Che il riarmo e l’opposizione alla guerra e ad ogni impostazione bellicista sia una questione dirimente non c’è dubbio. Lo è, a sinistra, perché dovrebbe rappresentare un elemento di chiara contrapposizione alla destra. E lo è per ragioni etiche, politiche, economiche e sociali. Per ragioni etiche perché rifiuta la legge del più forte, l’affermazione del predominio per via militare, con un di più rispetto alla semplice affermazione di un principio pacifista: si è contro la guerra come affermazione di una supremazia, che finisce per essere “imperialistica” perché vuole sottomettere. Non contro la guerra “in generale”, quindi, ma contro le guerre di aggressione, per la spartizione di territori (e un altro conto è una guerra per difendersi, una guerra di resistenza).
Per ragioni politiche perché rifiuta l’idea che ci sia un blocco euro-atlantico – o addirittura “occidentale” – che debba riaffermare il proprio predominio su una parte di mondo, che oggi include l’Ucraina, che debba difendersi contro l’aggressione russa. Dopo la Guerra fredda, che già aveva stabilito il principio della coesistenza, si era affermata l’idea della cooperazione, se non dell’integrazione tra gli ex “Paesi dell’est” e quelli dell’Ovest. Dopo lo scioglimento dell’Urss e il crollo, la Russia si era ripresa ed era entrata a far parte a pieno titolo, con un’economia di mercato a pieno regime, del sistema capitalistico mondiale. Senonché, la Nato aveva continuato ad espandersi – includendo tra i suoi membri gli ex Paesi satelliti dell’Unione sovietica, fino ai confini russi – e ad aumentare la spesa militare, mentre la Russia non spendeva che una frazione di quanto spendeva la Nato. Era “per difendersi”, si diceva, tanto che la Nato venne coinvolta in più di un conflitto – come non era mai accaduto prima – a supportare l’azione degli Stati Uniti che si erano ora erti a poliziotti del mondo, affermazione del loro incontrastato predominio. Da sinistra, in quegli anni, non venne mai una critica netta dell’allargamento della Nato, laddove si sarebbe dovuti andare verso lo smantellamento degli arsenali. E il Paese dove la strategia Nato trovò più di un ostacolo fu proprio l’Ucraina, divisa al suo interno – le ucraine a diverse maggioranze linguistiche e“etniche” – e che non pareva propendere in modo netto verso Ovest (nonostante la stessa Russia vi ci fosse avvicinata). Europei e americani rimestarono nel torbido, a Kiev: nel 2014 il presidente filo-russo fu fatto dimettere dalla rivolta di Majdan, le province russofile del Donbas (a maggioranza russa) decisero allora la secessione che fu stroncata nel sangue, dando il via ad una guerra “civile” che in otto anni lasciò sul terreno 14mila morti. E Putin, in tutta risposta, decise di annettersi la Crimea (comunque a stragrande maggioranza russa). Alla Nato non è sembrato vero quando Putin ha dato il via alla sua “operazione speciale” invadendo l’Ucraina perché ora appariva chiaro che la Russia era un nemico dal quale ci si doveva guardare. Le cose sono andate diversamente da come lo stesso Putin sperava, forse, e ora sul campo la situazione è di stallo. Gli europei e la Nato hanno ben volentieri sostenuto Kiev, aprendosi per loro, finalmente la possibilità di colpire la Russia per sfinirla. Ora non si parla più, però, di violazione del diritto internazionale come ragione per sanzionare la Russia, estrometterla dalle competizioni o dalle mostre. Del resto, sarebbe davvero ipocrita, dopo che non si è fatto nulla in tal senso nei confronti di Israele, nel cui caso le cosiddette violazioni del diritto internazionale sono molteplici e ben più gravi. Ora, per giustificare la contrapposizione a Mosca e il rifiuto di convincere ucraini e russi a parlarsi, si afferma che in realtà la Russia avrebbe in animo di attaccare l’Europa, invadendola. Un’affermazione che non ha riscontro nella spesa per armamenti – triplicata rispetto agli anni pre-invasione e pari al 7.5% del Pil ma comunque ancora pari a un terzo di quella dei Paesi europei membri della Nato – e che non trova ragionevole supporto nemmeno immaginando cosa ciò potrebbe comportare. Il riarmo dei Paesi europei – che oggi spendono già il doppio di quanto spendevano quattro anni fa – non può essere pensato né come deterrente nei confronti della Russia (che resta il Paese con più testate atomiche al mondo) né per la “difesa”. La Russia ha attaccato la “piccola” Ucraina – un quarto degli abitanti, un decimo del Pil, un esercito molto più ridotto, ma anche una spesa militare che oggi è vicina a quella di un Paese europeo come la Francia – e stenta a raggiungere i suoi obiettivi, quali che fossero. Come si può accettare l’idea che possa attaccare l’Europa?
