editoriali

Il Movimento 5 Stelle e la tentazione centrista

di Franco
Ferrari

Il dibattito intorno alla modifica del Mes, sul quale è impegnato il Parlamento in queste ore, come quello recente sull’ipotesi di introduzione di una tassazione sui grandi patrimoni, ha posto al Movimento 5 Stelle degli interrogativi sul suo ruolo nel sistema politico, la sua visione di società e la sua rappresentanza di interessi sociali.

In un sistema nel quale le parti sembrano al momento abbastanza definite sia a destra (Lega e Fratelli d’Italia), sia nel centro-sinistra (PD, Italia Viva) i 5 Stelle costituiscono in una certa misura la mina vagante. In questi anni, rispetto alla fase formativa, il movimento fondato da Grillo e Casaleggio padre, ha certamente attraversato una serie di mutazioni, ma non è ancora chiaro il punto di approdo. Né se esso possa restare un attore importante del quadro politico italiano oppure sia destinato ad una più o meno rapida disgregazione.

Una valutazione meno sommaria di quanto avviene dentro e attorno ai 5 Stelle, e soprattutto nel suo elettorato, quello che conquistato e poi perso, quello che ancora gli resta fedele, quello che potrebbe essere tornato all’astensionismo  e delle possibili dinamiche, dovrebbe richiedere una certa attenzione da parte di chi sia interessato a costituire un “polo” di sinistra alternativa, di dimensioni e aspirazioni non residuali.

Il Movimento si è caratterizzato attorno ad alcuni elementi chiave: 1) la rivendicazione post-ideologica (né di destra, né di sinistra); 2) la polarizzazione populista anti-casta; 3) la natura di partito-movimento.

Tutti e tre questi elementi hanno funzionato inizialmente nel convogliare consensi provenienti da direzioni diverse e contraddittorie, garantendo un successo elettorale clamoroso al Movimento. Un successo che ha portato rapidamente i 5 Stelle a doversi assumere funzioni di governo.  Ma si può dire che nessuno degli elementi caratterizzanti stanno reggendo alla necessità di partecipare alla gestione del potere in una fase di crisi aggravata dalla pandemia.

Secondo la propria narrazione, il Movimento si pone di fronte ai problemi senza considerare se la soluzione sia di “destra” o di “sinistra”, ma secondo un presunto “buonsenso” del cittadino comune. Deng Hsiao Ping avrebbe detto: “non importa il colore del gatto, purché acchiappi il topo”. In realtà, più che superare la divisione destra-sinistra, i 5 stelle hanno mescolato soluzioni di destra e di sinistra. In mancanza di una visione coerente delle contraddizioni sociali e degli interessi di classe che si pongono in contrasto, questo atteggiamento a portato a perdere molti dei consensi prima raccolti soprattutto sul versante destro. Elettori conquistati grazie alla temporanea difficoltà del centro-destra, in presenza del declino della leadership berlusconiana, sono tornati nell’alveo originario grazie alla nuova “offerta politica” fornita dalla Lega di Salvini e dalla destra di derivazione neo-fascista della Meloni. Il centro-destra ha ridefinito la propria narrazione anche sulla base della novità espressa dal “grillismo”.

Perso l’elettorato di destra, sembra a questo punto più naturale un approdo ad una qualche forma di rinnovato centro-sinistra. In questo caso gli elettori non sono “tornati a casa” per due motivi: l’ancoraggio del PD ad espressione del ceto medio-alto garantito e l’assenza di un polo di sinistra alternativa e radicale. In pratica, mentre il centro-destra è sufficientemente cambiato rispetto alla fase precedente, il centro-sinistra a guida PD resta identico a se stesso e quindi non costituisce un’alternativa valida per quell’elettorato che è stato affascinato dal discorso anti-casta e anti-establishment del M5S. Paradossalmente fu la guida renziana, con la sua adozione, per quanto strumentale, di temi populisti come la “rottamazione” del ceto politico, la soppressione di 3.000 poltrone con l’abolizione delle Province, la rottura di certe liturgie politicanti, ecc. che inizialmente poteva competere con i 5 Stelle. Arrivato al governo ha dimostrato rapidamente che la retorica populistica mascherava in realtà una politica diretta espressione degli interessi delle oligarchie economiche e questo ha sgonfiato il suo consenso. Oggi Italia Viva si presenta come forza di principale contrasto al “populismo”, ma in questo percorso si è rivelata anche fortemente impopolare (e anti-popolare).

