La Prima Guerra del Golfo

di Andrea
Amato

Trent’anni fa, nella notte fra Il 16 e il 17 gennaio 1991, con i primi raid aerei americani sull’Iraq, inizia la Prima Guerra del Golfo. Nel primo capitolo di Un Calvario lungo trent’anni l’abbiamo definito “Il primo esercizio di potenza nel mondo unipolare”. Un evento, strettamente legato alla caduta del Muro di Berlino, che ha cambiato il mondo anche perché ha cambiato il mondo arabo. Oggi che il mondo unipolare non esiste più, che tutto il Medio Oriente è in fiamme e questo non sembra turbare le anime dell’Occidente, dopo un ultimo anno di presidenza Trump segnata dagli “assassinii mirati” in Medio Oriente, nel momento in cui si chiede cosa succederà con l’Amministrazione Biden, ci sembra utile ricordare il significato della Prima Guerra del Golfo quale spartiacque tra l’alba dei “dividendi della pace” e l’era della guerra come strumento di dominio globale.

Gli Stati Uniti e l’invasione del Kuwait

L’Iraq nel mirino di Bush senior

Come nasce la Prima Guerra del Golfo? Nel primo capitolo di Un Calvario durato trent’anni, abbiamo accennato alle motivazioni legate alla politica interna degli Stati Uniti (rilancio dell’economia tramite il complesso industriale militare, anche nel timore che il cessato pericolo comunista apra la stura a un vero disarmo) e al mutato contesto internazionale in cui è venuto a mancare il nemico tradizionale1. Anche se, come disse all’epoca Noam Chomsky, il “Nuovo Ordine Mondiale” preconizzato da Bush era uguale al vecchio con una nuova minacciosa piega2.

Ma perché il Medio Oriente? La risposta più immediata è: perché il petrolio è lì. Ma per Washington l’obiettivo principale non è ottenere petrolio a basso costo, perché, come fa notare lo stesso Chomsky, le spese belliche superano di gran lunga ogni realistica riduzione del prezzo del petrolio; l’obiettivo vero è quello di permettere il controllo americano su di esso. È Wall Street che deve poter controllare il prezzo del petrolio nel mondo3.

E perché proprio l’Iraq? Un Paese che fino a poco tempo prima aveva goduto della simpatia americana, che gli stessi Stati Uniti avevano consistentemente aiutato, direttamente e indirettamente, nella guerra con l’Iran (1984 -1988) e anche dopo4. La ragione va ricercata nel ruolo di paese leader nell’area del Golfo che l’Iraq aveva guadagnato, conseguendo così dei gradi di libertà, sia sul piano politico sia su quello economico relativo al petrolio, che infastidivano gli Stati Uniti5. Ma è soprattutto il versante strategico a preoccupare Washington. Dopo la guerra con l’Iran, l’Iraq è divenuto la seconda forza militare nel Medio Oriente, l’unica che potrebbe minacciare la prima, cioè Israele. E questo gli Stati Uniti non lo possono tollerare. Alla fine, 100 mila soldati iracheni morti, 20 mila vittime civili, città e territori distrutti, tutto per difendere la sicurezza d’Israele6!

Ovviamente non è questa la visione delle cose che viene offerta al mondo, anche per l’errata narrazione da parte dell’Iraq a proposito dell’invasione del Kuwait, avvenuta il 2 agosto 1990, motivata come la riconquista di un territorio iracheno, il Kuwait, sottratto all’impero ottomano dal Regno Unito nel 1913.

Il bastone e la carota

Tutto comincia con la politica del doppio registro messa in atto dagli Stati Uniti nei confronti dell’Iraq, dopo la fine della guerra con l’Iran. Una politica del bastone e della carota, di cui solo tardivamente lo stesso Saddam Hussein arriva a percepire tutta la portata.

