Inaccettabilità permanenti

di Stefano
Galieni

Durante la notte di lunedì 3 gennaio sono riusciti a sbarcare i 269 richiedenti asilo salvati in due diverse operazioni dall’Ong spagnola Proactiva Open Arms. Uomini, donne e minori, di cui 56 non accompagnati, scappati dalla Libia, rifiutati da Malta e che, nonostante un mare pessimo hanno raggiunto in salvo Porto Empedocle. Si tratta della missione n 79 compiuta in pochi anni e nonostante le limitazioni imposte dai diversi governi italiani – per una di queste l’ex inquilino del Viminale Matteo Salvini, che aveva per giorni impedito l’attracco è ora a processo – e i salvataggi sono stati effettuati proprio il 30 e il 31 dicembre. I minori non accompagnati, tutti risultati negativi al covid sono stati portati a terra mentre gli altri si trovano su una “nave quarantena” (le imbarcazioni adibite a garantire che nell’isola non giungano persone positive) dal nome emblematico, Equipaggio in quarantena, vietata la navigazione all’Open Arms, Rhapsody“. Fino a ieri Open Arms era la sola ong con una imbarcazione nel Mediterraneo Centrale, ora quel tratto di mare è rimasto è rimasto deserto anche se da Marsiglia è da poco partita l’Ocean Viking di SOS Mediterranèe. La nave di Open Arms è tenuta all’ormeggio in un punto delimitato da cui non può muoversi e ha dovuto issare la “bandiera gialla” (in codice internazionale Q). Nessun allarme ma l’equipaggio è sottoposto ad isolamento fiduciario nella rada, secondo quanto richiesto dalla direzione Usmaf- Sasn (Ufficio di Sanità Marittima e Aerea di Frontiera – Servizi Assistenza Sanitaria Naviganti) di Palermo. La Capitaneria di porto ha ovviamente disposto il fermo della nave per la quarantena, il divieto alla stessa di spostarsi e il divieto a chiunque di avvicinarsi entro i 300 mt, salvo che per il necessario rifornimento o emergenze varie. Molto probabilmente, al termine della quarantena, verranno effettuate ispezioni a bordo e ci sono ampie possibilità che la procura disponga un fermo cautelativo alla faccia degli entusiasmi derivanti dalla riforma Lamorgese.

Nel frattempo Alarm Phone, dà notizia dell’ennesima imbarcazione che, dopo aver chiesto inutilmente aiuto a Malta senza ottenere risposta, sarebbe stata ripresa da una motovedetta libica e riportata nel porto di Sabratha da cui era partita due giorni prima, altre 90 persone almeno torneranno a subire torture e vessazioni nei centri di detenzione libica rafforzati dalla collaborazione italiana. Non bisogna infatti dimenticare che grazie al Memorandum Of Understanding, l’accordo firmato dall’allora ministro Minniti e rinnovato a febbraio scorso dalla ministra Lamorgese, la collaborazione economica e di supporto al governo di Serraj resta immutata, l’importante è che non partano persone o che quantomeno ne arrivino di meno. Le partenze, anche a causa della pandemia, si sono ridotte nell’anno appena terminato, secondo i dati del ministero dell’Interno, sono giunte, via mare 34154 persone, la maggior parte attraverso le piccole imbarcazioni partite dalla Tunisia.

Oltre 1000, secondo l’Organizzazione Mondiale per le Migrazioni (OIM) quelle che con sicurezza hanno perso la vita, 3 persone al giorno.

Il 18 dicembre scorso, l’Agenzia dell’UE per i Diritti Fondamentali (Fra) ha presentato un rapporto in cui si evidenzia con preoccupazione il fatto che delle 12 navi umanitarie che operano in questa area, sette sono ancora bloccate per procedimenti legali a loro carico legate alle misure introdotte col Codice di Condotta di Minniti e rafforzate dalle leggi Salvini solo da poco parzialmente rimosse. Altre due navi risultano ferme per manutenzione o per una forma cautelativa di sospensione delle attività dovuta alle misure anti covid, Restano operative la Aita Mari -Proyecto Maydayterraneo, dell’ong spagnola Salvamiento maritimo Humanitario, che sta intervenendo sulla dimenticata zona SAR (Search And Rescue) atlantica e appunto la Open Arms.