Il secondo tema caratterizzante l’ascesa dei 5 Stelle è stata l’agitazione anti-casta. Argomento che in Italia ha sempre trovato una sua ricorrente popolarità, soprattutto in momenti di crisi, a partire dall’esperienza del movimento dell’Uomo Qualunque. Ora però per i 5 stelle questo filone, avendo ottenuto la riduzione numerica del parlamento, sembra ormai esaurito. Difficile agitare la retorica anti-sistema quando si è parte determinante del sistema stesso. La polemica anti-casta sottintendeva un elemento reale, la crisi delle democrazie rappresentative (e l’avvio alla “post-democrazia” secondo la definizione di Colin Crouch), trasformandola in una critica dai toni moralistici verso i politici in quanto tali. Veniva così aggirata la necessità di collocare tale crisi in relazione con l’affermazione dell’egemonia liberista a partire dagli anni ’80. La critica al “sistema” aveva un fondamento, ma la riduzione del “sistema” alla sua proiezione politica ed istituzionale, al di fuori del rapporto con la sua struttura socio-economica, ha prodotto più disastri che benefici. La stessa riduzione del Parlamento è destinata a produrre un sistema più oligarchico e meno pluralista, ovvero ad ottenere un risultato opposto a quello prefigurato.

Anche sul terreno della natura di partito-movimento sono emerse tutte le contraddizioni delle proposte fornite dal Movimento ad alcune contraddizioni reali che le forze politiche esistenti non erano state in grado di affrontare e risolvere. Il ruolo poco trasparente del sistema Casaleggio- Rousseau, l’assenza di una struttura militante sul territorio, il rifiuto di attivare strumenti di delega interna per la gestione del Movimento hanno prodotto una sorta di partito dei notabili in cui le uniche figure che contano sono quelle presenti nelle istituzioni. La democrazia diretta gestita attraverso internet si è rivelata ancora meno democratica dei sistemi tradizionali di organizzazione dei partiti. La trasparenza, resa possibile dall’innovazione digitale, si è trasformata nella totale opacità del dibattito interno e così via.

Il paradosso di fondo  del Movimento è che la retorica sul partito post-ideologico nella visione dei problemi sociali e post-moderno nella forma organizzata, ha portato alla costruzione di una forza politica pre-ideologica e pre-moderna. L’informe aggregato di eletti nelle istituzioni riporta più alla concezione del parlamento liberale post-unitario (e pre-giolittiano) con la sua frequente disponibilità al “trasformismo”, primo esempio concreto del tentativo di superare la divisione tra destra e sinistra, che non a realizzare un partito di massa “di tipo nuovo”. I 5 Stelle restano uniti fino a quando non devono fare scelte che sono inequivocabilmente o di destra o di sinistra.

L’emergere di queste contraddizioni ha portato a delineare, in modo ancora magmatico, le possibili strategie alternative che dovrebbero evitare il rischio di disgregazione del Movimento. Le più marcate per ora sono quelle delineate da Di Battista e Casaleggio da un lato e da Di Maio dall’altro. Nel primo caso emerge il tentativo di mantenere le caratteristiche di trasversalismo populista delle origini: il “vaffanculo” più il web (verrebbe da scrivere il “waffanculo”). Nel secondo un ripiegamento moderato e centrista delineato dai 10 punti contenuti nella lettera di Di Maio al Foglio. Nel primo caso un movimento sempre pronto a fare la guerra contro tutti, nel secondo un partito disposto ad andare d’accordo con tutti. La prima strategia ripropone ancora il popolo contro la casta, nella seconda si auspica il superamento del “conflitto politico”. Difficile far rientrare il dentifricio nel tubetto come vorrebbero Di Battista e Casaleggio, la linea di Di Maio sembra più praticabile e ragionevole e in sintonia con l’attuale ruolo di governo. Anche se soffre la concorrenza con Conte che sembra orientato a seguire un analogo percorso.

Il moderatismo sembra utile a rappresentare ceti medi moderatamente soddisfatti dell’esistente e desiderosi di qualche cambiamento senza scosse ma non sembra molto diverso dal ruolo che vuole svolgere il PD. L’unico cambiamento rappresentato dai 5 Stelle, in questo caso, sarebbe di affidare la gestione della stessa politica ad un ceto diverso e rinnovato, anziché ad uno piuttosto logorato e privo di idee. Ma la qualità del personale politico espressa dal Movimento ha lasciato quanto meno a desiderare (ma va detto, non tanto di più di quello espresso dagli altri partiti).

Resterebbero fuori dalla rappresentanza, il ceto medio arrabbiato e timoroso delle trasformazioni sociali ed economiche in corso, come gran parte dei ceti popolari che verrebbero costretti a scegliere tra la destra liberista e neo-nazionalista e un centro-sinistra sempre prono a dimostrarsi affidabile all’establishment sia quello interno che quello esterno (vedi MES e patrimoniale da cui eravamo partiti). O a restarsene a casa.

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