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‘Insorgiamo!’ Dalla GKN contro i ‘ventenni bui’

di Tommaso
Chiti

Come se l’intero turno di addetti alle celle di montaggio sia andato a mensa, lasciando le macchine in funzione, le spie lampeggianti, le ceste da svuotare.

Perciò i delegati del Collettivo di Fabbrica di GKN sostengono con fermezza che la produzione potrebbe ripartire anche subito, dopo la brusca interruzione di venerdì 9 luglio quando, al termine del turno di notte, dalla proprietà sono partite le mail per la chiusura immediata dello stabilimento, che intanto veniva presidiato da un manipolo di picchiatori mercenari, onde evitare l’occupazione della fabbrica da parte degli operai.

Cosa che in realtà è avvenuta la mattina stessa, fra l’indignazione e la rabbia che travalicavano i cancelli della multinazionale di semiassi automotivi, per raggiungere anche sigle sindacali, collettivi studenteschi, centri sociali, movimenti civici, partiti ed istituzioni della Piana fiorentina.

E’ dal 1994 che il colosso meccanico si è installato alla periferia di Firenze, rilevando parte della FIAT di Novoli e spostando lo stabilimento pochi anni dopo nella zona industriale di Capalle, per continuare a produrre semiassi e giunti prevalentemente per FCA (l’85% del fatturato).

Allora erano circa 700 gli operai e le operaie impiegate, che negli anni hanno condotto vertenze importanti, per il reintegro di esuberi, oppure a difesa dell’integrità contrattuale, come ad esempio per il rispetto dell’art.28 dello Statuto dei Lavoratori sulla condotta antisindacale, o contro la cancellazione dell’art.18 mediante il ‘Jobs Act‘ di Renzi; pur dovendo subire ridimensionamenti e ore di cassa-integrazione nel 2009 con la crisi economico-finanziaria.

Anche questa ennesima crisi del capitalismo neoliberista colpisce particolarmente il settore auto.

Non a caso negli ultimi giorni si sono susseguite chiusure analoghe alla Giannetti Ruote di Monza con oltre 150 operai; o alla Timken di Brescia con oltre 110 dipendenti.

Per non parlare poi della de-industrializzazione cronica di un paese considerato ad ‘economia matura’ e quindi orientata prevalentemente ai servizi, come si evince dalle vertenze di ElettroluxBekertWhirpool ed altre ancora.

Tuttavia, stando almeno alle pubblicazioni della stessa proprietà, la GKN Driveline – che conta 51 stabilimenti nel mondo – il sito fiorentino aveva perso 4,5 milioni nel 2020 e 3,5 nel 2019, a fronte di un fatturato rispettivamente di 103 e 140 milioni e che negli anni precedenti aveva fatto utili per 10 milioni; tanto che i vertici aziendali nel primo trimestre del 2021 annotavano rialzi del 7% e del 14% sul budget di previsione.

Su questo piano anche la beffa del video-messaggio natalizio dell’amministratore delegato, Andrea Ghezzi, che ringrazia “ personalmente, a nome del management e del gruppo Gkn, che riconosce e apprezza gli sforzi profusi da tutti e i risultati raggiunti ” complimentandosi per i risultati!

In un quadro dalle tinte fosche per i diritti sul lavoro e le ricadute umane di posti liquidati con tanto sprezzo ci sono però altre ombre, come la scalata del fondo finanziario  Melrose  di Simon Peckham e Chistopher Miller – rispettivamente CEO e vicepresidente  –  che, malgrado l’opposizione di  Airbus , nel 2018 hanno preso il controllo di GKN, avviando una gestione fortemente speculativa e poco orientata a logiche di tipo industriale.

Un primo esempio è venuto circa un anno fa da Birmingahm, dove la proprietà ha licenziato in tronco centosessanta addetti, chiudendo lo stabilimento. Ulteriore riprova sono poi state le operazioni azionarie registrate dalla banca dati S&P Global market Intelligence fra marzo ed aprile, per una vendita di quote pari a 15mln. ed un incasso intorno alle 22mln. di sterline, addirittura superiore al costo annuo dello stabilimento GKN di Campi Bisenzio.

Non a caso lo slogan del fondo Melrose è “buy, improve, sell”, ben rappresentativo della logica da finanza speculativa che guida le scelte, non certo in linea con processi produttivi legati alla componentistica automotiva, quanto piuttosto ad operazioni di ristrutturazione, incremento dei margini di ricavo e vendita al rialzo per massimizzare i profitti azionari.

Al presidio permanente gli operai spiegano infatti come all’interno dello stabilimento siano presenti circa 9mln.€ di commesse fatturate da consegnare, mentre appena pochi giorni prima della chiusura sono stati installati nuovi robot per celle automatizzate, del valore di circa 250mila euro ciascuno.