Bastone. Il colpo più doloroso inferto all’Iraq è, senza dubbio, l’offensiva economica e politica che gli Stati Uniti promuovono occultamente per mettere in ginocchio l’Iraq. Infliggono ingenti perdite alle finanze irachene, usando indirettamente l’azione del Kuwait che dal 1988 viola gli accordi OPEC, aumentando la propria produzione di greggio, ben oltre la quota assegnatagli, facendone, quindi, abbassare il prezzo internazionale. Sempre sotterraneamente, in un rapporto diretto tra CIA e Governo del Kuwait, caldeggiano l’opposizione di quest’ultimo alle richieste irachene per un accomodamento sull’ingente debito contratto dall’Iraq nel periodo della guerra con l’Iran7. In maniera più ufficiale cominciano a prendere le distanze dal regime di Saddam Hussein criticandone la violazione dei diritti umani8 e soprattutto l’acquisizione di armamenti in violazione alle convenzioni internazionali. La questione non poteva più essere lasciata alla diplomazia sotterranea, dopo che era scoppiato lo scandalo dei finanziamenti illeciti all’Iraq tramite la filiale di Atlanta dell’italiana Banca Nazionale del Lavoro9. Si arriva così alla famosa NSD 26 del 2 ottobre 1989, Direttiva Nazionale sulla Sicurezza, in cui la Casa Bianca esplicita la minaccia di sanzioni nei confronti dell’Iraq10.

Insieme al bastone c’è la carota, la politica della pacca sulla spalla. Aiuti economici, manifesta tolleranza sulle armi di distruzione di massa e sui comportamenti poco commendevoli del regime iracheno verso i suoi stessi cittadini.

Quattro giorni dopo l’emanazione della NSD, il Segretario di Stato James Baker, in un incontro con il Ministro degli esteri iracheno, Tariq Aziz, lo rassicura: si trattava solo di rispondere a preoccupazioni espresse a livello internazionale. Il Congresso non aveva mai appoggiato l’ipotesi di adottare sanzioni nei confronti dell’Iraq. “La nostra posizione continua a essere che dobbiamo guardare avanti, non indietro” 11.

Nel frattempo, a Washington era sopravvenuta una disputa tra chi voleva punire l’Iraq con le sanzioni, in base alla NSD, e chi pensava che si dovesse sostenere l’economia irachena, divenuta dopo la guerra con l’Iran un mercato importante per le esportazioni americane. All’inizio di novembre 1989, Baker interviene e ottiene che venga mantenuta la promessa un prestito di un miliardo di dollari all’Iraq per l’acquisto di cereali dagli Stati Uniti.

Quando l’Iraq protesta per un editoriale, del 15 febbraio 1990, di Voice of America, il servizio radio-televisivo del Governo USA, in cui si chiedeva di sanzionare un gruppo di “Stati di polizia”, dove figurava anche l’Iraq12, Baker invia al Governo iracheno, tramite l’Ambasciatrice a Baghdad, April Glaspie, un rassicurante dispaccio in cui si proclama la non ingerenza del Governo americano negli affari interni dell’Iraq13. E ciò, nonostante quanto il Congresso, con la NSD, avesse appreso sulle violazioni dei diritti umani da parte del Governo iracheno.

La denuncia di Saddam

Dopo che il Kuwait viola nuovamente le quote OPEC, Saddam finalmente capisce di essere oggetto di quella che egli chiama una cospirazione imperialista che parte dagli USA e che coinvolge i paesi del Golfo e Israele. Ossessionato da questa consapevolezza, si lancia in una campagna di denuncia del complotto, rivolta sia al suo popolo, sia agli altri Paesi arabi14.

Nel famoso discorso del 2 aprile 1990, Saddam Hussein arriva persino a minacciare di “far mangiare dal fuoco mezzo Israele” 15, se questo avesse tentato di ripetere l’attacco del 198116.

Questa minaccia provoca critiche al Governo USA per aver sostenuto in passato l’Iraq e per l’attuale atteggiamento conciliante. Critiche di Israele ma che -fomentate dalle lobby ebraiche – si scatenano anche negli Stati Uniti contro gli “amici” di Saddam responsabili delle posizioni del Governo. Ciononostante, questo continua a non assumere posizioni perentorie nei riguardi dell’Iraq17.

