articoli

Sull’orlo dell’abisso, nessuno si salva da solo

di Roberto
Rosso

Il nord del mondo è sottoposto a colpi tremendi dovuti al cambiamento climatico dalla siccità e dalle bolle di calore da quella parte del Nord America che si affaccia sulle coste del pacifico al nord Europa colpito dalle più tremende inondazioni degli ultimi cent’anni e oltre, mentre sì temperature straordinariamente alte si verificano al circolo polare artico e in Siberia1 “Last year, wildfires scorched more than 60,000 square miles of forest and tundra, an area the size of Florida. That is more than four times the area that burned in the United States during its devastating 2020 fire season. his year, more than 30,000 square miles have already burned in Russia, according to government statistics, with the region only two weeks into its peak fire season. (…) Last year, the record-setting fires in the remote Siberian region of Yakutia released roughly as much carbon dioxide as did all the fuel consumption in Mexico in 2018, according to Mark Parrington, a senior scientist at the Copernicus Atmosphere Monitoring Service in Reading, England.”

Per opinione condivisa degli esperti del clima e dei fenomeni metereologici questi eventi estremi non si potrebbero verificare con questa intensità e questa frequenza se non fossero cambiati i parametri globali del clima, in sintesi il riscaldamento globale con tutti i correlati processi di antropizzazione e devastazione dei sistemi ecologici. A fronte della frequenza e della dimensione dei fenomeni estremi c’è una metodologia di ricerca ormai consolidata2 che si può sintetizzare nelle parole del climatologi Antonello Pasini “La scienza del clima lavora in modo particolare. Noi analizziamo i fenomeni attraverso dei modelli metereologici e climatici con cui sostanzialmente ricostruiamo un evento. Una volta fatto ciò, cambiamo delle cose nel modello, per es. se stiamo studiando un evento caratterizzato da un’ondata di calore molto forte in aria o nel mare, riportiamo le temperature dell’acqua e dell’aria alle condizioni della normalità climatica, magari del secolo scorso. Il modello fatto “correre” alle nuove condizioni ci consente di capire se questo evento sarebbe avvenuto ugualmente, in che misura, con qual valori di precipitazione o calore dell’acqua.” Questa citazione è necessaria poiché, oltre l’evidenza dei disastri che colpiscono tutte le regioni del globo, gli strumenti di osservazione ed analisi sono ormai in grado di affinare i modelli ed interpretare i dati che la realtà ci offre.

Colpisce la dimensione della catastrofe che colpisce il nord del mondo, la sua parte più sviluppata; a soffrire non sono le regioni del globo dove il cambiamento climatico colpisce formazioni sociali e sistemi ecologici devastati dalla logica estrattiva dell’economia globale, da cui provengono gli oltre 30 milioni di migranti climatici del 2020 che superano in numero gli sfollati prodotti dalle guerre e dalle repressioni, come si legge nell’Internal Displacement Monitoring Centre del Norwegian Refugee Counci3 e molto probabilmente le cifre sono in difetto.

Nelle regioni sviluppate la crisi climatica non produce migrazioni di massa, almeno per ora, produce enormi danni economici – in Germania si parla di miliardi euro – e disagio sociale, mette in crisi il tessuto sociale, costringe a ripensare le infrastrutture, gli insediamenti di interi territori; un ripensamento della logica complessiva di uso del territorio che almeno nel nostro paese non si è ancora dispiegato, non ha prodotto un cambiamento strategico nel governo del paese. ‘Almeno non per ora’ si diceva, gli effetti sul tessuto sociale sono crescenti, la precarietà estrema degli equilibri idrogeologici, l’invivibilità delle aree urbane, la siccità prolungata e la desertificazione, le ondate di calore possono rendere impossibile nel breve o nel medio termine la sopravvivenza delle comunità umane anche nelle aree sviluppate del globo. Nel nostro paese sull’orizzonte dei 30 anni vaste aree costiere della Val Padana in profondità potranno diventare inabitabili, per l’innalzamento del livello del mare unito all’accentuarsi dei fenomeni metereologici estremi.

