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Il silenzio dei Presidenti su quei giovani

di Francesca
Lacaita

Nel suo ultimo messaggio di fine anno il Presidente Mattarella ha dedicato alla gioventù parole importanti, rafforzate, nella loro forza ispiratrice, dalla citazione della lettera del prof. Carmina. In generale, il suo discorso ha trovato un ampio consenso trasversale; in particolare le esortazioni ai giovani sono state riprese in lungo e in largo sui media e sui social network, con i dovuti scrosci di retorica che abbondano sempre quando si toccano certi temi. Per quanto mi riguarda, proprio questa parte mi ha riempito di tristezza. Perché qualcosa spiccava per la sua assenza. Ossia, un qualche accenno alla riforma della legge sulla cittadinanza, che consentirebbe a centinaia di migliaia di giovani nati o cresciuti in questo paese di essere uguali, quantomeno in ambito civico e politico, ai loro coetanei italiani con cui condividono la vita sociale.

Dopotutto, secondo statistiche recenti, gli italiani dai 0 ai 29 anni sono 16.496.477, gli stranieri nella stessa fascia d’età 1.895.052, circa l’11,5%. Non tantissimi, ma abbastanza per rendersi conto che quando si parla di giovani si deve sempre tenere presente che su dieci di loro (pensiamo a una compagnia in pizzeria), almeno uno ha i diritti dimezzati, senza possibilità di incidere con il proprio voto sulle circostanze in cui si trova a vivere, e la propria vita condizionata, oltre che dalle precarietà e incertezze della condizione giovanile (spesso ancora più accentuate nel caso personale rispetto ai coetanei italiani), dal “peso” del permesso di soggiorno, dallo status di “migranti economici” al compimento del diciottesimo anno di età, dall’incubo dell’espulsione per circostanze non dipendenti dalla propria volontà, e dall’assenza di quelle opportunità che, secondo la legge, solo il possesso della cittadinanza può dare. Cittadinanza la cui concessione non è affatto automatica, nemmeno una volta soddisfatti i requisiti e presentata la domanda, ma che può essere negata sulla base di ampie discrezionalità (per un quadro panoramico sulla situazione in Italia si rimanda all’utilissimo articolo di Andrea Zitelli su «Valigia Blu»). La legge italiana sull’acquisizione della cittadinanza è notoriamente fra le più restrittive d’Europa. Questa è la realtà. E quando ce ne siamo resi conto, il nostro silenzio al riguardo diventa inevitabilmente assenso.

Ovviamente il problema non è tanto il silenzio, in questa circostanza, da parte di Mattarella, il quale ha personalmente già in altra occasione espresso l’auspicio di un cambiamento. «Bisogna avere un grande rispetto di questi giovani, – aveva detto nella primavera del 2017 – che, da un lato, avvertono con giusto orgoglio le loro origini, ma che non sono più esclusivamente e interamente partecipi della comunità da cui sono partiti i loro genitori. Si ha il dovere di evitare che essi si sentano esclusi anche dalla comunità in cui sono collocati e di cui si sentono parte per lingua, cultura, abitudini, costumi di vita. Quella di non parlare più di “seconda generazione di immigrati”, ma di “italiani di altra origine”, è una scelta coraggiosa, aderente alla realtà, ed è anche il modo di evitare che si creino delle sacche di emarginazione che sono ingiuste – e questo è il principale motivo –, ma sono anche foriere di pericoli». Il vero problema è la classe politica che da praticamente tre lustri gioca sulla pelle dei più deboli, strumentalizzando, quando si vuole impennacchiare, i bisogni e le aspettative di chi dipende più di altri da essa per la realizzazione dei propri diritti, per poi, lungi dal fare whatever it takes per garantirli, ridefinirli, limitarli, condizionarli, annacquarli, sfibrarli, rinviarli, e ridurre tutto al silenzio – il silenzio presidenziale è al riguardo certamente indicativo.

