Il “populismo plutocratico” di Trump alla prova del voto

di Franco
Ferrari

Si avvicina la data del voto e i sondaggi si stabilizzano a favore di Biden, allargando il suo vantaggio nei confronti di Trump ad oltre il 10%. Analogamente cresce il consenso per il candidato democratico in quasi tutti gli Stati considerati “top battlegrounds”, quelli nei quali l’esito non può essere dato per scontato a favore di uno dei due schieramenti politici tradizionali.

Negli Usa l’industria dei sondaggi pre-elettorali è sempre attivissima e in parte gli stessi sondaggi sono strumento di propaganda e vanno quindi presi con la necessaria cautela. In molti casi il campione è composto da un migliaio di persone contattate telefonicamente, un numero analogo a quello utilizzato per consultare l’elettorato italiano che però è un terzo di quello americano. Per potersi avvicinare all’orientamento reale dell’elettorato, in un Paese dove la frammentazione identitaria e le differenze sociali, etniche, religiose pesano sull’orientamento politico, occorre una grande capacità di intuizione del giusto mix oltre ad una buona dose di fortuna.

I sondaggisti hanno probabilmente corretto i loro schemi sulla base del risultato del 2016, nei quali non avevano previsto l’esito finale, soprattutto sbagliando l’analisi di quegli stati chiave che hanno fatto pendere la bilancia dalla parte di Trump. In quel caso avevano sottovalutato lo spostamento di settori di classe operaia e ceto medio-basso attratto dalle promesse trumpiane di riportare negli Stati Uniti posti di lavoro industriale persi con la globalizzazione.

Abbiamo già esaminato, in un precedente articolo1, due altri fattori che potranno influire sull’esito finale: il sistema di elezione presidenziali basato su collegi maggioritari coincidenti con gli Stati e le possibile iniziative di manipolazione, messe in atto soprattutto dai Repubblicani, che sanno di potere colpire le minoranze e i poveri, largamente orientate verso i democratici e concentrate in alcune specifiche zone territoriali (determinati quartieri o intere cittadine). Non c’è giorno che qualche giudice non debba intervenire per dirimere una controversia sulle modalità di voto aperta da repubblicani o democratici. E siccome la stessa magistratura è largamente polarizzata e politicizzata, queste decisioni, spesso contraddittorie, alimentano la confusione e il dubbio sull’esito finale del voto.

Sondaggi a parte, resta il problema di capire come si compone e quale consistenza abbia il blocco elettorale che ha permesso l’elezione di Trump quattro anni fa. La base repubblicana si è andata radicalizzando a destra già prima delle ultime elezioni presidenziali. Si può dire che l’attuale Presidente non abbia costruito questa coalizione ma semmai è riuscito ad esprimerla al meglio (o al peggio) spogliandosi di quel “politicamente corretto”, che molti suoi elettori ritengono frutto di un complotto del cosiddetto “marxismo culturale”. Una cospirazione derivata dalla scuola dei sociologi di Francoforte (molti emigrarono negli Stati Uniti durante il nazismo perché ebrei e di sinistra) a sua volta ritenuta, senza alcun fondamento, una filiazione nientemeno che dell’Internazionale Comunista2.

La coalizione elettorale “trumpiana”

Il blocco elettorale trumpiano può contare su una serie di componenti con agende specifiche ma che riescono a confluire in un progetto comune. Fondamentali sono gli evangelici che all’80% hanno riversato il loro voto su Trump e che hanno sostanzialmente mantenuto intatto il loro appoggio al Presidente in carica. C’è chi trova ragioni di questo appoggio, che sembra indefettibile, in alcuni aspetti della lunga storia culturale di questa componente del melting pot americano. Soprattutto vi vede un elemento portante, al di là degli aspetti più strettamente religiosi (tra i quali il rifiuto dell’aborto e il desiderio di capovolgere la sentenza storica “Roe contro Wade” della Corte Suprema che lo aveva legittimato), nel rifiuto dello Stato e delle sue funzioni di intervento e di regolazione sociale. Le politiche di welfare sono viste come una limitazione della libertà individuale che nelle diverse correnti e denominazioni protestanti è parte del rapporto diretto fra Dio e l’individuo3. È stato verificato che anche parte di coloro che pure potevano beneficiare del cosiddetto Obamacare (l’ampliamento dell’assistenza medica a settori che ne erano sprovvisti per ragioni economiche) hanno votato per Trump se di religione evangelica. L’ideologia individualista di derivazione religiosa si sposa quindi con quella liberista che Reagan aveva sintetizzato nella formula: “lo Stato non è la soluzione ma il problema”.

