al vertice a 4 tra Emmanuel Macron, la cancelliera Angela Merkel, il presidente della Commissione europea, Jean-Claude Juncker, e il presidente cinese Xi Jinping, sulle sfide del multilateralismo. E che sarà la presidenza francese del Consiglio nel 2022 a fare il punto sulle relazioni UE-Cina, tra cui l’accordo globale in materia di investimenti e l’attuazione di tutte le sue dimensioni.

D’altronde il presidente in pectore Biden si è mostrato alquanto infastidito per questa fuga in avanti dell’UE, imposta da Germania e Francia, e poco prima di Natale l’amministrazione Trump ha varato nuovi dazi d’importazione sulle merci prodotte in Francia e Germania, nel contesto delle dispute commerciali in atto tra le due sponde dell’Atlantico sui colossi aerospaziali Boeing e Airbus, che comprendono anche “certain cognac and other grape brandies” ma l’Italia è rimasta fuori dalla nuova tranche di sanzioni (lo riporta Gabriele Correr su formiche.net.).

In effetti, da parte sua, l’Italia si era portata avanti con il memorandum del 23 marzo 2019, che statuisce l’adesione italiana alla Belt and Road Initiative (BRI) nota anche come Nuova Via della Seta, un piano di investimenti e infrastrutture che lega gli interessi commerciali della Cina a una lista di oltre 100 Paesi. Il memorandum, non essendo un trattato internazionale, non prevede obblighi né vincoli, ma il rafforzamento dei rapporti politici e dei legami economici, e a promuovere la cooperazione fra i rispettivi popoli. Per inaugurare la collaborazione, insieme al Memorandum sono stati firmati 29 accordi istituzionali e commerciali per un valore totale di 2,5 miliardi di euro.

È di pochi giorni fa anche la nascita del gruppo Stellantis, dalla fusione tra FCA e PSA, che forma il quarto gruppo mondiale dell’automotive, con primi azionisti la Exor degli Agnelli con 14,4%, la famiglia Peugot 7,2%, lo Stato francese 6,2%, la Dongfeng Motor Corporation, con sede a Wuhan, fondata da Mao Zedong nel 1969, 5,6%.

La Fiom dice che “è un cambiamento storico per l’industria automobilistica. Questo cambiamento in Italia può rappresentare una possibilità di invertire un trend sul piano produttivo, occupazionale. C’è un potenziale enorme di capacità di ricerca e sviluppo, di progettazione, di componentistica e di assemblaggio su cui investire.” E promette di dare il suo contributo per un nuovo accordo per un piano di investimenti fondato sull’occupazione in Italia attraverso il rilancio dell’automotive innovando sulla mobilità, sulla propulsione ecologica, sulla guida assistita.

La Fiom lamenta l’immobilismo dei governi che si sono succeduti, la mancanza di confronto, di un piano organico sul settore e il fatto che siamo l’unico Paese interessato dalla fusione senza una legge sul ruolo dei lavoratori.

Anche Maurizio Landini, oggi su Repubblica, dice che “torna la centralità industriale della produzione di mezzi per il trasporto di persone e merci. E questo accade mentre l’Europa ripensa, con il Next Generation Eu, le logiche della mobilità, della sostenibilità ambientale e digitale mettendo a disposizione degli Stati miliardi di euro come non se ne erano mai visti, in una logica, in più, di condivisione del debito”… ma “occorre fare sistema, cosa che fin qui non si è visto: ciascuno faccia la sua parte: l’impresa investa sull’innovazione, la qualità del lavoro e l’occupazione; il governo fissi le linee di politica industriale necessarie in una logica europea”.

Inoltre, come informa Bo Live dell’Università di Padova in un articolo molto interessante, l’ultimo giorno del 2020 il governo cinese ha approvato l’uso del vaccino di casa sviluppato da Sinopharm (azienda farmaceutica controllata dallo Stato) in collaborazione con il Beijing Institute of Biological Products, dichiarandone un’efficacia del 79%.

Diversamente dagli e Usa e soprattutto dall’Europa, la Cina oggi non ha bisogno del vaccino per uscire dalla fase più critica della pandemia. Le misure messe in campo da Pechino già dalla prima ondata hanno abbassato la curva dei contagi e i rigidi sistemi di sorveglianza hanno mantenuto sotto controllo le nuove infezioni.

La bassa circolazione del virus in patria ha fatto sì che i trial clinici dei vaccini cinesi venissero effettuati all’estero, in Paesi come gli Emirati Arabi Uniti (dove sono stati reclutati partecipanti provenienti da 125 Paesi diversi), Egitto, Turchia, Pakistan e Indonesia, snodi chiave della Belt and Road Initiative (BRI), ma anche al di là dell’Oceano Atlantico, in Sud America – Brasile, Argentina, Cile (quest’ultimo partner della BRI) – e in Messico.

A maggio il presidente Xi Jinping aveva annunciato all’Assemblea dell’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) che quando il suo Paese avrebbe avuto un vaccino contro CoVid-19 lo avrebbe reso un bene pubblico globale. L’annuncio arrivava poco dopo la dichiarazione di aprile del presidente statunitense Donald Trump di tagliare i fondi all’Oms.

Sullo scacchiere globale, dunque, se da un lato i vaccini più costosi, innovativi e (per ora) più efficaci sono stati ad oggi autorizzati e acquistati dai Paesi più ricchi che possono permetterseli, dall’altro si sta delineando un mercato parallelo, più vasto e non necessariamente meno redditizio, per i Paesi meno ricchi. La Cina è interessata a entrare con decisione in questo mercato, offrendo il vaccino certamente come cura, ma anche come strumento di scambio diplomatico.

Non c’era bisogno della pandemia per dimostrare che la Cina ha ridisegnato da molto tempo gli equilibri geopolitici, sebbene la rissosa Europa, come abbiamo visto, se ne sia accorta solo nel 2019.

La Cina è vicina è un film del 1967 diretto da Marco Bellocchio, il suo secondo lungometraggio dopo I pugni in tasca. Il titolo del film riprende quello del libro omonimo di Enrico Emanuelli scritto nel 1957. Per il film Bellocchio vinse il Leone d’argento al Festival di Venezia del 1967. Nelle teche RAI c’è un’interessante intervista a Bellocchio per l’uscita del film, dove si vede il regista in eskimo alla macchina da presa.

[2] Tutte le informazioni si trovano sul sito della Commissione: https://ec.europa.eu/commission/presscorner/detail/it/ip_20_2541

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