Non ci sono le navi di Frontex e di Euronavfor-Med, non si parla minimamente di missioni europee di soccorso e di intervento, chi parte rischia la morte senza alcuna possibilità. Possono solo sperare solo nel contatto telefonico di Alarm Phone e nel fatto che potrebbe intervenire, ma con scarsa possibilità, qualche motovedetta della marina italiana.

Come dicono le agenzie più serie di ricerca il numero di morti in mare, in termini assoluti è diminuito ma il tasso di mortalità nel Mediterraneo Centrale, calcolato in base al numero di persone che hanno cercato di raggiungere l’Europa (definito “attempted crossing”, che comprende il numero di arrivi sulle coste maltesi e italiane sommato al numero di persone intercettate o riportate indietro dalle autorità marittime libiche o tunisine in un anno) e coloro che sono morti provandoci è salito dal 2 per cento del 2015 al 5 per cento del 2019, pari a una persona ogni 21. Considerando soltanto coloro che arrivano in Italia questo tasso sale quasi all’8% ovver un morto ogni 13 persone che arrivano. Chi soccorre, altro che porti aperti, viene fermato senza soluzione di continuità, l’esempio più forte è quello di Pia Klemp, capitana delle navi Sea Watch e Juventa, che ha interrotto la sua attività perché nel 2018 è stata sospettata di aver “collaborato” con i trafficanti libici e rischia una lunga pena detentiva.

Sempre leggendo il rapporto di Fra, dal 2016 sono52 i procedimenti avviati da i vari governi europei, Italia in testa, per fermare le navi umanitarie. Solo colpa di Salvini? Negli ultimi 6 mesi sono partiti altri nove nuovi procedimenti, quasi tutti dall’Italia, di cui quattro basati su “irregolarità tecniche legate alla sicurezza marittima”. Difficile non vederci delle forzature di origine politica. Fra le ragioni: il numero dei passeggeri, le misure di sicurezza (cfr la Sea Watch 4 bloccata da 5 mesi a Palermo per una lunga lista fra cui alcune luci non funzionanti) o altre ragioni di carattere totalmente arbitrario. Se, come probabile, dalla Libia riaumenteranno le partenze il risultato, stante queste condizioni e in assenza di azione europea, porteranno a far aumentare il numero delle vittime di una guerra mai dichiarata ma che ha riempito il Mediterraneo di cadaveri, quasi una pandemia.

Ma oggi i media mainstream si sono accorti di un altro fronte e di altre frontiere in cui non si è mai smesso di morire e che viene definita Balkan Route

Ormai da anni, da quando lo scoppio del conflitto in Siria ha portato milioni di persone a fuggire, in tante e tanti cercano di raggiungere l’Europa a piedi o con mezzi di fortuna, attraversando i paesi balcanici in cui gli effetti di una guerra conclusa venti anni fa ancora pesano. La frammentazione dell’ex Yugoslavia, al di là delle valutazioni politiche, non ha portato ad un nuovo stabile equilibrio o a prospettive di crescita. Croazia e Slovenia, con modalità e tempi diversi fanno oggi parte dell’UE, la Bosnia – Herzgovina è un “non Stato” sottoposto ad infinite tensioni interne ed esterne, la Serbia cerca un suo equilibrio difficile, il Kosovo è ancora incerto sul suo futuro, la Macedonia sta trovando una sua strada.

Ma i tentativi di entrare in Europa non si sono mai fermati, spesso si tratta di interi nuclei familiari che percorrono a piedi o con mezzi di fortuna i tanti chilometri che li separano dal sogno dovendosi perennemente nascondere. Le polizie di frontiera dei singoli Stati utilizzano ogni mezzo per dare la caccia ai fuggitivi, fili spinati, cani addestrati, violenze di ogni tipo, questo in territori in cui spesso il freddo e le intemperie non danno tregua. Raramente vogliono fermarsi in Italia, gli obiettivi sono altrove, più a nord, ma il passaggio ai confini italiani, nei pressi di Trieste o Gorizia, nelle zone meno battute dai militari, guidati da qualche passeur sono la norma.

Ma quando entrano raramente riescono a chiedere asilo o protezione. Nella maggior parte vengono rimandati in Slovenia. I minori troppo grandi vengono fatti passare per maggiorenni e rimandati indietro. Dalla Slovenia, come in un tragico gioco dell’oca rispediti in Croazia e da lì in Bosnia, senza veder rispettato alcun diritto.