Lo strapotere della finanza nella produzione di ricchezza iniqua raggiunge un epigono intollerabile nella vicenda GKN, dove non è mai stato aperto uno stato di crisi aziendale, proprio perché – al netto di flessioni del mercato e cali fisiologici – la produzione non è mai stata significativamente compromessa dalle crisi ricorrenti del sistema capitalistico.

Fra le cose più sconcertanti del primo incontro fra le parti con il Ministero dello Sviluppo Economico non è stata solo l’assenza della proprietà aziendale, rappresentata da un legale; così come la rivendicazione della piena legalità in cui si è mossa GKN per perpetrare un’azione tanto violenta, come il licenziamento collettivo in tronco, in seguito ad un periodo di ferie forzate, a cui sono ora sottoposte le oltre 422 persone impiegate.

Giovedì scorso infatti alla richiesta di revoca dei licenziamenti, la proprietà ha ribadito di voler tirare dritto per la propria strada di cessazione dell’attività dello stabilimento di Campi Bisenzio, decisione “presa nel pieno rispetto della legalità”, dando una supposta disponibilità al dialogo per “minimizzare l’impatto sociale della scelta”.

Così la risposta accorata delle istituzioni locali, fino a quelle nazionali, è ora chiamata a trasformare le parole di sdegno in azioni concrete, perché in una “Repubblica fondata sul lavoro” lo sprezzo verso questo pilastro costituente da parte di multinazionali finanziarie non devasta solo la vita di lavoratrici, lavoratori e delle rispettive famiglie, ma umilia anche uno Stato impotente, che ha recepito nei propri ordinamenti disposizioni ingiuste a vantaggio degli interessi speculativi.

Sul piano politico-istituzionale la questione rientra pienamente negli effetti dello ‘sblocco dei licenziamenti’ e ancor prima nella possibilità per multinazionali, che hanno in qualche modo beneficiato di sostegni pubblici di non essere vincolate al mantenimento della produzione in loco.

Più in generale, viene da chiedersi se la transizione economica ed ecologica, trainata dalla digitalizzazione, dettata anche dalla crisi sanitaria, non rappresenti la tempesta perfetta a scapito del lavoro e dei diritti conquistati con le lotte sociali degli anni ’70.

Su questo da tempo si interrogano i sindacati europei e da ancor più a lungo si assiste ad uno sbriciolamento della legislazione a tutela del lavoro dignitoso.

Secondo i sindacati quella di GKN Driveline Firenze è una decisione “unilaterale inaccettabile, senza alcun preavviso”, alla quale il Collettivo di Fabbrica ha risposto fin da subito con un appello: “INSORGIAMO!”, che riprende il motto della Brigata partigiana Sinigaglia, durante l’insurrezione di Firenze per la Liberazione nell’estate del 1944.

Alla manifestazione di lunedì in piazza Santa Croce, convocata con uno sciopero generale a livello provinciale, le migliaia di persone e le tante delegazioni sindacali ed operaie, arrivate anche da fuori regione hanno portato una solidarietà trabordante, ben oltre la vicenda specifica dello stabilimento di Campi Bisenzio che, come ha ricordato nel suo intervento il delegato FIOM, riguarda invece anche molte altre lavoratrici e lavoratori licenziati nel silenzio generale.

La presa d’atto di una proprietà “scappata come dei ladri dal territorio, con uno stratagemma” si unisce alla rivendicazione della dignità della classe lavoratrice unita, consapevole della “natura di un avvoltoio”, ma determinata a rivendicare dal governo strumenti per il contrasto alle delocalizzazioni e alle speculazioni selvagge.

Senza soluzioni infatti è evidente che l’impotenza rischi di passare quasi per complicità con certe derive, perché “il principio sottostante alla mail di licenziamento collettivo si compone di tutte le leggi che negli ultimi 20 anni hanno massacrato il mondo del lavoro”.

Per questo la vicenda non può chiudersi semplicemente con ammortizzatori sociali, per la convinzione che le storie degli operai GKN “non sono diverse da quelle del milione di posti di lavoro persi durante la pandemia”.

Riprendendo uno slogan partigiano: se la legge è ingiusta, la Resistenza è un dovere.

Perciò, la mobilitazione prosegue sabato prossimo, 24 luglio con una manifestazione nazionale presso lo stabilimento, “perché i ventenni bui a volte capitano nella storia, ma c’è un giorno in cui finiscono […] ed abbiamo l’obbligo di provare ad insorgere, a trasformare questa lotta in una mobilitazione generale […] per liberarsi ed insorgere insieme”.

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