Il viaggio della memoria

di Andrea Bagni, Presidente di Firenze Città Aperta –

Ad Auschwitz, con il “viaggio della memoria”, sono andato alcuni anni fa con la mia scuola. 

Potrei dire che mi hanno mandato i miei genitori, come dicono ogni tanto i ragazzi. Perché forse è vero che da vecchi lo sguardo più intenso si rivolge indietro, tipo l’angelo di Klee. Forse si va in cerca del cuore della propria vita, fosse pure luogo di macerie. E i miei da un po’ di tempo avevano cominciato a ricordare e raccontare della guerra, dei tedeschi, dei fascisti. Dell’antisemitismo. Mi avevano chiesto libri, film, saggi (anche difficili per chi ha fatto fino alla quinta elementare). Insomma per me in un certo senso era un viaggio verso di loro, al centro del loro tempo.

In treno poi c’erano proprio delle “nonne”: Tatiana e Andra Bucci, bambine a Birkenau di sei e quattro anni. Che avevano raccontato. Splendidamente: un racconto intenso pacato e straziante; non inflazionato come certe immagini, non ridotto a roba di scuola come certi manuali. Un pensiero sentimentale che faceva pensare e sentire fuori da tutti i contesti abituali.

Ricordo l’impressione che quel campo di sterminio fece ai miei studenti – così forte che abbiamo continuato per anni a ritrovarci per cenare insieme il 27 gennaio. L’immagine che rimaneva di Auschwitz erauna specie di fotografia troppo nitida. Una sorta di dismisura dello spazio. Bianco. Perimetrato. Rigorosamente geometrico. Forse più che la famosa “fabbrica della morte”, una burocrazia del vuoto, come orrore. Meticolosa contabilità della distruzione di affetti. Affetti come cose buone: oggetti personali e memorie, vestitini di bambini, valigie e nomi, pròtesi, capelli. Tutto catalogato professionalmente. Tutto svuotato, ridotto a involucro, a cosa cattiva. Viene in mente la gestualità di Eichmann in tribunale a Gerusalemme. Ad ogni domanda si alza, risponde ossequioso, si risiede composto: riconosce l’autorità, qualunque sia. E svolge il suo compito, qualunque sia.

C’era paradossalmente perfino “pace” in quel paesaggio, a ripensarlo adesso. Una sensazione come di calma sospensione del tempo… ma gelida come la pace di cui scriveva Capitini, quella che si ottiene una volta cancellate le vittime. Se ci si sentiva altrove, era però un altrove che in qualche modo ci apparteneva. Forse come un tempo e un luogo limite. Una specie di spazio ordinato (vuoto, astratto e insieme sanguinante) fra umano e disumano. L’organizzazione domestica di un luogo mentale, di una nuda mente (tipo l’illuminismo di cui hanno scritto di Horkeimer e Adorno).

Poi il ritorno a casa era stata una festa.

Tutti dai finestrini a sbracciarsi per salutare – saluto, salvezza. Ci si sentiva salvi davvero, forse, di ritorno da quella geometria di neve e baracche allineate, di micro-cessi tutt’in fila per corpi ordinati e ridotti a zero (ma numerati): ridotti a nuda vita. In un certo senso vicini all’essenza. Forse qui potrebbe essere il senso quasi istintivo e universale di questi viaggi: non cancellare quella dismisura, farla diventare percezione del limite e quindi del territorio, geografia dell’umano attraverso il disumano.

Ricordo mia figlia bambina che quando ha visto Il pianista di Polanski, con l’anziano sulla sedia a rotelle che non si alza all’arrivo dei tedeschi e viene buttato dalla finestra, mi ha chiesto Può succedere anche a noi?In quel viaggio un ragazzo intervistato da Controradio si domandava come si sarebbe sentito se avesse vissuto l’esperienza raccontata da Andra Bucci: la sua nonna che si inginocchia di fronte a fascisti e tedeschi per chiedere di risparmiare le bambine. Lei, un’adulta, che si inginocchia di fronte a qualcuno per te.

Bisognerebbe rovesciare la domanda: non è forse successo anche a noi? Non succede sempre anche a noi, quando succede a qualcuno in qualche parte del mondo, in qualche angolo del tempo? Un delitto contro l’umanità non è forse questo: il massacro non solo di tanti esseri umani, ma di quel tanto di umano che è in noi…

Ancora penso che quella smisurata lucida violenza, sentita oltre il cancello di Auschwitz, sia bene tenerla dentro. È una soglia, la zona di frontiera fra ragioneria della morte e fluire della vita, che può farci riconoscere tutta la misura non misurabile del vivente. Dare senso anche alla nostra vita quotidiana. 

Oggi è il 27 gennaio 2020. Liliana Segre il 9 marzo diventerà cittadina onoraria di Firenze. Siamo noi a sentirci onorati. A lei e alla sua storia va tutto il nostro affetto.

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