E questo ci porta alle ragioni economiche. Il riarmo viene pensato in chiave “espansiva”, ma è noto che se l’industria militare può trarne vantaggi – anche se, per ora, a guadagnarci sono solo gli americani – non si avranno ricadute sul piano macroeconomico. Rimettere in piedi un’industria in crisi, come quella meccanica, dei mezzi di trasporto, pur includendo l’indotto di componentistica e innovazione, può avere un effetto macro che resta molto limitato. Ciò che è indubitabile, però, è che se le risorse pubbliche vengono destinate al riarmo a ridursisaranno quelle destinate agli altri capitoli, a partire da sanità, istruzione e spesa sociale. Ed è senz’altro questa la ragione principale per cui non ci si può che opporre al riarmo: per gli effetti che questo avrà sul piano economico e sociale, che saranno devastanti per le condizioni già precarie della nostra economia e del nostro corpo sociale.
Ci sono quindi una serie di ragioni per le quali a sinistra il consenso per l’opposizione al riarmo e alla guerra dovrebbe essere ampio. Nonostante ciò, tuttavia, tali ragioni non sembrano essere sufficienti ad assumere una posizione comune forte, univoca e chiara. In primis, perché anche se si condivide un’opposizione di principio alla guerra, sostenere il riarmo, si dice, non significa volere la guerra. In particolare, l’Europa deve difendersi dalla minaccia russa. E poi, deve sostenere la “resistenza” ucraina contro l’aggressore russo.
La questione agita il centro-sinistra, il campo largo, la futura “alleanza per la costituzione” e la sinistra vasta, ma è una questione duplice: il riarmo, da un lato, la postura da assumere, come Paese, nei confronti della Russia e quindi anche dell’Unione europea che ora grida apertamente al lupo. Una questione che alcuni trattano come semplice argomento di politica estera, uno tra i tanti, su cui tutti quelli che si oppongono al centro-destra dovrebbero avere una posizione convergente. Affermando, tra l’altro, che non dobbiamo chiamarlo “riarmo” – che suona troppo pacifista e anti-militarista – ma “spesa per la difesa”, perché questo è. Una spesa che è già altissima e che dovrebbe aumentare ancora. Dobbiamo difenderci dalla Russia, questo si afferma, e questo è ciò che giustifica il riarmo.
I partiti, nonché vari movimenti e associazioni, hanno deciso di porre la questione al centro della loro iniziativa, facendone una questione dirimente. Non tutti per l’esattezza: nel Pd, e anche nei 5Stelle, vi sono “sensibilità” diverse. Elly Schlein, per non vedere incrinata la sua patenta europeista, continua a sostenere che si deve continuare ad appoggiare l’Ucraina e lavorare ad una difesa “comune”. Ben sapendo che parlare di difesa comune in assenza di un governo comune e di politica estera propria e in presenza di eserciti nazionali è aria fresca. Il sostegno a Kiev viene declinato in vari modi ma nessuno di questi mette in discussione la maggiore spesa e l’invio di armi e finanziamenti a Zelensky. Il massimo che viene concesso è che si possa arrivare ad un cessate il fuoco – per via diplomatica – discutendo poi dello status dei territori occupati. Conte si è espresso contro il riarmo, venendo subito accusato di essere “filo-Putin” ma anche di far leva sull’eventuale malumore di parte dell’elettorato Pd per attrarlo a sé. Anche il partito dei Fratoianni si è schierato contro il riarmo, pur lasciando intendere che la questione non debba diventare divisiva all’interno del “campo largo”. A sinistra, Rifondazione è coerentemente sulla linea anti-bellicista e anti-riarmista, così come lo sono altri gruppi, movimenti come i No-Kings e la vasta area dei movimenti sociali. Ciò che appare evidente, comunque, è che la questione del riarmo finisce per essere dirimente su un piano fondamentale: quello di contrapporsi alla destra violenta, bellicista e fascista.