Un gioco lercio, trasversale sia agli schieramenti politici sia a chi si ha operato contro o a favore della riforma. Perché rinunciare ad affermare il principio di non discriminazione o di uguaglianza dei diritti, specie a fronte di differenze dovute al sangue, significa aprire la strada a una riedizione rovesciata della dottrina separate but equal, insieme ma disuguali, forse ancora più ipocrita e odiosa dell’originale. Significa avere poca considerazione per il concetto stesso di cittadinanza, quando va declinato nella realtà del XXI secolo. Significa mostrare, anche nei confronti dei propri elettori, che non ci si batterà mai fino in fondo per difendere gli interessi di chi ha meno potere o non ha un peso specifico adeguato.

Vediamole, le tappe di questo gioco lercio. Seguiamole prevalentemente attraverso le sei puntate della ricostruzione di Andrea Giambartolomei sul sito La via libera. Tra le prime proposte di modifica della legge sulla cittadinanza c’è quella “bipartisan” presentata nel 2009 dal deputato del PD Andrea Sarubbi e del deputato del PDL Fabio Granata (ex MSI) e sostenuta da 50 parlamentari di tutti i gruppi politici, tranne la Lega Nord. Un promotore “eccellente” è l’allora Presidente della Camera Gianfranco Fini. La proposta prevede il dimezzamento degli anni di residenza necessari per ottenere la cittadinanza da dieci a cinque, e richiede per il minore nato in Italia da genitori stranieri il compimento di un ciclo scolastico-formativo; non è dunque dissimile da quelle che vengono sempre più adottate nell’Europa occidentale, che vanno nel senso di uno ius soli temperato. Essa tuttavia incontra l’opposizione non solo della Lega Nord, ma anche di Berlusconi, allora Presidente del Consiglio, e di altri parlamentari del PDL. Le obiezioni sono destinate a ricorrere nel tempo. Prima fra tutte: non è nel programma di governo. E poi: così apriamo le porte all’invasione. Interessante l’uscita dell’allora Ministra per la Gioventù Giorgia Meloni nel novembre 2010: «La sostituzione integrale dello ius sanguinis con lo ius soli ha generato gravi tensioni sociali nelle nazioni europee in cui è stata introdotta». Ma: «Sono assolutamente convinta che la cittadinanza italiana debba essere concessa a chi è nato in Italia anche da genitori stranieri, purché abbia compiuto i due cicli di studio che conducono al primo anno di scuole superiori. E ne fa esplicita richiesta». Insomma, lo ius culturae. E ius culturae sia.

Ma solo nel senso che lo ius culturae diventa il principio alla base delle sollecitazioni e proposte successive di riforma della legge sulla cittadinanza, come quella di Andrea Riccardi, Ministro per Cooperazione internazionale del governo Monti. In realtà lo ius culturae in quanto tale non è codificato in nessun ordinamento europeo. In teoria non si discosterebbe molto dallo ius soli temperato, almeno in alcune formulazioni. Però, anche se le sue condizioni parrebbero a prima vista ragionevoli e non particolarmente difficili da soddisfare, esso introduce concettualmente l’idea che la cittadinanza non viene acquisita per il fatto semplicemente di esistere, come per chi discende da lombi nativi, ma in quanto premio per qualcosa che si è fatto e che qualcun altro ha giudicato meritorio. L’ideologia del merito dell’era neoliberale è la cifra attraverso cui lo “straniero” viene considerato degno di essere nostro concittadino. Il “fallimento” è considerato un giusto motivo di esclusione. Data la legislazione attuale, uno per meritarsi la cittadinanza deve fare l’eroe o comunque compiere azioni straordinarie. Come i due ragazzini di Crema Ramy Shehata e Adam El Hamami, premiati con la concessione della medesima nel 2019 per aver sventato il sequestro del loro scuolabus e una possibile strage (ma anche in quel caso l’allora Ministro dell’Interno Salvini aveva trovato qualcosa da ridire).

L’altro aspetto problematico dello ius culturae è la visione statica e conservatrice che trasmette dell’“istruzione” e della “cultura”. Lo “straniero”, anche se nato e cresciuto qui, viene visto per la sua origine come potenzialmente alieno da noi, fino a che non si sottopone a una sorta di lavacro culturale, da cui emergerà italiano. Praticamente la scuola è ancora concepita come veicolo di assimilazione, dopo decenni in cui si ragiona di pedagogia e di educazione interculturale!