Una minoranza del mondo evangelico sta resistendo a questa fusione fra una prospettiva di tipo religioso e un’agenda politica cercando di sottrarsi a questa identificazione e riaffermando principi di solidarietà sociale e di rispetto dell’ambiente che sono in aperto contrasto con le politiche trumpiane. Una minoranza più ristretta ha deciso addirittura di abbandonare l’etichetta di “evangelici” proprio per non essere identificata con una prospettiva politica di destra4.

La destra repubblicana può contare sull’appoggio dell’influente lobby dei produttori di armi che difendono a spada tratta il diritto di ogni cittadino a portare armi. Si è visto in queste settimane con l’esibizione di diverse milizie di estrema destra (ma anche con la scesa in strada di una milizia di autodifesa dei neri)5 che si intende anche il diritto a portare vere e proprie armi da guerra. Sono soprattutto le zone rurali, tendenzialmente più conservatrici, a considerare il diritto ad armarsi come una garanzia contro il possibile prepotere dello Stato. Più che l’anelito di libertà, pesa qui però quel sottofondo di prevaricazione e di violenza che ha svolto un ruolo importante nella formazione degli Stati Uniti6. Si è sviluppato, soprattutto in occasione di qualcuna delle numerose stragi di cittadini inermi, compiute da folli o estremisti, un movimento soprattutto giovanile che ha cercato di imporre delle limitazioni alla vendita e alla circolazioni di armi, ma questa più che sensata aspirazione sembra impossibilitata a superare lo scoglio rappresentato da una Corte Suprema nelle mani salde dei conservatori.

Altro settore importante della coalizione elettorale di Trump è quello rappresentato dai cosiddetti “nativisti” o suprematisti bianchi. Benché il termine “nativista”, ovvero coloro che sono nati in un dato territorio, contrapposti agli immigrati, legali o clandestini, sia improprio, dato che gli unici che potrebbero avvalersene dovrebbero essere i nativi americani, vittime di un lungo processo di sterminio, esso viene utilizzato per indicare le correnti xenofobe o apertamente razziste esistenti nel Paese. Il consenso di Trump e in generale della destra repubblicana è forte soprattutto tra i bianchi, mentre è debole tra neri e latinx. Qualche iniziativa recente del Presidente in carica ha cercato di ampliare l’appoggio ottenuto tra le minoranze, puntando soprattutto sui benefici economici della crescita vissuta dagli Usa fino all’esplosione della pandemia, per arruolare ceto medio di colore. Ma le vicende recenti che hanno visto i neri particolarmente colpiti dal Covid19 e dai pregiudizi razziali diffusi nelle forze di polizia, rendono difficile il processo di cooptazione subalterna di settori delle minoranze in un mondo che si vuole ancora dominato dai “bianchi”, attraverso la promozione economica.

Gli Stati Uniti, sono una società con una lunga storia di immigrazioni, alle quali si è accompagnata una altrettanto lunga storia di movimenti che hanno individuato negli immigrati il nemico da combattere. Se un secolo fa questi erano soprattutto gli irlandesi, gli italiani e in generale tutti gli europei bianchi ma cattolici (“papisti”) e quindi considerati estranei alla cultura religiosa protestante considerata basilare nell’identità degli Stati Uniti, ora sono prevalentemente i latino-americani ad essere additati come portatori di criminalità e accusati di “rubare il lavoro” ai “nativi” 7. La campagna anti-immigrati consente di temere insieme la paura di declassamento economico con quella di perdita di identità.