Ora il bubbone è esploso, nel Cantone di Una Sana, in Bosnia Erzegovina, attualmente sono almeno in 1700 in totale sofferenza. Il campo di Lipa in cui erano in parte ospitati, è stato chiuso anche in seguito ad un incendio e non garantiva protezione dalle intemperie, ci restano 900 persone mentre gli altri 800, molti i bambini, vivono all’aperto, nel rigido inverno balcanico.

La risposta europea non si è fatta attendere, come fatto in maniera più ampia con la Turchia e poi ripetuto con vari paesi africani, si è preferito pagare per non vedere, né le persone in Europa né le condizioni in cui stanno sopravvivendo, prive di cibo, indumenti adeguati, coperte, assistenza sanitaria, il tutto in piena emergenza covid da cui non possono difendersi.

Soldi al governo Bosniaco, una elemosina 3,5 milioni di euro, per “soccorrere” le persone in difficoltà. Al di là dell’ennesima prova dello squallore delle politiche europee incapaci di far fronte alle proprie responsabilità, la fragilità dello Stato beneficiario e il rapporto conflittuale fra l’autorità centrale e quella del Cantone,

L’Alto rappresentante/Vicepresidente Josep Borrell ha definito la situazione nel cantone di Una Sana “inaccettabile”. E poi, come è accaduto per Moria in Grecia, ha chiesto di ricostruire il campo di Lipa, facendolo divenire una struttura permanente.. L’assistenza umanitaria dell’UE fornirà alle persone in difficoltà l’accesso immediato ai generi di prima necessità, in modo da alleviare la difficile situazione in cui si trovano. Tuttavia, sono urgentemente necessarie soluzioni a lungo termine. Esortiamo le autorità a non lasciare le persone all’aperto e al freddo, senza accesso ai servizi igienici, nel mezzo di una pandemia.” Il Commissario europeo per la Gestione delle crisi Janez Lenarčič ha dichiarato: “Centinaia di persone, compresi i bambini, dormono all’aperto con temperature rigide in Bosnia-Erzegovina. Questa catastrofe umanitaria potrebbe essere evitata se le autorità creassero nel paese una sufficiente capacità di accoglienza a prova di intemperie, anche utilizzando le strutture esistenti disponibili. L’UE fornirà ulteriori aiuti di emergenza anche a coloro che dormono all’aperto, distribuendo cibo, coperte e indumenti caldi e continuerà ad aiutare i minori non accompagnati. Tuttavia, l’assistenza umanitaria in Bosnia-Erzegovina non sarebbe necessaria se il paese attuasse un’adeguata gestione della migrazione, come richiesto dall’UE per molti anni.”

Gli stanziamenti umanitari annunciati oggi dovrebbero servire a garantire i bisogni primari. Il finanziamento si aggiunge ai 4,5 milioni di euro stanziati nell’ aprile 2020 e porta l’assistenza umanitaria dell’UE a favore dei rifugiati e dei migranti in Bosnia-Erzegovina a 13,8 milioni di euro dal 2018. Spiccioli insomma e accuse ad uno Stato che non è in condizione, anche volendo, di garantire i servizi richiesti, ma l’importante è fermare le persone, non importa a quale costo.

Su questo tema dovremo tornare con maggiore approfondimento pensando anche alla scelta apprezzabile di fare per il 2025 di Nova Gorica e di Gorizia, le capitali della cultura europea.

Beh sarebbe troppo chiedere, in nome di questa decisione, di aprire quella porta dell’UE, imponendo ad Italia, Slovenia e Croazia di rispettare le Cconvenzioni di cui sono firmatarie?

E da ultimo, cosa dire del fatto che, 20 anni dopo la fine della guerra e gli accordi di Dayton, nei Balcani occidentali oggi esistono frontiere definite e tante altre frontiere invisibili per il cui attraversamento si rischia ogni giorno la vita?

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1 Commento. Nuovo commento

  • Grazie,Stefano. Un’analjsi molto lucida e,direi,completa. Le forze politiche al governo in Italia sono o costitutivamente contro i/le migranti (5 Stelle) o legate a lla Turco/Napolitano e a Minniti. Imma

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