Per capire quanto profondamento gli equilibri globali del clima siano mutati possiamo riferirci a quanto studi recenti stanno suggerendo e cioè che il rapido riscaldamento della zona artica stia influenzando il Jet Stream4 la corrente d’alta quota, a causa della riduzione della differenza di temperatura tra la parte e settentrionale e quella meridionale dell’emisfero settentrionale; l’effetto consiste nel rallentamento della circolazione con la conseguenza che le perturbazioni-anche quelle più intense- si muovono più lentamente, quindi permangono ed agiscono più a lungo sulle zone interessate5. Il secondo esempio riguarda l’amazzonia dove lo sviluppo di incendi assieme alla riduzione dell’area coperta fa si he venga prodotto più anidride carbonica rispetto a quella assorbita.

È il processo complessivo di antropizzazione ad essere messo in crisi nei suoi caratteri costitutivi, nelle sue relazioni più intime e profonde

La società che ha esaltato la logica della competizione e del riprodursi sul margine estremo del rischio, sviluppa un apparato di controllo sempre più pervasivo e cerca di realizzare una sorta di codice genetico del rapporto di capitale, di processo epigenetico, sul piano dei modelli informativi, delle basi dati, delle tecnologie della vita, per garantire la possibilità di riprodursi di superare le proprie crisi e contraddizioni; in realtà rischia di schiantarsi contro gli effetti della crisi climatica e della correlata crisi pandemica, che oltretutto accentuano le contraddizioni sul piano finanziario; è di questi giorni una striscia negativa delle borse mondiali per gli effetti della ripresa pandemica.

Mentre cresce in modo esponenziale il patrimonio informativo che descrive e governa la riproduzione della società, sono gli assetti materiali, le infrastrutture dell’antropizzazione che si logorano nel tempo e vanno in pezzi nelle mutate condizioni climatiche. Significativo un articolo che Repubblica riprende dal new York Times col titolo ‘Non siamo ancora pronti per la fine del mondo’6. “In ogni caso, occorreranno decenni prima di ottenere le enormi riduzioni di emissioni indispensabili a livello globale. Nel frattempo, le emissioni continueranno e così pure il riscaldamento del clima. Ecco il motivo per cui la nazione ha una posta in gioco così alta nel rafforzare le comunità, promuovere la realizzazione di autostrade, linee ferroviarie, sistemi idrici e altro ancora in grado di reggere alle devastanti conseguenze del riscaldamento del clima, compresi uragani sempre più violenti, alluvioni, livelli del mare in aumento, siccità e incendi indomabili. Dovremo migliorare anche la gestione delle calamità naturali legate al clima, sempre più frequenti.”

La nostra società ha finanziarizzato rischi che nel realizzarsi in realtà hanno effetti irreversibili

“Alcuni studi risalenti a qualche decennio fa hanno dimostrato, per esempio, che i coltivatori e i manager delle grandi città che si preparano per un clima in evoluzione riescono, in certa qual misura, ad ammortizzarne i traumi. Al contrario, i sussidi per le calamità e le polizze sovvenzionate contro le alluvioni sono politiche che possono portare a risultati opposti: invitano le persone a investire in situazioni di pericolo e ci rendono meno pronti ad affrontare una calamità, come diventerà sempre più frequente in un mondo sempre più caldo. (…) Dal nostro studio abbiamo appurato che il governo federale spende circa 46 miliardi di dollari l’anno in aiuti per la ripresa dalle calamità, ovvero sette volte di più di quanto investa in resilienza. (A seconda del metodo usato, questo rapporto potrebbe arrivare a 40 a 1.) Il fatto che nessuno conosca con precisione queste cifre mostra perché la nazione debba fare un bilancio delle spese per le infrastrutture e gli aiuti per le calamità dall’ottica della resilienza”.

Sino ad ora la finanziarizzazione del rischio si è basato sul presupposto di ricostruire “back the same” tal quale a prima; esattamente ciò che non si può più fare, siamo di fronte alla necessità di un ennesimo cambiamento radicale che non può che essere indotto e governato a livello di sistema: i valori del passato non possono essere riproposti tal quale nel futuro7. Il report della Brookins parla degli USA, ma si attaglia alla situazione di qualsiasi paese.

I fenomeni su cui stiamo ragionando ci appaiono ‘fuori del normale’, ma come si definisce la normalità sul piano degli eventi metereologici, degli andamenti climatici?

