Il partito di Paragone scombussola la nebulosa “sovranista”

di Franco
Ferrari

Gianluigi Paragone, giornalista e senatore eletto nelle liste del Movimento 5 Stelle dal quale è stato espulso il 4 gennaio scorso per aver votato contro la legge di bilancio, ha annunciato la formazione di un nuovo partito politico. Entro luglio sarà attivo il sito web e presumibilmente sarà nota la denominazione della nuova formazione che può essere definita “sovranista”, avendo come obbiettivo prioritario, se non unico, l’uscita dell’Italia dall’Unione Europea e dall’euro, la cosiddetta Italexit.

Paragone è stato giornalista di diverse testate, prevalentemente di destra, come La Padania e Libero, per poi poter contare su una presenza televisiva, garantita inizialmente dal sostegno della Lega di Bossi, con il quale ha però rotto i rapporti in corso d’opera. Ha gestito alcuni talk-show di attualità, prima alla Rai e poi alla 7 di Urbano Cairo, nei quali ha dato voce a posizioni antieuropeiste, ad uno stile comunicativo di tipo populista ed anche a tematiche cospirazioniste.

Il senatore ex 5Stelle può contare su una indubbia popolarità in un’area di opinione pubblica che va da elettori del movimento fondato da Beppe Grillo, delusi per quella che viene percepita come una svolta moderata, avviata con la formazione del Governo Conte II (in alleanza col Partito Democratico), a simpatizzanti della Lega e tra generici elettori “anti-sistema” che al momento non si identificano con nessuna delle offerte politiche esistenti.

A fianco di Paragone ha dichiarato il proprio impegno nella costruzione del nuovo partito, Thomas Fazi, giornalista che si è definito, in una recente intervista a “Il Primato nazionale”, rivista dell’organizzazione neofascista CasaPound, come “sovranista di sinistra”. Fazi è anche sostenitore della cosiddetta Teoria Monetaria Moderna. E’ infatti coautore del libro “Sovranità o barbarie” assieme all’economista australiano William Mitchell, che di questa teoria è promotore e lo invitato recentemente a parlare al Senato, con il patrocinio di Gianluigi Paragone.

La definizione di “sovranismo” rischia, come quella che spesso la affianca di “populismo”, di essere distorta da un uso meramente polemico e quindi di perdere qualsiasi valore esplicativo. Può essere accolta come semplice auto-dichiarazione, nel qual caso si possono considerare “sovranisti” tutti i movimenti politici che si definiscono tali, oppure provarne a dare una definizione più oggettiva e allora le varie forze politiche vanno indagate sulla base della loro effettiva azione politica e delle forze sociali di cui sono espressione, piuttosto che dei soli proclami ideologici.

Nel primo caso, in Italia, si sono dichiarati “sovranisti” sia Fratelli d’Italia che la Lega di Salvini. Si tratta più propriamente di partiti “etno-nazionalisti”, data la rilevanza che ha la propaganda xenofoba nella loro visione del mondo. Inoltre, analogamente ai partiti dell’est Europa (in particolare Polonia e Ungheria) la definizione di “sovranisti” contrasta con la disponibilità – non priva di un certo servilismo – all’allineamento con gli Stati Uniti. Come conferma la recente visita del Presidente polacco Duda alla Casa Bianca, a pochi giorni dal voto, nella speranza di poter accogliere in Polonia le truppe americane rimosse dalla Germania.