E anche quando a Saddam Hussein viene detto che Washington è dispiaciuta per il ritrovamento, il 28 marzo 1990, all’aeroporto di Heathrow di un carico di materiali nucleari destinati in Iraq, ci si preoccupa di rassicurarlo che l’accaduto non produrrà ritorsioni degli Stati Uniti verso il suo Paese18.

Critiche e difesa della politica di Bush

Questa contraddittoria condotta del Governo degli Stati Uniti viene valutata, anche a posteriori, da due prospettive opposte, sia da parte degli analisti e della pubblicistica americana sia dai responsabili dell’amministrazione. Chi critica Bush, lo fa perché ritiene sbagliata la politica costruttiva nei confronti dell’Iraq, ereditata da Reagan. Al contrario, una politica di disimpegno economico – no ai prestiti, restrizioni delle esportazioni con possibile uso militare (dual-use technologies) e di denuncia morale (non c’è stata sufficiente attenzione alla natura del regime iracheno) avrebbe trovato una sponda nella riluttanza dei Paesi arabi ad accettare la preminenza acquisita dall’Iraq. Inoltre, avrebbe mantenuto le mani pulite a Bush che non sarebbe stato poi costretto, dopo l’invasione del Kuwait, a difendersi dall’accusa di essere complice della crescita della potenza militare dell’Iraq e, almeno in parte, responsabile della crisi del 1990-91. La spiegazione che, da questa prospettiva critica, si dà all’operato di Bush è quella di aver voluto soddisfare gli interessi di alcune lobby americane, ma con scarso impatto nell’economia nazionale19.

Chi difende il “moderatismo” di Bush sostiene che un preventivo scontro con l’Iraq non sarebbe stato sostenuto dagli alleati degli Stati Uniti nella regione e, in più avrebbe danneggiato le esportazioni americane20.

In realtà, nessuna delle due posizioni sembra aver colto, al di là delle apparenze, la coerenza tra la politica di Bush e l’obiettivo, mai dichiarato, di voler arrivare all’intervento armato per “mettere in riga” l’Iraq.

Il contenzioso con il Kuwait

Parallelamente alla campagna di denuncia della “cospirazione”, il Governo iracheno avvia un pesante contenzioso con il Kuwait, incentrato su due rivendicazioni: una territoriale relativa a un’area confinante che permetterebbe all’Iraq di ampliare il suo ristretto sbocco al mare (una disputa risalente alla definizione dei confini coloniali), l’altra economica; non solo la cancellazione del debito – dato che i soldi prestati loro dal Kuwait erano serviti per una guerra che aveva garantito anche l’integrità territoriale di quest’ultimo – ma anche un risarcimento per le perdite causate dalla sovrapproduzione kuwaitiana di petrolio.

Una guerra di nervi che si intensifica nel mese di luglio con la minaccia di ricorso all’uso delle armi. Il Kuwait non si lascia intimidire e prosegue per la sua strada, non accogliendo alcuna delle richieste irachene. Il 20 luglio, Saddam incomincia ad ammassare truppe ai confini con il Kuwait, ma per tutta l’ultima settimana di luglio non fa altro che rassicurare i Governi arabi e quello americano sul fatto che non ha nessuna intenzione di invadere il Kuwait. Anzi accetta la proposta saudita di un incontro ad alto livello con i kuwaitiani, da tenersi il tra il 31luglio e il 1° agosto a Jedda, in Arabia Saudita.

È probabile che si tratti di una misura tattica per non scoprire i tempi di una operazione già pianificata, avendo sicuramente chiaro che da quell’incontro non sarebbe venuto niente di risolutivo. Anche se, teoricamente, per evitare l’invasione, sarebbe bastato che il Kuwait avesse dimostrato di voler arrivare a un accordo accettabile dall’Iraq. Ma, ovviamente, questo non è nella strategia degli Stati Uniti.