Sempre negli Stati Uniti esistono dei livelli di riferimento per definire quanto una certa situazione metereologica si distacchi dalla normalità, ne scrive il New York times nell’articolo There’s a New Definition of ‘Normal’ for Weather8.

La National Oceanic and Atmospheric Administration (NOAA) ha ridefinito i suoi “climate normal” punti di riferimento, le linee di base per definire i livelli ‘normali’ per temperatura, pioggia, neve e altre variabili metereologiche raccolte in tre decenni in migliaia di località in tutto il paese. Sino ad ora sono state aggiornate ogni 30 anni.

Ora è necessario definire contesto e prospettiva “ciò che noi cerchiamo di fare nel definire i livelli ‘normali’ del clima è metterli oggi nel loro giusto contesto” dice Michael Palecki che gestisce il progetto al National Center for Environmental Information del NOAA. Dal 2010 pressoché in ogni località negli USA è stato rilevato un significativo riscaldamento. Mentre il calcolo sui 30 anni mantiene una sua utilità, il NOAA produce ora livelli di normalità riferiti ai 15 anni precedenti, dal 2006 al 20209.

Questo cambiamento nel calcolo della normalità nel passato -apparentemente banale, cambiano i riferimenti nelle previsioni metereologiche, in realtà questi dati fanno parte delle serie storiche che utilizzano le società di assicurazione, si parlava della finanziarizzazione del rischio …- ci dice che ci si prospetta un futuro sempre più ‘anormale’, si fa sempre più prossimo l’orizzonte della imprevedibilità. “Sì, lo scenario attuale è irreversibile. Indietro non si torna – se non in tempi millenari – perché i danni climatici sono già in corso. Possiamo solo contenere il disastro, ma abbiamo poco tempo, non più di 10 anni” Così afferma lapidariamente il meteorologo Luca Mercalli10.

Lo scenario attuale è irreversibile, gli interventi richiesti per evitare di superare soglie di cambiamento sempre più catastrofico, sono di dimensioni colossali e di straordinaria complessità poiché riguardano la totalità delle filiere produttive, dei rapporti sociali e dei processi riproduttivi. L’esempio degli interventi assicurativi, di rimborso danni da parte degli stati, di ricostruzione e progettazione delle infrastrutture dimostra quanto profondamento debbano mutare consuetudini, procedure consolidate; qualsiasi processo di manutenzione e ricostruzione deve essere improntato al cambiamento, seguendo linee guida che solo politiche strategiche definite a livello di stato e oltre possono imporre. D’altra parte solo una capacità di riprogettazione diffusa e partecipata può avere successo; è richiesto di orientare un flusso di risorse crescenti verso questa riconversione complessiva e non può essere una attività che coinvolga una minoranza, sarebbe del tutto inutile, ma ciò implica di invertire la dinamica di aumento delle diseguaglianze degli ultimi decenni, mettere in discussione iI complesso dei rapporti sociali di produzione, le forme di governo della società, i rapporti di potere. Il movimento del Gilet Jaunes in Francia è stata la risposta a provvedimenti che pretendono di combattere le cause del riscaldamento globale in modo parziale, superficiale, esaltando e non abbattendo le diseguaglianze sociali.

Nell’epoca della pervasività dei media sociali che invadono e registrano ogni momento della vita di gran parte dell’umanità, la capacità di fornire una tempestiva informazione sugli andamenti metereologici ed una efficace alfabetizzazione ambientale e climatica diventano cruciali per la pura e semplice sopravvivenza. Ciò che è successo nella ricca e strutturata società tedesca è esemplare, colta di sorpresa come tante volte è successo in Italia dalla violenza di precipitazioni come non si vedevano da centinaia di anni, ma cdi cui c’erano avvisaglie nelle previsioni metereologiche. Il caso più drammatico ed esemplare è quello di una casa di cura la Lebenshife Haus a Sinzing, una cittadina compresa tra i fiumi Reno e Ahr, sommersa dalle acque dove sono morti 12 ospiti al piano inferiore11 nonostante il preavviso sul pericolo inondazioni.