La stessa storia della tradizione neofascista da cui deriva il partito di Giorgia Meloni attesta un’ampia disponibilità a mettersi al servizio di altri Stati anche a costo di far pagare pesanti prezzi agli italiani per tali scelte. Mussolini poté mettere in atto la scissione interventista dal Partito Socialista, grazie ai finanziamenti sotto banco provenienti dalla Francia, interessata a trascinare l’Italia in guerra. Lo stesso fascismo, nonostante la retorica imperiale si pose al servizio del nazismo. E nel dopoguerra, l’MSI fu spesso e volentieri strumento delle iniziative anticomuniste, aperte o nascoste, di provenienza americana. La stessa Meloni ha proposto di sostituire il ricorso al MES con l’utilizzo dei Diritti Speciali di Prelievo che potrebbero essere messi a disposizione dal Fondo Monetario Internazionale. Senza entrare nei meandri tecnici, è evidente che tale ipotesi potrebbe avverarsi solo con l’accordo del governo degli Stati Uniti e del suo Congresso, ponendo l’Italia quindi in una posizione di accentuata subalternità verso gli USA. Certamente non una proposta “sovranista” quindi. La stessa Lega ha la contraddizione tra alcuni proclami degli economisti Bagnai e Borghi col fatto che una parte significativa del mondo economico del nord-est italiano dipende dalle commesse dell’industria tedesca e non si vede l’interesse ad una politica di tipo protezionista

Definito che non tutti i “sovranisti” sono realmente tali, ma più interessati a semmai a contrapporre l’alleanza europea a quella con gli Stati Uniti, come avviene per altro anche con la Brexit, che determina un ulteriore e più stretto ancoraggio di Londra con Washington, si può applicare questa etichetta a coloro che mettono al centro del conflitto politico la rottura con l’Unione Europea. Per queste forze, i problemi dell’Italia possono essere letti in chiave mono-causale e quindi possano essere risolti con una soluzione.

Abbiamo al momento una nebulosa di gruppi il cui peso politico resta modesto e ancora più limitata ne è l’influenza elettorale. Il Fronte Sovranista Italiano si è presentato alle elezioni regionali del Trentino Alto-Adige del 2018 con la lista “Riconquistare l’Italia”, ottenendo lo 0,13% e finendo ultima tra le 22 liste presenti. Un po’ meglio si è piazzato l’avvocato Marco Mori, candidato di Riscossa Italia alle elezioni comunali di Genova del 2017, nelle quali ha ottenuto lo 0,63%. L’avvocato ligure si è poi presentato nelle liste di CasaPound e attualmente partecipa al nuovo movimento VoxItalia di Diego Fusaro.

Alcune delle formazioni “sovraniste” mantengono rapporti, a volte conflittuali, tra loro e diverse di queste sono state promosse da gruppi o singoli che provengono dalla sinistra o dall’estrema sinistra.

E’ stata da poco pubblicata una dichiarazione internazionale intitolata “Contro il neoliberismo, dopo l’Unione Europea” che ha come firmatari sia gruppi che singole personalità, in generale, collocabili a sinistra, tra cui in Spagna Manolo Monereo, figura di spicco prima in Izquierda Unida e poi vicino a Podemos, o in Francia , l’economista Jacques Sapir, che da tempo però è entrato in conflitto con le forze politiche di sinistra perché sostiene la necessità di allearsi con il Rassemblement National (ex Front National) di Marine Le Pen.

Per l’Italia il documento è stato firmato da Liberiamo l’Italia, MPL-Programma 101, Nuova Direzione, SIAMO, Riscossa Italia, M-48 (Giovine Italia). L’interesse della dichiarazione deriva anche dal fatto che tra i sottoscrittori individuali figurano al primo posto Gianluigi Paragone e al terzo Thomas Fazi, proprio le due figure impegnate nella costruzione del nuovo partito “sovranista”. Tra gli altri nomi si leggono Diego Fusaro, Leonardo Mazzei, Moreno Pasquinelli, Mauro Scardovelli.

Il testo sostiene che l’Unione Europea è destinata a crollare perché stiamo entrando in un periodo di “grandi turbolenze e catastrofi sociali” che offrono possibilità di grandi cambiamenti ma anche la prospettiva di un “cataclisma devastante tra le grandi potenze”. L’eventuale Recovery Fund non cambierà nulla al previsto declino dell’UE, dominata dalla Germania.