Tuttavia nemmeno la formula dello ius culturae proposta da Riccardi basta a aprire la strada a una riforma della cittadinanza. Il Presidente del Consiglio Mario Monti liquida la questione in nome della stabilità del suo governo, sostenuto da larghe intese. Intanto si sono mobilitati le associazioni di migranti, i sindacati e altre organizzazioni nella campagna “L’Italia sono anch’io”: tra il settembre del 2011 e il marzo 2012 vengono raccolte oltre 200.000 firme per due proposte di legge di iniziativa popolare, una per la riforma della legge sulla cittadinanza (nel senso di uno ius soli temperato) e l’altra per la ratifica del Capitolo C della Convenzione sulla partecipazione degli stranieri alla vita pubblica alla vita locale del Consiglio d’Europa, che consentirebbe a tutti i residenti, indipendentemente dalla nazionalità, il diritto di voto alle elezioni amministrative, come già avviene in alcuni paesi europei. L’opposizione alla riforma caratteristicamente la butta in caciara, agitando lo spettro di orde di migranti attratti dalla prospettiva dello ius soli secco, anche se tale prospettiva semplicemente non esiste. Oltre alla destra, che minaccia barricate, e a Beppe Grillo, che vi vede lo scopo di distrarre dai veri problemi degli italiani, a questo gioco partecipano pure moderati, come la Ministra dell’Interno Annamaria Cancellieri o Francesco Rutelli.

Lo schema si ripete anche in seguito: Berlusconi sembra aprire durante la campagna elettorale del 2013, in Parlamento vengono presentate due proposte di legge, una da parte del PD e una da parte di Scelta Civica; la Ministra dell’Integrazione del governo Letta, Cécile Kyenge, firmataria della proposta del PD per uno ius soli temperato, viene fatta oggetto di pesanti attacchi di natura razzista. La Lega e la parte ex missina del PDL sono, come da copione, particolarmente truculenti e bellicosi, ma anche signore moderate come Elvira Savino e Anna Maria Bernini premono perché si desista: dopotutto il governo Letta è sostenuto da una parte del PDL e la riforma della cittadinanza non rientra nel programma su cui è stata ottenuta la fiducia. Vito Crimi del M5S ribadisce che le vere emergenze sono altre. Kyenge e Letta rilanciano nei primi mesi del 2014, ma il governo viene costretto alle dimissioni per opera di Matteo Renzi. Il quale sembra voler riprendere la questione, ma si muove cautamente e non affida a nessuno il compito di occuparsi di integrazione.

Alla fine, nel luglio 2015 si giunge a un testo unificato che raccoglie 24 proposte di legge depositate in precedenza e rappresenta chiaramente un compromesso tra i due poli. Sostanzialmente esso prevede lo ius soli temperato per chi nasce in questo paese e lo ius culturae per chi vi arriva: la frequenza regolare di un percorso scolastico di cinque anni per chi giunge in Italia entro i 12 anni, e il ciclo scolastico con conseguimento del titolo e una residenza continuativa di sei anni per chi vi giunge dai 12 ai 18 anni. Per chi vi arriva successivamente valgono le disposizioni della legge vigente. Lo ius soli per chi nasce in Italia è comunque estremamente temperato, grazie a un emendamento presentato da un’altra signora molto moderata, Dorina Bianchi, che impone che i genitori abbiano il permesso di soggiorno UE per lungosoggiornanti, un permesso che si può richiedere solo dopo aver avuto per almeno cinque anni il permesso di soggiorno e che prevede per ottenerlo determinati requisiti di reddito. Oltre alla cittadinanza per merito viene così introdotta la cittadinanza per censo, in quanto verrebbero chiaramente discriminati coloro che, pur nati qui, non hanno genitori che soddisfano quei requisiti. I promotori della campagna “L’Italia sono anch’io” chiedono un confronto per esprimere proposte migliorative. Non vengono ascoltati.