Che la posta in gioco sia un cambiamento radicale delle politiche, alimentato da risorse finanziarie in quantità straordinaria, è testimoniato da una opinione pubblicata sul New York Times in cui Steven Rattner12 non contesta il gigantesco piano di ricostruzione delle infrastrutture, strettamente legato al cambiamento climatico oltre che alla vetustà del patrimonio infrastrutturale USA, contesta invece la capacità delle agenzie federali di gestirlo e propone di affidarlo ai privati, alle corporations, contemporaneamente propone di incrementare la carbon tax. Una presa di posizione esemplare che dimostra come l’entità del cambiamento necessario metta sotto tensione tutti i gangli della società, i rapporti di forza tra le classi sociali, le prerogative dei centri di potere. L’impatto della pandemia – legata attraverso la zoonosi alla devastazione degli ecosistemi che con le sue varianti continua ad imperversare esalta la fragilità dei fondamenti delle formazioni sociali in cui viviamo, della loro drammatica contraddizione con il mondo della vita di cui facciamo parte; il cambiamento climatico è il grande contenitore in cui ribollono tutte le contraddizioni.

Se la battaglia contro il cambiamento climatico per esser efficace di per sé richiede di rivoluzionare i fondamenti della società, questo non depone attualmente a favore di un suo successo, ma chiarisce la prospettiva nella quale bisogna lavorare, la necessità per definire una ‘strategia ambientale’ di una connessione – che possiamo definire totale – con la trasformazione sociale e politica, facendola diventare contenuto ineludibile del conflitto sociale, motore della crescita delle sue forme organizzate e delle forme di partecipazione politica che solo il conflitto può imporre.

Esemplare in proposito sono le reazioni che il piano proposto dalla Commissione Europea ha suscitato nei governi europei, ed in diversi settori industriali, in testa i produttori d’auto contro la il piano che prevede la fine della produzione di veicoli a combustione entro il 2035. L’Italia, per bocca del ministro Cingolani, ha fatto sapere che la transizione ecologica ha costi troppo elevati per essere rapida come alcuni chiedono, lasciando così il ricorso agli idrocarburi ancora come la strada maestra13. Cingolani in alcune sue dichiarazioni ha fatto riferimento alla filiera di subfornitura per l’automotive la cosiddetta Motor Valley che verrebbe messa in crisi dal passaggio all’elettrico, cambiando in modo radicale la struttura dell’apparato motore. Questo è un esempio da manuale del livello di riconversione degli apparati produttivi che non può essere affidato semplicemente alle dinamiche dei grandi gruppi che dominano le filiere produttive, peraltro non è neppure possibile la solita iniqua ripartizione: ai privati i profitti, i costi al pubblico. Lo sforzo finanziario della riconversione sociale e produttiva, che per essere efficace deve essere concentrata in tempi brevi, è gigantesco e non può essere supportato semplicemente dalla ‘finanza verde’ dal greenwashing applicato al mercato finanziario, ma da una diversa politica fiscale che tassi profitti e ricchezze.

In questo 2021, mentre si fanno ancora i conti globalmente con la pandemia da Sars-Cov-2, si preparano eventi importanti per le questioni sociali, climatiche e ambientali; Il vertice della FAO sui sistemi alimentari a settembre preceduto dal pre-vertice di Roma il 26-28 luglio14 e d il summit sul cambiamento climatico, la COP 26 di Glasgow15, co-organizzato con l’Italia e preceduto da un prevertice a Milano16, il G20( https://www.g20.org/rome-summit.html.)); eventi che fanno tappa in Italia che saranno un momento di mobilitazione, ma soprattutto dovrebbero essere occasione per un momento di convergenza tra movimenti, reti ed organizzazioni su tematiche che sono inestricabilmente intrecciate tra loro. I movimenti convergenti a Genova nel 2001 hanno visto pienamente confermata la loro funzione di Cassandra sugli sviluppi delle nostre società della formazione sociale globale, anzi il realizzarsi delle tendenze allora presenti è andata ben oltre quanto si poteva allora prevedere. Cambiamenti radicali ci attendono e se la natura e la velocità del mutamento si confermerà nei prossimi anni il cambiamento sarà catastrofico ed in tempi brevissimi, il conflitto necessario ad invertire il segno del cambiamento in corso deve andare ben oltre la mobilitazione legata all’evento che sia Genova 2021 o i summit che ci attendono, ben altri livelli di conflitto ed organizzazione – sottolineo di continuità – di connessione e condivisione di conoscenze, sono necessari, ma questo già lo sappiamo, ma – da Genova 2001 per definire una periodizzazione – non siamo stati conseguenti. Nessuna retorica sui movimenti può eludere il nodo della politica, il confronto a tutti i livelli e con forme diverse con l’intreccio tra apparati statuali ed il capitale globalizzato, un corpo a corpo con le istituzioni, con le forme del governo e della rappresentanza.

