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Il “sovranismo di sinistra” si è rivelato un vicolo cieco, l’UE deve diventare terreno della ripresa del conflitto sociale

di Franco
Ferrari

E’ opinione ormai largamente condivisa che l’Unione Europea stia attraversando un processo di cambiamento di cui però non sono per nulla chiari gli esiti. Al di là del percorso formale di riflessione avviato con la “Conferenza sull’avvenire dell’Europa” che dovrebbe completarsi nella primavera del 2022, è la pressione determinata dal contesto politico ed economico internazionale a mettere le classi dominanti di fronte alla necessità di trovare un nuovo assetto e di avviare politiche almeno parzialmente nuove.

D’altra parte è ormai acquisita la presa d’atto del diverso atteggiamento con cui il complesso delle istituzioni europee e i principali governi dell’Unione hanno affrontato la crisi determinata dalla pandemia, rispetto a quelle perseguite nel corso della cosiddetta crisi dei debiti sovrani che vide la Grecia pagare il prezzo più alto. L’impatto generalizzato degli effetti economici della pandemia ha costretto i maggiori governi (a partire dalla Germania) a trovare una risposta condivisa e non punitiva. A questo ha concorso certamente il complicato quadro internazionale che vede gli Stati Uniti più interessati a salvaguardare il proprio ruolo dominante che a costruire un contesto espansivo nel quale possano trovare un proprio vantaggio anche i tradizionali alleati. D’altra parte l’emergere della Cina come potenza mondiale pone il problema di chi controlla lo sviluppo tecnologico e contemporaneamente offre la prospettiva dell’emergere del più vasto ceto medio moderatamente affluente e quindi aperto a consumi di massa con elevato valore aggiunto. In più aggiungiamoci la finalmente acquisita consapevolezza dell’emergenza derivante dal cambio climatico.

L’Unione Europea è irriformabile? Per chi?

In questi ultimi due anni, le istituzioni europee hanno messo in atto politiche che fino a poco prima erano considerate “impossibili”. Prime fra tutte l’acquisizione da parte della BCE di una vasta parte del crescente debito pubblico degli Stati del sistema euro e il programma di indebitamento comune messo in atto dalla Commissione con il Next Generation EU. Ci sono poi altre decisioni recenti, come quelle sul salario minimo e sulla necessità di considerare almeno parte dei riders lavoratori dipendenti che aprono un ruolo, in parte inedito con queste caratteristiche, su questioni sociali di grande rilevanza. Sul secondo tema, la contrattualizzazione di chi lavora per la piattaforma, un ruolo significativo ha svolto Yolanda Diaz, la ministra comunista del lavoro nel Governo spagnolo. Tutto questo senza che vi siano stati mutamenti nei Trattati che regolano l’Unione Europea.

La critica, fondata, rivolta da sinistra a questi Trattati, Maastricht per primo e poi quello di Lisbona, è stata quella di avere ingabbiato la costruzione europea in un rigido schema neoliberista, rendendo di fatto impossibili politiche economiche anche solo di tipo keynesiano, per non dire di ipotesi più radicalmente alternative. In più, questo orientamento, veniva ancorato all’interno di un sistema di accordi interstatali, con un forte deficit democratico, tali da essere difficilmente modificabili.

Da questa analisi, basata su incontestabili dati di fatto, è stata fatta derivare la tesi della “irriformabilità” dell’Unione Europea.

È ancora del tutto sostenibile questa tesi, in presenza dei mutamenti avvenuti negli ultimi due anni? E quali indicazioni dovrebbero trarre le forze della sinistra alternativa da un indubbio cambiamento del contesto in cui operano?

L’azione delle classi dominanti ha dimostrato che in realtà la struttura istituzionale, rigidissima quando si tratta di difendere determinati interessi, può diventare estremamente flessibile e ampiamente interpretabile quando ci si debba adattare a situazioni che cambiano. La parte più intelligente dell’establishment non ha solo preso atto che le contraddizioni che si sono aperte nel sistema richiedono una presenza più attiva degli Stati e delle istituzioni europee e non possono essere lasciate interamente a quel “pilota automatico” a suo tempo evocato da Draghi. Si sono anche resi conto che la stessa legittimazione del sistema era in pericolo per effetto del peggioramento delle condizioni di lavoro e di vita di una parte importante della classe lavoratrice e dei ceti popolari.