Secondo il documento “i settori dominanti e transeuropei del capitalismo” restano legati al “dogma monetarista per cui la moneta è un bene scarso”. Siamo vicini alle tesi della Teoria Monetaria Moderna, con una conclusione molto vicina alle tesi cospirazioniste, quando si scrive che “per i dominanti la leva monetaria deve restare una vera e propria arma con cui soggiogare le masse popolari, per mettere i lavoratori gli uni contro gli altri e farli sgobbare come schiavi”. Parrebbe che solo in Europa, dove prevale il “dogma monetarista”, i “dominanti” vogliano far “sgobbare come schiavi” i lavoratori.

In questa situazione i diversi Paesi “possono salvarsi solo disdettando i trattati (UE, ndr) che li tengono in catene, riprendendosi la loro sovranità nazionale, politica e monetaria, imboccando la strada di un’economia in mano pubblica, regolata e pianificata”.

Il testo propone che lo Stato assuma “il pieno controllo non solo della moneta e del sistema bancario, ma anche dei principali mezzi di produzione e di scambio” instaurando il “potere popolare” e la “pianificazione dell’economia”. Queste formulazioni, così come il rifiuto di ogni forma di “nazionalismo revanchista e imperialista”, collocano sicuramente il documento lontano dalle opzioni “sovraniste” di destra. Ma la convinzione, sottotraccia, di questi gruppi che si possa immaginare di “egemonizzare” le spinte antieuropeiste sottraendole alla presa dei partiti etno-nazionalisti e reazionari, appare al momento una pia illusione.

I movimenti che hanno sottoscritto il documento internazionale originano da percorsi diversi e hanno tra loro delle differenze finora non facilmente superabili. VoxItalia, da poco fondata, prende il suo nome ispirandosi all’analogo partito di ultradestra spagnolo, neo-franchista e violentemente ostile al governo di sinistra. Non figura l’organizzazione, ma a titolo individuale il suo ispiratore, Diego Fusaro. La tesi di Fusaro, che rivendica una filiazione intellettuale da Costanzo Preve (almeno dal Preve dell’ultimo periodo) si basa sul superamento della distinzione destra-sinistra ed anche della contrapposizione fascismo-antifascismo. “Valori di destra, ideali di sinistra” è il concetto che guida il partito. A fianco di una serie di posizioni reazionarie in materia di diritti civili, a favore di politiche di oppressione delle minoranze sessuali e di ritorno delle donne al ruolo procreativo, nonché di sostegno alla propaganda anti-immigrati (pur mascherata da retoriche pseudo-marxiane) si critica il neoliberismo e anche il capitalismo. L’analisi di Fusaro spesso cavalca le leggende cospirazioniste più diffuse sul Bilderberg o sul presunto piano Kalergi che prevederebbe la “grande sostituzione” delle popolazioni bianche e cristiane con gli immigrati di altre etnie.

Questo miscuglio non è del tutto accettabile da altri gruppi ma i confini non sono sempre così netti. Sicuramente da sinistra viene Nuova Direzione (alcuni dei promotori sono usciti dal PRC) che argomenta in favore di un socialismo del XXI secolo e che ha già annunciato che non aderirà al nuovo partito di Paragone, prendendo le distanze da Thomas Fazi, che pure di Nuova Direzione fa parte. Anche se oggi questo movimento si dichiara “oltra la destra e la sinistra”. L’MPL-Programma 101 è guidato da Moreno Pasquinelli, le cui origini si collocano in Voce Operaia, piccolo gruppo trotskista di orientamento “antipablista” (dove si intende contrario alle tesi considerate revisioniste di Michel Pablo, principale leader della Quarta Internazionale per diversi anni dopo la seconda guerra mondiale). Pasquinelli, nella complicata geografia del trotskismo internazionale, era alleato con l’ormai scomparso leader trotskista cingalese Edmund Samarakkody.