Né deterrenza né concessioni

Anziché prendere una posizione ferma e dura, la cosiddetta “deterrenza”, come in molti a Washington vorrebbero, Bush e la Segreteria di Stato continuano a inviare a Saddam messaggi distensivi. L’obiettivo dichiarato è quello di convincerlo a cercare una soluzione pacifica alla crisi, ma il messaggio che giunge a Saddam è quello della rassicurazione sulle intenzioni degli Stati Uniti21.

Il 25 luglio si svolge il tanto controverso incontro di Saddam Hussein con l’Ambasciatrice Glaspie che, da un lato, lo avverte che non sarebbe accettabile niente altro che una risoluzione pacifica della controversia tra Iraq e Kuwait, dall’altro conferma la linea ufficiale: Bush vuole l’amicizia dell’Iraq; gli Stati Uniti non prendono posizione sulla disputa territoriale tra i due Paesi – un problema che dura da tempo ma che essi considerano una questione strettamente bilaterale tra i due Stati22.

Tre giorni dopo è lo stesso Bush a rassicurare Hussein con un suo personale messaggio in cui non si fa alcuna menzione dei centomila soldati iracheni dispiegati al confine con il Kuwait23. Nelle quarantotto ore precedenti l’invasione, nonostante la CIA avesse avvisato dell’imminente attacco, non ci fu alcun tentativo di deterrenza da parte di Washington24.

La politologa canadese Janice Stein, sostiene che l’invasione avrebbe potuto essere fermata solo con una forzosa deterrenza da parte degli Stati Uniti o con concessioni dal Kuwait. Non ci fu né l’una né l’altra cosa25.

Nella sua acuta analisi, ritiene che non ci fu deterrenza non solo perché gli Stati Uniti non misero in atto nessuna azione in questa direzione, ma anche perché Saddam non poteva essere dissuaso. Infatti, dalla fine del 1989 aveva capito che gli Stati Uniti erano determinati a indebolire l’Iraq, con il sabotaggio economico e le azioni segrete. Una volta introiettata l’immagine di un nemico deciso a perseguire la sua distruzione egli era diventato immune a qualsiasi tentativo di mettere in discussione questa conclusione. In queste condizioni, nessuna dissuasione, come nessuna rassicurazione, aveva grandi possibilità di riuscita26.

Non ci fu deterrenza neanche dopo che, il 1° agosto, consumato il fallimento dell’incontro di Jedda, la CIA ebbe comunicato al Dipartimento di Stato di essere sicura che l’attacco sarebbe avvenuto di lì a poche ore. Secondo Janice Stein, non fu messa in atto nessuna misura di deterrenza o contrasto perché non si conoscevano le intenzioni irachene circa l’estensione dell’invasione27. Gli americani, infatti, pensavano che l’opinione pubblica, in Occidente come nei Paesi arabi, non avrebbe accettato l’intervento di ingenti forze militari per contrastare l’occupazione di un’area di 20 miglia28.

Non ci furono, peraltro, concessioni da parte dei Kuwaitiani né nessun intervento americano su di loro per spingerli verso un atteggiamento più conciliante verso le richieste irachene, nella direzione di una risoluzione pacifica della crisi. Anche il tentativo di mediazione del Presidente egiziano Mubarak, finì per contribuire all’irrigidimento della posizione kuwaitiana29.

La trappola

Tariq Aziz, sosterrà che Saddam, prima della fine di giugno, non pensava di invadere il Kuwait. La decisione cominciò a maturare quando ebbe la certezza della “cospirazione” ordita per distruggere il regime iracheno. A metà luglio l’invio delle truppe lungo il confine nella speranza che i Kuwaitiani cambiassero idea30. La decisione definitiva dell’invasione solo all’ultimo minuto, dopo il fallimento del negoziato di Jedda31.

Non è dato sapere quanto, nella determinazione per l’invasione, abbiano pesato le ultime rassicurazioni e l’assenza di un qualunque atto di deterrenza. La decisione era già stata presa e, probabilmente, queste l’avevano solo rafforzata. Un’altra rassicurazione sembra fosse pervenuta dall’Iran: non si sarebbe intromesso in caso di attacco americano.