La gestione della proposta di modifica della legge sulla cittadinanza è saldamente in mani moderate, e altrettanto moderati sono i contenuti. Serve questo a placare la canea degli oppositori? No. La Lega evoca le «barricate», il «Vietnam» per impedire l’«africanizzazione» e il «suicidio etnico», e prepara l’ostruzionismo. Il testo viene comunque approvato alla Camera il 13 ottobre 2015, con il voto contrario di Lega e Fratelli d’Italia e l’astensione del M5S, dopodiché si arena. Nel dicembre 2016 Renzi si dimette da Presidente del Consiglio e gli subentra Paolo Gentiloni con la stessa maggioranza. Tuttavia, quando il testo arriva in Senato, ricominciano a levarsi i se e i ma proprio da parte di esponenti moderati della medesima, come Valentina Castaldini, portavoce di Alternativa Popolare (successore del Nuovo Centrodestra di Angelino Alfano), che avverte che lo «ius soli [sic!] non rientra né tra le emergenze né tra le necessità impellenti del paese e non fa parte del programma di governo». Il 2017 è l’anno della criminalizzazione delle Ong che salvano i migranti in quanto “taxi del mare”, è l’anno del decreto Minniti-Orlando sull’immigrazione. Nella politica e nei media mainstream si crea subito il legame tra “sbarchi” e “ius soli”, tanto più che vengono pubblicate le statistiche Eurostat secondo cui in Italia le “naturalizzazioni” sono state più che altrove. Ciò è ovviamente dovuto al fatto che gli immigrati che sono giunti nei decenni precedenti, quando l’Italia si era scoperta quasi all’improvviso paese di immigrazione, avevano finalmente maturato i requisiti. Questo però dà a esponenti del centrodestra moderato come Andrea Mandelli di Forza Italia, il pretesto per liquidare lo «ius soli» (sic!) quale «legge sbagliata» e chiederne l’archiviazione. Che alla fine di fatto avverrà, dopo un ulteriore rinvio, nel dicembre di quell’anno, anche a seguito del disimpegno da parte di esponenti di punta del PD.

Dopo le elezioni del 2018 viene formato il primo governo Conte e arriva il decreto sicurezza del ministro Salvini, che incide pesantemente anche sull’acquisizione della cittadinanza: il livello di conoscenza della lingua italiana viene innalzato da A2 a B1; l’importo del contributo richiesto per la cittadinanza è innalzato da 200 a 250 euro; i tempi di risposta per la conclusione dell’iter di concessione della cittadinanza sono estesi da due a quattro anni, e viene prevista per la prima volta la revoca della cittadinanza per soggetti condannati per terrorismo (questo ovviamente vale solo per chi è “nato straniero”). I decreti salviniani sono aspramente criticati dai sostenitori dei diritti dei migranti, e ci si può ben aspettare che la nuova maggioranza del secondo governo Conte li modifichi. Il che avviene il 18 dicembre 2020, ma per quanto riguarda la cittadinanza si tratta di poca cosa: l’attesa massima dopo la presentazione della domanda viene ridotta a tre anni, evidentemente in omaggio al “giusto mezzo”, e rimane la deroga della cittadinanza per chi, “nato straniero”, è condannato per reati di terrorismo.

Attualmente la questione della riforma della cittadinanza batte la fiacca. Dal 2019 giacciono alla commissione Affari Costituzionali della Camera tre proposte, una di Laura Boldrini e orientata verso uno ius soli temperato, una di Renata Polverini orientata verso lo ius culturae, e una di Matteo Orfini, che riprende per vari aspetti il testo affossato nel 2017. Ma non c’è la volontà politica di discuterle. Al momento delle consultazioni per la formazione del governo Draghi, il PD pare abbia sostenuto la necessità di riprendere la riforma della cittadinanza, mentre Salvini avrebbe posto il veto. Il M5S vive su questo tema tutte le contraddizioni del “gentismo” populista delle origini. Draghi è algidamente al di sopra della mischia – dopotutto è lì per fare altro. La scorsa estate c’è stato un piccolo fuoco di paglia in occasione dei successi degli atleti italiani; c’è chi ha parlato dell’opportunità di uno “ius soli sportivo”, ossia l’ottenimento della cittadinanza italiana per meriti sportivi – una formula che di per sé compendia al meglio due elementi che hanno caratterizzato la questione nel corso dei decenni: l’idea della concessione della cittadinanza come ricompensa per meriti in qualche modo straordinari, e specularmente il degrado del concetto stesso di cittadinanza, in quanto discriminazioni e disuguaglianze sono contemplate e accettate.