Abbiamo parlato in un precedente articolo (almeno per il caso italiano) di una sorta di “rivoluzione passiva” messa in atto dalle classi dominanti, nella quale Draghi ha assunto il ruolo del demiurgo assoluto e incontrastabile. Forse parlare di “rivoluzione” è eccessivo, ma non c’è dubbio che la reazione allo sciopero proclamato da CGIL e UIL, presupponga il desiderio di mantenere la totale passività dei soggetti sociali, soprattutto di quelli che nei decenni scorsi hanno perso diritti e risorse economiche, che dovrebbero affidarsi totalmente al più o meno benevolo comando dall’alto.

I limiti invalicabili entro i quali avviene la revisione delle politiche delle classi dominanti sono dati più dalla volontà di mantenere i caratteri fondamentali del paradigma liberista, per cui lo Stato interviene per sostenere la ristrutturazione dell’impresa privata ma sempre in funzione subordinata e contemporaneamente procede nella privatizzazione del welfare e dei beni comuni, piuttosto che dalla rigidità dei Trattati.

Tutto ciò conferma che il terreno istituzionale europeo è luogo nel quale si registrano gli esiti del conflitto sociale e dei rapporti di forza esistenti tra le classi, i movimenti e le correnti politiche ed ideologiche, analogamente a quanto avviene nell’ambito degli Stati nazionali. E’ vero che i Trattati europei, rispetto ad alcune Costituzioni nazionali, sono espressione di una diversa fase dei rapporti di forza tra i vari soggetti. Non nascono dalla spinta progressista affermatasi nel corso della seconda guerra mondiale e negli anni immediatamente successivi, ma dall’egemonia liberista impostasi tra la fine degli anni ’80 e l’inizio degli anni ’90, ciò nonostante restano terreno di confronto e anche di scontro e sono quindi permeabili al conflitto sociale e politico.

La tesi dell’”irriformabilità” andrebbe quindi rimessa in discussione perché presuppone un determinismo fra formulazioni istituzionali e giuridiche e azione politiche concrete che le vicende degli ultimi due anni hanno dimostrato non sussistere e conseguentemente limita la capacità di azione delle forze alternative ingabbiandole nel dualismo tra l’accettazione passiva dell’esistente e il ripiegamento verso la Stato-nazione come inevitabile ridotta nella quale applicare politiche alternative.

Il “sovranismo di sinistra” si è rivelato una falsa pista

Il rapporto tra forze alternative ed Unione Europea ha una lunga storia che non è qui il caso di ripercorrere. Può essere utile richiamare, per sommi capi, la fase più recente che va dall’inizio degli anni 2000 ad oggi.

I primi anni del millennio sono stati contrassegnati dall’emergere del movimento altermondialista (o “movimento dei movimenti”) che ha contestato la globalizzazione capitalistica ponendosi al suo stesso livello transnazionale e globale. In Europa questo ha dato vita al fenomeno dei social forum e della lotta contro la guerra e sulla base di questa spinta è sorto anche il Partito della Sinistra Europea.

Al declino del movimento ha fatto seguito uno spostamento dal terreno dell’azione sociale a quello più direttamente politico-istituzionale con l’emergere di nuove formazioni politiche (Syriza, Podemos). La vittoria della sinistra radicale in Grecia ha fatto intravedere la possibilità di aprire uno spazio a politiche non liberiste partendo da una postazione di governo e utilizzando la reazione del basso alla imposizione dell’austerità. La sconfitta di Syriza, costretta ad un compromesso molto negativo con la trojka, ha spinto una parte della sinistra europea a rimettere al centro l’azione a livello nazionale come asse centrale della possibile affermazione di politiche anti-liberiste. I vari movimenti per il cosiddetto “piano B” sono stati il punto di coagulo di questo spostamento del pendolo verso la dimensione nazionale. Il loro momento di maggiore iniziativa ha coinciso con le elezioni europee del 2019, mentre alcuni partiti della sinistra radicale hanno abbandonato prospettive “europeiste di sinistra” per abbracciare ipotesi di fuoriuscita dall’euro e di ridimensionamento dell’integrazione europea verso una forma di tipo confederale (paradossalmente oggi sostenuta anche dalla destra populista), quindi di ripiegamento nazionale.