Quali che fossero i calcoli di Saddam sulle conseguenze dell’invasione del Kuwait, è certo che non avesse preventivato l’esito poi prodotto. Sicuramente, come sostiene Janice Stein, ha commesso errori tattici non calcolando correttamente i reali rapporti di forza25. Ma l’errore principale di Saddam Hussein fu di natura strategica. Aveva certamente acquisito la certezza che gli Stati Uniti stavano strangolando economicamente l’Iraq, ma forse non aveva capito fino in fondo che Bush avesse già da tempo preso la decisione di colpire militarmente l’Iraq, che il vero obiettivo fosse di indurlo a compiere atti che potessero giustificare un uso potente della punizione militare, che l’altalena tra rabuffi e rassicurazioni non fosse altro che fumo per nascondere questa intenzione, aspettando che fosse Saddam stesso a portargli sul vassoio d’argento questo risultato. Il 2 agosto 1990, quando iniziò l’invasione del Kuwait.

  1. Andrea Amato, Un Calvario lungo trent’anni, cap. 1, https://transform-italia.it/un-calvario-lungo-trentanni-completo/.[]
  2. Noam Chomsky, Gulf War Pullout. Z Magazine, February 1991, https://chomsky.info/199102__/.[]
  3. Noam Chomsky, Gulf War Pullout, op. cit.[]
  4. Andrea Amato, Un Calvario lungo trent’anni, op. cit, cap. 1, nota 17. Vedi anche Bernard Roshco, When Policy fails: How the Buck is passed when Kuwait was invaded. Discussion paper D15, Harward University, 1992, https://shorensteincenter.org/how-the-buck-was-passed-when-kuwait-was-invaded/.[]
  5. Nel 1989 Saddam Hussein – in concorrenza con il GCC (Consiglio di Cooperazione del Golfo composto da Arabia Saudita, Bahrein, Emirati Arabi Uniti, Kuwait, Oman, Qatar e controllato dagli Stati Uniti) – aveva creato l’ACC, Consiglio di Cooperazione Araba, che riuniva Iraq, Egitto, Giordania e Yemen del Nord. Durante il Summit dell’ACC tenutosi a Baghdad il 24 febbraio 1990, Saddam aveva manifestato la sua preoccupazione che dopo la sconfitta dell’Unione Sovietica, l’intero Golfo sarebbe caduto sotto il controllo totale degli Stati Uniti. Per questo i Paesi arabi dovevano unirsi.[]
  6. Georges Corm, Le Proche-Orient éclaté. 1956-2003, Gallimard, Paris, 2003.[]
  7. Cfr. Ofira Seliktar, The Politics of Intelligence and American Wars with Iraq. Springer, 2008.[]
  8. Cfr. Department of State, Country Reports on Human Rights Practices for 1989, February 1990, https://archive.org/details/countryreportson1989unit.[]
  9. Cfr. Andrea Amato, Un Calvario lungo trent’anni, op. cit., nota 17.[]
  10. National Security Directive 26. National Security Council, 2 october 1989 (doc. declassificato), https://fas.org/irp/offdocs/nsd/nsd26.pdf.[]
  11. Zachary Karabell, Backfire: US Policy toward Iraq, 1988-2 August 1990. Middle East Journal , Winter, 1995, Vol. 49, No. 1, pag. 35 (nostra traduzione).[]
  12. L’annunciatore aveva introdotto l’editoriale affermando che esso rifletteva l’opinione del Governo degli Stati Uniti. cfr. Jean Edward Smith, George Bush War. Henry Holt and Company, New York 1992, nota 86 del cap. 1.[]