Liberiamo l’Italia è un movimento nel quale confluiscono figure attive anche in altri gruppi come Ugo Boghetta (che è anche in Nuova Direzione), il già citato Moreno Pasquinelli, nonché Leonardo Mazzei, un tempo animatore del Movimento per la Confederazione dei Comunisti, presente prevalentemente in Toscana e spezzone residuo di una Confederazione dei Comunisti Autorganizzati, scissione del PRC dalla brevissima vita. Liberiamo l’Italia, che sembra avere una funzione di ombrello di realtà diverse, ha organizzato per il prossimo 10 ottobre una marcia per la liberazione dall’Unione Europea, facendosi per altro anticipare di una settimana dal Partito Comunista di Rizzo che manifesta per chiedere un referendum sull’appartenenza dell’Italia all’UE.
Fra i firmatari del documento internazionale compare anche SIAMO, gruppo politico fondato da Dario Miedico, il quale si batte contro l’obbligo di vaccinazione. E’ stato radiato dall’ordine dei medici per le sue tesi, ma è difeso da Medicina Democratica (a prescindere dalla condivisione o meno delle sue idee), di cui è stato uno dei fondatori.

In questo quadro frammentato, si inserisce l’iniziativa di Gianluigi Paragone, che dispone, rispetto ai vari gruppi sopra richiamati, di una ben più consistente presa mediatica. A chi potrà rivolgersi la nuova formazione politica e quali possibilità di successo ha? Si potrà valutarlo in modo più preciso quando sarà più chiara la proposta politica , il quadro dirigente, le modalità di comunicazione.

Sicuramente il primo target sono gli elettori delusi che avevano sostenuto il primo Movimento 5 Stelle, quello più nettamente populista, fortemente eurocritico (al parlamento europeo si era alleato con il brexiter, nonché thatcheriano di ferro, Nigel Farage) che dava spazio alle diverse subculture cospirazioniste. Parte di questo elettorato però si è già spostato a destra o verso la Lega, anche se potrebbe ritrovare nel partito di Paragone un’offerta più vicina alla propria sensibilità, tanto più che l’appeal mediatico di Salvini si sta appannando. Più difficile che trovi molto spazio a sinistra, anche perché l’elettorato più radicale si è ormai notevolmente prosciugato e quello che si rivolge al PD o ai gruppi suoi alleati, non sembra facilmente attraibile dal discorso piuttosto semplicistico ed eurofobo di Paragone.
Potrebbe mordere sull’elettorato della Lega, caratterizzandosi come movimento “single issue” che agita il tema “no euro” e “no Unione Europea” all’interno di una più generica retorica antiestablishment che possa incanalare ogni forma di malumore, restando vaga sul programma politico per il dopo UE. Dato che sia Salvini che la Meloni mantengono una certa ambiguità sulla loro politica europea, potrebbero soffrire l’iniziativa di una forze antieuropeista più determinata. Molto dipenderà dall’evoluzione del confronto sul Recovery Fund e in generale della politica dell’Unione Europea. Il sentimento dell’opinione pubblica italiana, un tempo solidamente europeista ha ormai portato ad un diffuso disamore per l’UE, ma il vento potrebbe cambiare rapidamente.

Nelle prima settimane dopo lo scoppio della pandemia, l’opinione pubblica si stava orientando prevalentemente contro l’UE, la successiva evoluzione e le promesse di contributi consistenti (in parte reali, in parti gonfiati nella rappresentazione dei media filo-UE) hanno creato un clima di speranzosa attesa. Un fallimento del piano “Next Generatio UE” o un suo eccessivo appesantimento di condizioni e vincoli per accontentare i paesi cosiddetti “frugali”, potrebbero aprire nuovamente una crisi di consenso alla permanenza italiana nell’Unione Europea. E molto conterà l’effettiva evoluzione della crisi economica e sociale d’autunno.

 

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