Sabato scorso, 11 luglio, ho presenziato ad una discussione sul tema alla Festa di Ottolina, coordinata da Giuliano Marrucci, con Maurizio Acerbo, Angelo D’Orsi e Claudio Grassi. In modi diversi tutti e tre hanno enfatizzato la centralità della questione del riarmo e della guerra, di come l’Italia dovrebbe posizionarsi nei confronti della Russia, e se considerare la minaccia di un attacco russo all’Europa credibile. Acerbo ha sottolineato l’importanza di creare un fronte elettorale contro la destra fascista il cui rifiuto dell’accettazione delle politiche di riarmo dell’Unione europea e della Nato sia uno dei punti qualificanti. Grassi ha riproposto la posizione di Disarma – Il coraggio della pace espressa in un recente appello in cui si afferma che solo chi si dichiarerà contro il disarmo e la guerra «potrà avere il nostro voto». D’Orsi ha presentato il suo movimento, Agorà, che, ha detto, egli ha promosso con lo scopo di opporsi nel modo più netto ad ogni politica bellicista. Tutti sono parsi convenire sul fatto che la Russia non rappresenti una minaccia e che, anzi, questa è stata costruita ad arte da chi vuole sostenere politiche aggressive, foraggiando l’industria militare, a danno della spesa pubblica sociale, dell’istruzione e della salute.
Ognuno di loro ha poi esplicitato cosa distingue la propria proposta, al di là di questa convergenza. Mentre Acerbo ha giustificato la scelta di campo di Rifondazione – e di alleanza “tecnica” con il “campo largo” – per fermare le destre e mandare a casa Meloni, Grassi si è mantenuto fermo sul principio che nessun endorsement verrà dal suo movimento a chi non avrà il no al riarmo come punto qualificante. D’Orsi, dal suo canto, si è spinto oltre, affermando che la sua iniziativa si rivolge direttamente al popolo e prevede l’uscita dell’Italia dalla Nato – e della Nato dall’Italia – nonché l’uscita dall’euro e dall’Unione europea. A D’Orsi, peraltro, non interessa tanto il “fare fronte contro la destra”, quanto la questione del riarmo in sé, per sottrarsi alla logica della contrapposizione. Che le destre siano a favore del riarmo non importa, l’importante è sottrarre l’Italia alla morsa Nato-UE.
Tutti sono parsi ritenere che questa caratterizzazione anti-bellicista e anti-militarista possa fare da traino e coinvolgere larghe masse di elettori. Arrivando addirittura a ritenere che questa possa portare ad un aumento dei consensi, perché costringerebbe le componenti più moderate nel Pd a uscire da una posizione ambigua: se non è il no al riarmo a distinguerci dalla destra, cos’altro può essere più determinante? Conte, Fratoianni e anche Schlein si sono espressi: ora si tratta di portarli dalla nostra e rendere la loro posizione più netta.
Ed è a questo proposito che a loro – e ai 5Stelle in particolare – e ad Acerbo, D’Orsi e Grassi una domanda va posta.
Tutti loro sanno bene quanto l’affluenza alle urne sia costantemente calata negli ultimi anni, passando dall’83,6% del 2006 al 63,9% delle ultime elezioni politiche del 2022. Tanto nel 2018 che nel 2022 il centro-destra ha preso attorno ai 12 milioni di voti, mentre il centro sinistra e le altre liste alla sua sinistra ne hanno raccolti, insieme, 9 milioni nel 2018 e 7,8 milioni nel 2022. I 5Stelle, dopo l’exploit che portò loro 10,7 milioni di voti nel 2018, sono crollati a 4,3 milioni nel 2022. Il che porta a dire, in sostanza, che grande parte della diserzione delle urne si spiega con una perdita di elettori da parte delle forze che ora dovrebbero formare il fronte progressista e, più in generale, la sinistra.
Tra l’altro, si è tanto celebrata la vittoria al referendum sulla giustizia, dicendo che «i cittadini erano tornati a votare, per difendere la costituzione», ma l’affluenza nel marzo scorso è stata di appena il 58,9%. Il No ha vinto, come sappiamo. Secondo i sondaggi, poi, sono stati i giovani la classe di età in cui la percentuale di No è stata più alta, il 61,1%. E più di un terzo di chi ha votato, tra tutti i votanti (il 37%), ha affermato di non riconoscersi in nessuna forza politica attuale, il che interroga soprattutto il fronte progressista che si era pronunciato per il No. Eppure, si è detto, il risultato del referendum conferma la bontà dell’idea di una “alleanza per la costituzione” per il consenso che dovrebbe raccogliere.Imperniato, tra le altre cose, su di una posizione di netto rifiuto della guerra (e del riarmo, in nome dell’articolo 11).