  13. Nel messaggio si affermava, tra l’atro: “Non è assolutamente politica degli Stati Uniti mettere in questione la legittimità del Governo dell’Iraq né interferire in alcun modo nelle preoccupazioni interne del popolo e del Governo iracheno. Mi rammarico che la formulazione dell’editoriale lo abbia lasciato aperto a una interpretazione errata” (nostra traduzione). Cfr. Bernard Roshco, When Policy fails: How the Buck is passed when Kuwait was invaded, op. cit., pag. 14.[]
  14. Il 16 luglio Tariq Aziz invia un memorandum al Segretario Generale della Lega Araba in cui dice che l’azione petrolifera del Kuwait equivale ad una aggressione armata contro l’Iraq. E aggiunge: “Siamo sicuri che alcuni Stati arabi siano coinvolti nella cospirazione contro di noi” (nostra traduzione). Cfr. John Edward Wilz, The Making of Mr. Bush’s War: A Failure to Learn from History?, pag. 538.[]
  15. Cfr. Zachary Karabell, Backfire: US Policy toward Iraq, 1988-2 August 1990, op. cit., pag. 39.[]
  16. La famosa “Operazione Babilonia”. Il 7 giugno 1981, con un attacco aereo a sorpresa, Israele distrusse il reattore nucleare iracheno di Osiraq.[]
  17. Lo stesso 2 luglio l’Ambasciatrice Glaspie incontra per chiarimenti il Sottosegretario Hamdun e nel rapporto telegrafato al Segretario di Stato, dice di aver “sottolineato il serio problema che ora esiste tra i nostri due Governi. Questo non significa, comunque, che ci sia in atto un tentativo di sopraffare l’Iraq.” (nostra traduzione). cfr. Zachary Karabell, Backfire: US Policy toward Iraq, 1988-2 August 1990, op. cit., pag. 42.[]
  18. L’Ambasciatrice Glaspie è, infatti incaricata di dire a Saddam: “Tuttavia, per quanto siamo preoccupati dei programmi dell’Iraq in campo chimico, nucleare e missilistico, non stiamo in alcun senso preparando la strada per una preventiva azione militare unilaterale volta a eliminare questi programmi.” (nostra traduzione). cfr. John Edward Wilz, The Making of Mr. Bush’s War: A Failure to Learn from History? In Presidential Studies Quarterly, vol. 25, no. 3, 1995, pag. 537.[]
  19. Cfr. Zachary Karabell, Backfire: US Policy toward Iraq, 1988-2 August 1990. op. cit. pp. 46-47.[]
  20. ibid.[]
  21. Nove giorni prima dell’invasione del Kuwait, la portavoce del Dipartimento di Stato, Margaret Tutwiler, nel corso di una conferenza stampa, afferma: “Non abbiamo alcun trattato di difesa con il Kuwait e non ci sono particolari impegni di difesa o sicurezza per il Kuwait (nostra traduzione). J.D. McKillip, Iraqi Strategy during the Gulf War. An alternative Viewpoint. Military Review, September-October 1995, pag. 47.[]
  22. In Iraq l’incontro Saddam-Glaspie viene presentato come prova dello scarso interesse americano per una eventuale aggressione al Kuwait. In una intervista, l’anno dopo, Tariq Aziz afferma che gli avvertimenti della Glaspie erano stati pronunciati con l’usuale linguaggio diplomatico ed erano stati percepiti come atto formale dovuto. cfr. Milton Viorst, Report from Baghdad, The New Yorker, June 24 1991, pp. 55-73.

    Successivamente, in Occidente – soprattutto USA e Regno Unito – si scatena una campagna contro l’Ambasciatrice accusata di aver dato il via libera all’invasione del Kuwait. Indipendentemente da eventuali profili di maldestrezza della Signora Glaspie (il Washington Post l’ha definita “il volto dell’incompetenza americana in Iraq), la verità è che lei non ha fatto altro che ripetere le direttive impartite da Baker con una circolare del 19 luglio.[]