Un nuovo mondo è necessario si riafferma a Genova in questo luglio del 2021, insorgiamo ci dice il Collettivo di fabbrica di lavoratori GKN di Firenze. Una riflessione necessaria che ci ricorda Rudy Dutschke, prematuramente scomparso.

  1. https://www.nytimes.com/2021/07/17/world/europe/siberia-fires.html?action=click&module=Spotlight&pgtype=Homepage.[]
  2. https://ilmanifesto.it/il-climatologo-un-evento-cosi-estremo-non-sarebbe-avvenuto-in-condizioni-preindustriali/.[]
  3. https://www.internal-displacement.org/global-report/grid2021/.[]
  4. https://en.wikipedia.org/wiki/Jet_stream.[]
  5. https://www.nytimes.com/2021/07/16/climate/europe-floods-climate-change.html?action=click&algo=identity&block=more_in_recirc&fellback=false&imp_id=240496713&impression_id=9ea1be31-e742-11eb-91eb-1fac9f0ebd65&index=1&pgtype=Article&pool=more_in_pools%2Fclimate&region=footer&req_id=200613802&surface=eos-more-in&variant=holdout_more-in.[]
  6. https://www.repubblica.it/green-and-blue/2021/06/30/news/non_siamo_ancora_pronti_per_i_futuri_catastrofici_cataclismi_climatici-308041988/ https://www.nytimes.com/2021/05/14/opinion/climate-disasters.html.[]
  7. Inviting danger: How federal disaster, insurance and infrastructure policies are magnifying the harm of climate change https://www.brookings.edu/research/inviting-danger-how-federal-disaster-insurance-and-infrastructure-policies-are-magnifying-the-harm-of-climate-change/.[]
  8. https://www.nytimes.com/interactive/2021/05/12/climate/climate-change-weather-noaa.html?mc=aud_dev&campaign_id=23848483353080063&ad-keywords=auddevgate&subid1=TAFI&adset_id=23848483362720063&ad_id=23848483363100063&ad_name=INTER_20_XXXX_XXX_1P_CD_XX_XX_SITEVISITXREM_X_XXXX_COALL_P_X_X_EN_FBIG_OA_XXXX_00_EN_JP_NFLINKS&adset_name=https%3A%2F%2Fwww.nytimes.com%2Finteractive%2F2021%2F05%2F12%2Fclimate%2Fclimate-change-weather-noaa.html&fbclid=IwAR254lU3UkB23KBgiHI9FDgY0WAesgsYenxygvyxcGBHvIdZnFZb1VPwJZE.[]
  9. https://www.ncei.noaa.gov/products/us-climate-normals.[]
  10. https://www.fanpage.it/attualita/luca-mercalli-a-fanpage-it-presto-anche-gli-italiani-saranno-profughi-climatici/.[]
  11. https://www.nytimes.com/2021/07/17/world/europe/germany-floods.html?action=click&module=Spotlight&pgtype=Homepage.[]
  12. https://www.nytimes.com/2021/04/09/opinion/biden-spending-clean-energy.html tradotto da Repubblica https://www.repubblica.it/green-and-blue/dossier/giornata-della-terra/2021/04/22/news/ecco_perche_biden_dovrebbe_affidarsi_alla_carbon_tax_-297390721/.[]
  13. https://www.rivistailmulino.it/a/continuiamo-pure-a-chiamarlo-maltempo?fbclid=IwAR2DclZ-KaO5kFycfLBLB2rWTAgME2dV-GqlWmJCGmLTiEr4F64IhA15pfE.[]
  14. https://www.un.org/en/food-systems-summit[]
  15. https://unfccc.int/process-and-meetings/conferences/glasgow-climate-change-conferenc.[]
  16. https://ukcop26.org/pre-cop/pre-cop-milan/.[]
, ,
Ritorno a/da Genova
Genova: globalizzazione alternativa

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Compila questo campo
Compila questo campo
Inserisci un indirizzo email valido.

Menu