La situazione sociale italiana, è noto, è preoccupante. Il corpo sociale è frantumato, le differenze di classe marcate, i salari sono fermi e le disuguaglianze di reddito crescenti. Più della metà dei contribuenti denuncia un reddito da lavoro dipendente o da pensione inferiore ai 26mila euro lordi annui; un quarto ha un reddito che non raggiunge i 15mila euro. Il precariato affligge, in una forma o l’altra, il 40% dell’occupazione. Lo sfruttamento, in alcuni settori, è atroce, con paghe da fame e condizioni di lavoro massacranti, senza tutele. Queste masse di lavoratori e lavoratrici reclamano attenzione, vorrebbero avere una voce che nessuno di loro dà, nessuno li rappresenta. È possibile che possano avvertire l’urgenza di una mobilitazione contro le politiche belliciste – le manifestazioni pro-Gaza erano state molto incoraggianti – ma non si vede come e quanto la questione del riarmo li possa coinvolgere, se non per quanto quella possa riverberarsi su una spesa sociale già decurtata. Lo Stato, per molti e molte di loro, è ormai lontano e l’austerity la stanno già pagando sui loro corpi. E allo Stato e alle forze politiche, quelle masse, non sanno più cosa chiedere, dato che la loro condizione è solo andata peggiorando e nessuno si è curato di loro da tempo. Hanno già disertato le urne, continueranno a farlo.
Le elezioni – se non si cambia registro, linguaggio, messaggio – verranno nuovamente decise da come si spartiranno i voti di quella parte del corpo sociale che ancora compone l’elettorato attivo. Che raccoglie quella larga fascia di “garantiti”, di ceti urbani a reddito medio e alto e parte dei pensionati e dei lavoratori autonomi, mentre la destra pesca nel disagio, arringando le folle con il suo messaggio razzista di paura e di morte. Il Pd e Avs ritengono di avere dalla loro l’elettorato del ceto medio, cui la questione del riarmo non pare suscitare passioni. E a cui le preoccupazioni economico-sociali riguardano, al più, l’aumento del costo della vita eforse la sanità (che però il centro-sinistra ha contribuito a smantellare). I 5Stelle e Conte paiono sinceri, ma non hanno un elettorato di riferimento che veda la questione del riarmo come centrale. Anzi, la sua è parsa ad alcuni solo una tattica per differenziarsi dal Pd e presentarsi ad un certo elettorato come il rappresentante del pacifismo. La base sociale dei 5Stelle non è forse immune dai temi del precariato e dell’esclusione (e se il M5S ha perso voti è stato tra quei ceti). Ma tanto il Pd-Avs che i 5Stelle non paiono avere nella cassetta degli attrezzi una strumentazione adeguata ad affrontare le questioni che l’adesione all’impostazione rigorista e neoliberista ha comportato per il nostro corpo sociale. Né il Pd né i 5Stelle si distinguono per le loro critiche alla UE, alle privatizzazione dei servizi pubblici, alla deregolamentazione del mercato del lavoro, tanto per fare un esempio.
Chi ragiona di elezioni, di percentuali, di voti, dovrebbe dunque avere presente che o si riesce ad articolare una proposta che metta accanto al no al riarmo un convincente cambio di passo sui temi sociali e del lavoro che riporti alle urne quei milioni che si sono persi o non si va da nessuna parte. Se chi si appella al popolo – e quindi anche a quelle masse – non saprà portarlo al voto, potrà avere avuto anche la giusta posizione di principio sui temi della pace e delle relazioni internazionali, ma resterà a bocca asciutta in termini di consenso.
Questa è dunque la domanda che ho da porre ad Acerbo, D’Orsi e Grassi, ma anche ad Avs e ai 5Stelle: come pensate di convincere il popolo di chi non ha più voce? Come ritenete di poter conquistare consensi tra i ceti più esposti della nostra società, che sono poi anche quelli che si sono allontanati dalle urne? Parlando loro di riarmo e di Nato? Oppure parlando di cosa? Il popolo ha fame, marchesa: meno armi e più brioches? Che se ne stia fuori dalla porta, però, e non faccia troppo casino.
Pier Giorgio Ardeni