  23. Il 28 luglio 1990, Bush invia – sempre per il tramite dell’Ambasciatrice – un suo personale messaggio orale in cui, tra l’altro, dice: “Gli Stati Uniti e l’Iraq hanno entrambi un forte interesse a preservare la pace e la stabilità nel Medio Oriente. Per questa ragione, noi crediamo che le divergenze siano risolte meglio da mezzi pacifici e non da minacce che comportano forza militare o conflitto” (nostra traduzione). La notizia di questo messaggio e il suo testo completo furono rivelati due anni dopo. cfr. Bernard Roshco, When Policy fails: How the Buck is passed when Kuwait was invaded. op.cit. pag. 3.[]
  24. Ci fu solo una convocazione dell’Ambasciatore iracheno a Washington, da parte dell’Assistente Segretario di Stato Kelly per avvertirlo che la situazione era “estremamente seria”. cfr. Janice Gross Stein, Deterrence and Compellence in the Gulf, 1990-91: A Failed or Impossible Task? International Security, vol. 17, no. 2, 1992, pag. 154.[]
  25. Cfr. Janice Gross Stein, Deterrence and Compellence in the Gulf, 1990-91: A Failed or Impossible Task?, op. cit., pag. 148.[][]
  26. Cfr. Janice Gross Stein, Deterrence and Compellence in the Gulf, 1990-91: A Failed or Impossible Task?, op. cit., pag. 156.[]
  27. Cfr. Janice Gross Stein, Deterrence and Compellence in the Gulf, 1990-91: A Failed or Impossible Task?, op. cit., pag. 160.[]
  28. La CIA pensava che l’invasione sarebbe stata limitata all’occupazione del disputato campo petrolifero vicino al confine e dell’isoletta di Bubyan nel Golfo (ibid.).[]
  29. Nella citata intervista (nota 22), Tariq Aziz, accusa Mubarak, che chiama l’“uomo degli Americani”, di aver favorito l’irrigidimento dei Kuwaitiani nell’incontro di Jedda del 31 luglio-1° agosto. Il 24 luglio, infatti, Saddam assicura a Mubarak – venuto a incontrarlo a Baghdad -che non attaccherà fin quando i negoziati sono in corso. Ma gli chiede di non dare messaggi rassicuranti ai Kuwaitiani. Al contrario Mubarak, tornando al Cairo, fa cambiare la rotta al proprio aereo per dare ai sauditi la notizia che Saddam non attaccherà. cfr. Milton Viorst, Report from Baghdad, pag. 66. È ancora Tariq Aziz a raccontare di essere rimasto colpito dal modo di fare dei kuwaitiani all’incontro di Jedda: “molto strano, molto borioso, molto ostinato”. Cfr. Milton Viorst, Report from Baghdad, op. cit. Opinione che conferma quella dell’Ambasciatore iracheno a Washington: “Erano arroganti. Si comportavano come dei piccoli negozianti di generi alimentari. Il gap era incolmabile, così l’incontro fallì” (nostra traduzione). Cfr. Judith Miller and Laurie Mylroie, Saddam Hussein and the Crisis in the Gulf, Times Books, New York, 1990, pag. 20.[]
  30. Cfr. Milton Viorst, Report from Baghdad, op.cit., p. 66.[]
  31. Cfr. Milton Viorst, Report from Baghdad, op. cit., p. 67.[]
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2 Commenti. Nuovo commento

  • Claudio Galeno
    28 Gennaio 2021 9:22

    Questo non è un commento all’articolo: vorrei semplicemente invitare la redazione a porre una didascalia delle foto che accompagnano gli articoli, visto che con gli articoli stessi non hanno niente a che fare. Grazie per l’attenzione.

    Rispondi
    • Gentilissimo, abbiamo deciso di corredare i vari articoli con immagini slegate dal contenuto dell’articolo stesso e individuate sulla base di un tema a settimana. Di volta in volta, scriviamo in alto a destra nella home page una sorta di spiegazione della scelta. Nel caso dell’articolo a cui si riferisce il suo commento il tema erano i 100 anni dalla fondazione del PCI e l’immagine ritrae la famiglia Gramsci quando negli anni trenta risiedeva in Unione Sovietica.

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