La base elettorale che sostiene Trump può essere considerata in larga parte “reazionaria” nel senso più esatto del termine. Infatti tende a reagire ad alcuni mutamenti sociali e culturali che ne mette in discussione o i privilegi sociali (reali o presunti) o l’identità culturale. Il blocco che lo ha eletto quattro anni fa era caratterizzato dall’essere composto in misura maggiore da maschi piuttosto che donne, adulti e anziani piuttosto che giovani, bianchi piuttosto che di colore, a reddito medio e medio-alto piuttosto che basso, evangelico praticante piuttosto che di altre osservanze religiose o non religioso8.

Su queste componenti sociali e culturali va aggiunto l’impatto della crisi del liberismo nella sua forma di sistema sempre più globalizzato e finanziarizzato. Una parte dell’elettorato della cosiddetta “rust belt”, la cintura della ruggine, composta da quegli Stati che avevano una forte presenza industriale che hanno perso per il trasferimento di quelle attività in altri Paesi come la Cina, è stato sicuramente determinante per dare la vittoria a Trump. Ma non per le sue dimensioni quantitative in numero assoluto di voti quanto per aver spostato la bilancia per poco e in pochi Stati, con un effetto largamente amplificato dal sistema elettorale maggioritario statunitense. Lo scontro per riconquistare quel settore di elettorato, che non può essere banalmente liquidato come “razzista” perché nelle due elezioni precedenti aveva votato per Obama, è al centro dell’iniziativa di Biden.

La “base di classe” che sostiene Trump

Abbiamo visto, a grandi linee, alcuni delle componenti della “base di massa” del trumpismo e di quanto essa sia in sostanziale continuità con la coalizione elettorale repubblicana come si è venuta delineando da Reagan in poi, ma per usare la distinzione gramsciana occorre tener presente anche la “base di classe” che lo sostiene.

La politica del Presidente in carica, per alcuni aspetti salienti, è in continuità con la politica dell’establishment repubblicano. Se ne devono richiamare quattro: 1) la riduzione delle tasse per il ceto medio-alto e per le imprese; 2) il ridimensionamento del ruolo dello Stato e in particolare del welfare; 3) la tendenziale soppressione di tutte le forme di regolamentazione del mercato ai fini di tutela ambientali o di difesa dei cittadini in quanto consumatori; 4) lo smantellamento dei diritti sindacali e di tutte le forme di difesa dei lavoratori (si è parlato molto della possibile ostilità della candidata alla Corte Suprema Amy Coney Barrett nei confronti dell’aborto, ma altrettanto ostile si è dimostrata verso i diritti di chi lavora)9.

Queste politiche trovano il pieno sostegno della parte più reazionaria e aggressiva dell’establishment economico. Si pensi a tutte le corporations legate al fossile che investono fondi per dimostrare l’inesistenza del cambiamento climatico. O a quelle imprese che possono trarre beneficio da una politica protezionista. Una parte dell’establishment invece non condivide altri aspetti importanti delle politiche trumpiane (la messa in discussione del liberoscambismo come criterio guida dei rapporti internazionali, in parte anche il negazionismo climatico) ma ha trovato il modo di apprezzare i benefici derivanti dalle politiche fiscali e antisindacali.

Forse l’unico terreno possibile di conflitto che si potrebbe aprire tra Trump e l’establishment repubblicano può emergere dalla gestione del debito pubblico. La crescita economica Usa ha beneficiato di politiche monetarie molto permissive e a fronte della crisi economica prodotta dalla pandemia, Amministrazione e Federal Reserve hanno reagito alle possibili ricadute sociali con un’enorme produzione di moneta. Il Presidente dopo aver bloccato un ulteriore piano di intervento elaborato dai democratici alla Camera (dove sono in maggioranza) ne ha anticipato uno proprio di dimensioni quantitativa leggermente inferiori. Ma stanno emergendo malumori nel campo repubblicano per politiche espansionistiche che sono in contrasto con l’ideologia monetarista che è maggioritaria a destra.