Una decina di anni fa Meloni si appellava allo ius culturae per distanziarsi dalla proposta di legge di allora. Oggi lo ius culturae è praticamente scontato in ogni discorso sulla cittadinanza, passando sopra tutte le sue problematicità. Nonostante ciò, da destra continuano a essere evocati i barconi, il “terrorismo di seconda generazione”, la sostituzione etnica. La conversazione pubblica ne esce abbrutita, tra fake news, approssimazioni, semplificazioni, e appelli a una presunta volontà popolare, che sarebbero intollerabili a proposito di qualsiasi altro tema, e che diventano sono armi contro la (qualità della) vita delle persone. I “moderati” fingono di aprire spiragli, impongono le istanze che provengono dalla destra, per poi sopire, troncare, o cedere, perché “non ci sono i numeri in Parlamento”, “non è il momento”, “la gente non capirebbe”, “il governo deve andare avanti”, “saremmo gli unici in Europa”, “dobbiamo accordarci con l’Unione Europea” – l’appello all’“Europa” è stato sollevato per l’occasione dal “sovranista” M5S, che ignora o finge di ignorare che la cittadinanza è una materia esclusivamente in mano agli stati. La destra minaccia le barricate, ma il PD non chiamerebbe mai alla lotta i suoi sostenitori.

I presidenti del Consiglio “tecnici” ed “europeisti”, Monti e Draghi, non hanno contribuito in nulla a questo riguardo, e verrebbe da chiedersi se è solo perché l’“Europa” non c’entra in materia di definizione della cittadinanza. In realtà proprio sulla pelle dei migranti e dei loro figli si realizza la convergenza fra estrema destra e mainstream di cui scrive Valerio Renzi, fra tecnocrazia e populismo, di cui ha scritto Ida Dominijanni su «L’essenziale» del 23 dicembre 2021. Le disuguaglianze sociali, che diamo ormai per scontate in quanto le concepiamo come dovute “al merito”, diventano la base di una concezione dei diritti di cittadinanza disuguali, cristallizzando anche quelle disuguaglianze di carattere etnoculturale che la destra ha sempre propagandato. Tecnocrazia e populismo condividono l’esautoramento della democrazia rappresentativa e della partecipazione nei corpi intermedi: perché gli “stranieri” dovrebbero poter incidere con il proprio voto sulle circostanze in cui si trovano a vivere, quando vale sempre meno per gli stessi “nativi”?

P.S. Nemmeno il Capitolo C della Convenzione sulla partecipazione degli stranieri alla vita pubblica alla vita locale del Consiglio d’Europa è mai stato ratificato.

Francesca Lacaita

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4 Commenti. Nuovo commento

  • Giuseppelombarfo
    13/01/2022 13:51

    Ottime riflessioni

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  • Patrizia Sterpetti
    14/01/2022 23:47

    Brava Francesca! Parte del Paese Italia non ha ancora capito che fare una buona accoglienza per richiedenti asilo e migranti, investire sulla loro formazione, autonomia ed espressione (professionale, politica, artistica) e concedere la cittadinanza e il diritto di voto ai nati in Italia, vorrebbe dire esprimere un autorevole modello: inclusivo, informato e formativo e poter raccogliere tutti i benefici di questa impostazione. Invece si è scelto, per mantenere dei privilegi, il sadismo, l’esclusione, l’inferiorizzazione permanente, senza capire di ipotecare in questo modo il futuro di tutt*.

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  • Lucia R. Capuana
    15/01/2022 19:12

    Bravissima, Francesca. Hai fatto un’analisi ineccepibile e una ricostruzione precisa. Grazie.

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  • Francesca Lacaita
    16/01/2022 18:05

    Grazie a tutt* delle gentili parole. La questione della mancata riforma della legge cittadinanza e della mancata adesione al Capitolo C della Convenzione di Strasburgo si collegano all’assalto ai diritti di cittadinanza, alle riforme elettorali in senso oligarchico, alla riduzione del numero dei parlamentari, alla torsione in senso semipresidenzialista nel dibattito sull’elezione del capo dello stato, alla minaccia di autonomia differenziata. Occorre resistere con il contributo di tutte e di tutti.

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