Il futuro passa per i diritti

di Stefano
Galieni

L’ennesima occasione mancata. Il Next Generation Recovery Fund, come è complesso ma necessario chiamarlo, poteva essere un’occasione per ragionare di futuro anche parlando di immigrazione ma da quelle orecchie maggioranza e opposizione sembrano non volerci sentire. E mentre i Paesi di Visegrad protestano perché nelle linee guida UE saranno maggiormente obbligati a rispettare su tale tema i vincoli di solidarietà, accogliendo riottosamente una parte di chi arriva, dalle prime tracce del piano italiano non arriva nessun segnale. Eppure basterebbe poco. Nel piano per inclusione e coesione sociale, negli interventi sul welfare si potrebbero inserire voci a costi economici bassissimi che garantirebbero enormi profitti sociali. Ma sarebbero considerati impopolari e poco comprensibili dagli “italiani”. È vero? Manifestiamo seri dubbi. La riforma delle leggi sulla cittadinanza garantirebbe a costo zero, magari con maggiore coraggio di quella ad oggi in vigore, un futuro più certo, intanto per il milione di minorenni e in prospettiva per i lungo soggiornanti. Cittadinanza che faciliterebbe l’emersione dal lavoro nero e maggiori entrate fiscali, ma renderebbe meno ricattabili le donne e gli uomini che ne usufruirebbero. Se poi si ha troppo timore di ridare voce a chi blatera su una quanto mai improbabile “sostituzione etnica” al solo scopo di poter continuare a sfruttare senza pagare contributi e tasse, che almeno si applichi in pieno la Convenzione di Strasburgo del 1992 (capitolo C) che permetterebbe, sempre ai lungo soggiornanti, di godere del diritto di elettorato attivo e passivo alle elezioni amministrative. Cosa c’entra con il recovery? Semplicemente maggior potere contrattuale per chi beneficia di un diritto e necessità di aggiornare anche in tal senso la pubblica amministrazione. Ci dicono ogni santo giorno che dobbiamo fare “riforme strutturali” per ottenere i soldi dall’UE ecco un modo per dimostrare che si fa sul serio. Ma poi si entri in quei temi che agitano da anni le cancellerie di mezzo continente, ovvero la gestione di profughi e richiedenti asilo. Le riforme abborracciate messe in piedi dalla ministra Lamorgese per correggere i “Decreti Salvini”, sono state pensate e licenziate a invarianza di bilancio. Ovvero neanche un euro in più nonostante i tagli scellerati imposti dal ministro del Papeete. Poche decine di milioni di euro, spiccioli rispetto alle risorse messe in gioco, servirebbero a garantire accoglienza migliore, con centri di piccola grandezza, gestiti in collaborazione con gli enti locali che porterebbero a chiudere l’emergenza con cui si governa l’immigrazione da trenta anni. Gli 80 mila richiedenti asilo presenti in Italia potrebbero trovare posto per dormire, progetti di assistenza socio sanitaria, di avviamento al lavoro, borse di studio, interventi che creerebbero lavoro tanto per italiani che maggiori possibilità di inserimento per i beneficiari. Un risultato socialmente straordinario che ci potrebbe permettere di pensare con meno angoscia al futuro. E il tutto – pensando anche al superamento delle ipercostose “navi quarantena” – per impedire il diffondersi dei contagi, anche ad un intervento immediato contro la pandemia. Un tema, quello dei contagi nei centri di accoglienza, che si preferisce ignorare quasi come si coprono le condizioni nelle carceri, in cui peraltro son presenti molti cittadini immigrati. Non basta. Altro tema su cui si potrebbe intervenire con efficacia e prospettiva è quello dell’utilizzo di piccole quantità delle risorse – nulla rispetto a quanto si offre spese per armamenti e grandi opere – per affrontare il tema europeo delle rotte di ingresso considerate illegali in UE Quanto servirebbe per salvare da morte certa e in paesi sicuri, gli uomini, le donne e soprattutto i bambini che in queste ore stanno morendo sotto la neve in Bosnia, respinti da Italia, Slovenia, Croazia, in un crudele gioco dell’oca dove le persone sono solo ostacoli da rimuovere? E quanti interventi simili si potrebbero definire nel Mediterraneo Centrale, in paesi in crisi come la Tunisia o in guerra perenne come la Libia? Una politica di ingressi legali e sicuri sarebbe funzionale alla fase di ripresa dell’economia che si dovrebbe aprire nel post pandemia. L’Italia, la Germania e non solo, sono Paesi che data l’età media alta, necessiteranno anche per ragioni strettamente imprenditoriali di nuova forza lavoro. La si preferisce in nero, ricattabile nel gioco atroce fra caporalato e offerte della criminalità organizzata o si può pensare ad un’Europa in cui arrivino lavoratrici e lavoratori con contratti regolari che non entrerebbero in competizione con i lavoratori autoctoni? Ma di queste utopie praticabili in Italia non c’è traccia, meglio ignorare, meglio rinfacciarsi nelle aule parlamentari, sprechi, errori, carenze, in perfetta continuità. Guai a pensare al futuro, guai a pensare che questo futuro passi per i diritti e le opportunità di chi, arrivato in Europa, ha molto da offrire e molto da proporre.

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