Trump accetterebbe un’eventuale sconfitta?

Per definire in modo sintetico la politica trumpiana è stata utilizzata la formula di “populismo plutocratico” 10 che mi sembra cogliere due aspetti presenti nelle sue azioni e nella sua propaganda. L’elemento populista ha accentuato la polarizzazione e la conflittualità politica e sociale nel Paese e ha anche affermato un certo disprezzo per regole istituzionali che dovrebbero garantire l’esistenza di uno Stato regolato da leggi e non dai meri rapporti di forza. Questo “stile comunicativo” ha consentito di fornire una base più ampia a politiche che in realtà privilegiano settori sociali altrimenti minoritari.

Il voto del 3 novembre metterà alla prova la tenuta di questa saldatura. Quello che però intanto si può rilevare è che essa non si è dimostrata capace di vera egemonia e di espansione al di là dei propri confini. Ben diverso in questo dal successo di Reagan che non solo ottenne un vasto consenso ma condizionò le stesse politiche democratiche che, con il centrismo clintoniano, si adattarono all’impostazione liberista. La Presidenza Trump ha invece prodotto uno spostamento a sinistra (significativo nella base, piuttosto mimetico e tremebondo nei vertici) del campo democratico.

Ricordando che in Gramsci l’egemonia è sia capacità di costruzione del consenso che utilizzo dei rapporti di forza, ci si può chiedere se Trump, mancando la prima farà ricorso ai secondi, portando lo scontro istituzionale, in caso di sconfitta, fino al limite estremo consentitogli dal sistema istituzionale americano e anche oltre. I più ottimisti fra i suoi oppositori sembrano escludere che sia una strada realmente praticabile e che dopo il 3 novembre dovrà piegarsi ad una eventuale sconfitta11. In effetti non si vede perché le classi dominanti dovrebbero sostenerlo in un conflitto che può diventare disastroso per la pace sociale interna e per il ruolo di predominio degli Stati Uniti sul piano internazionale. Ma in questo momento gli ottimisti sembrano ancora in minoranza.

  1. https://transform-italia.it/chi-vincera-le-elezioni-usa-e-la-domanda-sbagliata/.[]
  2. https://www.theguardian.com/commentisfree/2015/jan/19/cultural-marxism-a-uniting-theory-for-rightwingers-who-love-to-play-the-victim.[]
  3. https://marciapally.com/2020/07/27/evangelicals-right-wing-populism-trump-not-a-faustian-bargain/.[]
  4. https://www.christianitytoday.com/news/2020/september/evangelicals-for-social-action-name-change-christian.html.[]
  5. https://youtu.be/tI8ljcpApg4.[]
  6. Si legga in proposito la classica Storia del popolo americano di Howard Zinn, pubblicata in Italia dal Saggiatore.[]
  7. Per una ricostruzione storica e sociologica si veda S. M. Lipset e E. Raab, The Politics of Unreason. Right-Wing Extremism in America, 1790-1977, University of Chicago Press, 1978.[]
  8. La politologa progressista, recentemente scomparsa, Jean Hardisty, ha parlato di “mobilitazione del risentimento” in Hardisty, J. Mobilizing Resentment. Conservative Resurgence fron the John Birth Society to the Promise Keepers, Beacon Press, 1999.[]
  9. https://www.jacobinmag.com/2020/09/supreme-court-pick-trump-amy-coney-barrett-gig-economy-workers.[]
  10. Pierson, P. American hybrid: Donald Trump and the strange merger of populism and plutocracy, The British Journal of Sociology, 2017, vol 68, Issue 51, https://onlinelibrary.wiley.com/doi/full/10.1111/1468-4446.12323.[]
  11. Ross Douthat, There Will Be No Trump Coup, New York Times, 10 ottobre 2020.[]
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Meeting the left: Katarina Peović
Dove va l’America?

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