Questa strategia, definibile genericamente come “sovranista di sinistra”, partiva dalla convinzione che il terreno nazionale fosse di per sé più favorevole a recuperare un rapporto più equilibrato tra capitale e lavoro. Il contesto europeo veniva invece considerato completamente “truccato” a favore del capitale e quindi inevitabilmente perdente.

Il punto debole di questa prospettiva era evidentemente la sottovalutazione dei processi di integrazione in atto nel capitalismo a livello globale, tali inevitabilmente da mettere in discussione la possibilità di un’azione pienamente “sovrana” dei singoli Stati. Anche se gli equilibri raggiunti sono oggi sottoposti a tensione, sembra difficile pensare ad un ritorno a capitalismi inetramente nazionali o regionali tra loro separati e contrapposti.

L’affermarsi di nuove contraddizioni e conflitti globali (la vicenda Covid ma anche il tema del cambiamento climatico) hanno confermato che risulta impraticabile un ritorno ad equilibri e forme di compromesso sociale che hanno funzionato nei trent’anni “gloriosi” del dopoguerra.

Al contrario l’ipotizzato ritorno alla centralità dello Stato nazionale è stato il terreno nel quale si è rafforzata l’onda reazionaria delle destre populiste che hanno potuto riposizionare il conflitto sui terreni a loro ideologicamente più convenienti: 1) lo scontro nativi/migranti per i controllo delle risorse economiche e del contesto sociale; 2) la contrapposizione tra lo Stato nazionale etnico e gli Stati concorrenti (variamente individuabili nella Cina, nella Germania o nella Francia a seconda delle convenienze). L’opposizione al capitalismo “globalista” contrapposto al capitalismo nazionale, quindi “patriottico”, o alla dimensione finanziaria contrapposta a quella produttiva del capitale (nel quale si infilano facilmente vecchi temi antisemiti e complottisti) nascondono malamente l’adesione della destra populista a visioni economiche ultraliberiste accompagnate da concezioni gerarchico-patriarcali sul piano sociale.

Se pure oggi le ipotesi “sovraniste di sinistra” sembrano declinare, resta però una incertezza di fondo e molte differenza sulla posizione della sinistra alternativa rispetto al processo di integrazione europea. Spesso si accostano rivendicazioni che sono comprensibili in una prospettiva semi-federalista ad altre che vanno in direzione esattamente contraria. Non v’è dubbio che questo indebolisca la possibilità per le forze alternative di pesare realmente sui processi in corso.

Una Banca centrale “forte” e una Unione Europea debole?

Una terza questione che vorrei porre all’attenzione riguarda il ruolo della Banca Centrale Europea nella visione delle forze della sinistra alternativa. Alcuni documenti recenti del Partito della Sinistra Europea avanzano in proposito varie proposte che, al di là delle formule tecniche, vanno in tre direzioni: 1) il finanziamento diretto della BCE ad un piano di investimenti in ambito europeo; 2) il finanziamento diretto della BCE per sostenere il welfare; 3) il finanziamento diretto agli Stati membri.

Queste richieste in sé condivisibili sollevano alcune interrogativi che andrebbero discussi e approfonditi se si vuole costruire una piattaforma che sia più convincente e mobilitante.

A volte emerge dalle piattaforme formulate a livello europeo e da quelle proposte da singoli partiti l’impressione che vi sia una sorta di illimitata possibilità da parte della BCE di “stampare” denaro (“stampare” in senso lato dato che ormai bastano semplici operazioni digitali). Qual è, se esiste, il limite per la messa a disposizione di denaro da parte della Banca centrale? La cosiddetta “moderna teoria monetaria” (che ha una certa influenza nella sinistra americana) sostiene la tesi che l’unico vincolo alla possibilità di uno Stato sovrano di battere moneta è dato dall’inflazione. Non c’è alcuna ragione economica per la quale sia vincolato dalle entrate e tanto meno dall’obbiettivo del pareggio di bilancio. Dall’esperienza italiana, quando c’era la lira, sappiamo che un secondo vincolo è dato dalla bilancia commerciale.

