Sta saltando la Costituzione, sta saltando il quadro etico, su cui essa si fonda, sta saltando la solidarietà, su cui si fonda il nostro Paese, sta saltando la tutela e la promozione del lavoro, sta saltando il senso della giustizia, sta saltando il principio della legalità, sta saltando la qualità dell’istruzione e della formazione a ogni livello, sta saltando la differenza tra autentica pace e le mille forme di guerra, sta saltando la laicità dello Stato, sta saltando il rispetto delle istituzioni democratiche, sta saltando la buona educazione e il rispetto verso tutti, sta saltando l’obiettività dell’informazione, sta saltando il bon ton istituzionale. La lista è lunga perché stanno saltando molte cose: ciò che le accomuna è l’imbarbarimento della vita sociale, il processo avanzato di deumanizzazione. Nella “Magnifica Humanitas” Leone XIV ha scritto: “La corruzione morale del nostro limite creaturale – il male che con evidenza agita il cuore dell’uomo – rovina la società e la vita, giungendo fino a punte estreme di disumanità” (n. 121).
Nella stragrande maggioranza di esse le cause maggiori – a mio modesto avviso – sembrano essere tre:
- L’individualismo. Esso oggi si esprime soprattutto in forme idolatriche del proprio IO, che ritiene di avere sempre ragione, di essere prima e ultima legge, misura e fine di ogni cosa (il caso Roggero è un esempio lampante). Un IO lupo rapace, travestito quasi sempre da pecora, che sbrana tutti quelli contrari e schiavizza i propri seguaci.
- Il profitto. Chiamasi anche utilità, denaro, interessi, tornaconto, tangenti, furti, corruzione. Qui i nomi non contano, conta il fatto che sono molti, che venderebbero i figli o l’anima pur di guadagnare di più.
- Il potere. C’è chi lo ama perché ha un IO spropositato, chi lo cerca perché deve fare più affari possibili, chi lo insegue perché ideologicamente schiavo di teorie e prassi, che negano il bene dei singoli e dei gruppi sociali, fatta l’eccezione dei parenti e degli amici intimi.
Siamo tutti così malati di individualismo, profitto e potere? Certamente no. Ma lo sono in molti. Forse i numeri non è dato conoscerli ad alcuno o forse sono noti a pochi. Resta il fatto che il mix di questi elementi crea un humus culturale, che sta pervertendo molti, specie ragazzi e giovani, e in molti ambienti; per esempio, anche in alcuni ambienti cattolici o di sinistra serpeggiano queste malattie.
E i membri del Governo, del Parlamento e della Pubblica amministrazione? Da una parte, sono lo specchio del Paese, cioè c’è una continuità tra il loro sentire e agire e quello delle cittadine e cittadini italiani e viceversa. Dall’altra, tuttavia, pesa su di loro la tremenda responsabilità di essere di esempio per i governati. La Costituzione impone “disciplina e onore” (art. 54) nel servizio del Paese.
La “disciplina” è non solo rispettare la Costituzione, le leggi, le procedure. È anche un atteggiamento, una postura morale. La disciplina è fedeltà all’ordine, che è quello costituzionale-giuridico, è una forma di intima obbedienza, motivata e responsabile ad esso. Spesso la destra parla di rispetto dell’ordine e nasce spontanea una domanda: di quale ordine parlano? Inoltre, lascia molto perplessi il fatto che il Presidente della Repubblica richiami le sue prerogative sulla concessione della grazia e qualche ora dopo alcuni politici intervengono su argomenti correlati alla condanna di Roggero, fino ad arrivare alla proposta di candidarlo. Hanno forse dimenticato che non è possibile candidare un cittadino condannato in via definitiva per omicidio volontario e per questo interdetto dai pubblici uffici e privo del diritto di elettorato passivo? Inoltre, alcune dichiarazioni generano più confusione di quanto già ce ne sia e trasmettono l’impressione che per l’attuale Governo i richiami del Presidente siano un’opinione tra le altre e non un autorevole e imprescindibile punto di riferimento perché il Paese non degeneri in forme pericolose di tradimento dello spirito e della lettera della Costituzione. In termini diversi l’atteggiamento di presunta superiorità di alcuni politici rispetto alla Costituzione, alle leggi ordinarie e alle prassi istituzionali emerge anche nell’iter per l’approvazione della nuova legge elettorale. Dopo aver ricevuto una bocciatura referendaria in materia di magistratura e autogoverno e un’altra, della Corte Costituzionale, in tema di autonomia differenziata, il Governo, mortificando il dibattito parlamentare, cerca di introdurre il premierato di fatto per mezzo di una legge ordinaria (e non di una riforma costituzionale); proposta che presenta decine di elementi di sospetta incostituzionalità.
L’art 54 parla anche di “onore”. Nella vita politica si onora e si è onorati di presiedere un’istituzione nella misura, in cui la si serve realizzando, con scienza e coscienza, le finalità prefissate dal patto costitutivo. La si disonora nella misura, in cui la si usa per finalità estranee ad esse: interessi privati e di consorterie, culto della personalità, ricerca immorale e illegittima del consenso e del potere, manipolazione dell’informazione, negazione dei diritti fondamentali dei cittadini, bene di tutti i singoli e di tutti i gruppi.
Non siamo davanti a una normale crisi politica. A mio modesto parere, assistiamo, invece, a un’operazione culturale e politica, che vuole scardinare le fondamenta del nostro Paese e fargli cambiare aspetto e sostanza. In questa sede non mi interessa dare un nome all’ideologia, che li ispira, ma sottolineare i gravissimi rischi, che stiamo attraversando. La campagna referendaria sul governo della magistratura è stato un ottimo esempio di resistenza di idee e prassi autenticamente democratiche. La dobbiamo riprendere tutti – politici, magistrati, avvocati, educatori, docenti, associazioni e movimenti, cittadini comuni – per evitare il peggio e salvare la nostra democrazia costituzionale. E il peggio non è una remota possibilità, ma è dietro l’angolo. E ora non serve dire, magari seduti in salotto, senza muovere un dito, “speriamo che non succeda”, perché la speranza, come diceva Kierkegaard, “è la passione per ciò che è possibile” e, secondo La Pira, la politica è “organizzazione della speranza”.
Rocco D’Ambrosio
presbitero, docente di filosofia politica, Pontificia Università Gregoriana, Roma; pres. Cercasi un fine, Cassano, Bari