Fino a pochi mesi fa il problema dell’inflazione era inesistente, anzi semmai si riscontrava il problema opposto, la persistenza di una tendenza alla deflazione, nonostante politiche monetarie molto espansive da parte delle banche centrali. Vi è chi sostiene che la concentrazione dei capitali e della ricchezza sia l’elemento strutturale che ha impedito il ritorno dell’inflazione, dato che questi finiscono in un circolo di capitale “fittizio” e non si trasformano in richiesta di beni e servizi. In questo momento non sappiamo se la fiammata inflattiva in corso sia solo temporanea, né quanto inciderà sulla ripresa economica la circolazione di una nuova variante del virus. Ma questo rischia di indebolire fortemente una proposta tutta sbilanciata sull’azione della BCE.

Vi sono tesi secondo le quali la possibilità pressoché illimitate di finanziamento da parte della Banca centrale confermerebbero che saremmo entrati in un’era di “sovrabbondanza”, ma che questa verrebbe occultata dalle classi dominanti (in particolare in Italia) che produrrebbero invece una “scarsità artificiale di risorse” con l’obbiettivo del “disciplinamento sociale”.  Questa interpretazione, se fosse fondata, cosa che personalmente non credo, porta come conseguenza di spostare l’azione della sinistra quasi esclusivamente sul terreno della redistribuzione delle risorse, piuttosto che sul complessivo modello di sviluppo e quindi anche del ruolo del lavoro nella formazione della ricchezza, che verrebbe così considerato del tutto irrilevante.

Il secondo problema che emerge dalle rivendicazioni sul ruolo della BCE riguarda il rapporto tra Banca centrale e formazione statale. Normalmente le banche centrali sono tali perché fanno riferimento ad uno Stato corrispondente. Le banche centrali dovrebbero gestire le politiche monetarie mentre agli Stati spetterebbe di gestire le cosiddette politiche “fiscali” (laddove si intende l’insieme delle azioni di bilancio e non solo la definizione della tassazione). Con l’affermazione dell’egemonia liberista si è imposta l’idea della separazione della Banca centrale dalle politiche governative, in modo da subordinare il ricorso all’indebitamento pubblico in modo alla valutazione dei mercati, quindi del capitale finanziario (e in questo caso si può effettivamente parlare di una forma di “disciplinamento”).

Le proposte avanzate a sinistra, a livello europeo, tendono a trasferire anche parte della politica fiscale direttamente in capo alla Banca centrale. Avremmo la singolare combinazione tra una BCE (ovvero una struttura sottratta a qualsiasi forma di controllo democratico) con un enorme potere di intervento a tutti i livelli e contemporaneamente una formazione statale corrispondente (l’Unione Europea), i cui poteri dovrebbero essere in parte riconsegnati ai singoli Stati nazionali. Una soluzione ipotizzata sarebbe di collocare la BCE sotto il controllo democratico, anche se non è chiaro dove si possa effettivamente situare tale controllo in una struttura istituzionale che presenta già in sé molte asimmetricità (Parlamento e Commissione rappresentano 27 Stati ma solo una parte entrano nel sistema euro) e non pochi deficit di democrazia.

Conclusioni

Volendo provare a trarre qualche considerazione sintetica dalle questioni sopra sollevate, direi che andrebbe innanzitutto ridefinita una prospettiva di “riforma radicale” dell’Unione Europea (che è in pratica già presente nei documenti del Partito della Sinistra Europea) abbattendo il totem paralizzante dell’”irriformabilità”. Questa prospettiva va di pari passo alla conferma che non c’è una strategia né praticabile, né auspicabile in via di principio, di “sovranismo di sinistra” (nel senso di ripiegamento sulla trincea dello Stato nazionale non di rivendicazione della sovranità popolare che è altra cosa). Infine andrebbe ripristinata la capacità e volontà della sinistra alternativa di non misurarsi solo con le politiche ridistributive (per quanto indispensabili, sia con lo strumento della tassazione che con quello delle politiche monetarie) ma anche e soprattutto quello del modello di sviluppo e del come e per chi si produce.

Franco Ferrari

 

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