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Il futuro nero dell’Unione Europea?

di Tommaso
Chiti

La mappa politica dell’Unione Europea già all’indomani delle scorse elezioni comunitarie appariva costellata da una galassia nera di partiti di estrema destra, fra cui svettano Fidesz in Ungheria con il 52,6%, il Partito di Diritto e Giustizia (PiS) in Polonia con il 45,4%, Lega e Fratelli d’Italia rispettivamente al 34,3% ed al 6,5%, fino al Rassemblement del FN in Francia con il 23%.

Se all’inizio del millennio la rimonta di derive neofasciste, prevalentemente sulla base di un nazionalismo protettivo dalla globalizzazione sregolata, poteva sembrare un effetto collaterale del processo d’integrazione europea; con il consolidamento del consenso e l’ingresso nelle principali stanze dei bottoni delle istituzioni, la questione merita senz’altro più attenzione.
Negli ultimi anni non è certo mancato il tentativo di risposta ad un’estrema destra liberticida e sovranista.
Tuttavia, da più parti si levano critiche sull’insipienza di strategie simili al ‘cordone sanitario’ o ai ‘fronti democratici’ praticate soprattutto in Francia, con pochi risultati.
La fisionomia di questi partiti di estrema destra inoltre, sebbene modellata sulla xenofobia e sul sovranismo, ha sviluppato nuovi caratteri distintivi, come il vero e proprio suprematismo bianco, oppure il collettivismo autoritario, finendo per far parlare di democrazie illiberali, una volta insediate al governo figure come Orban o Kaczynski, di per sé brutte copie in scala europea dei corrispondenti Trump o Bolsonaro in America.

A destare forte preoccupazione è il tentativo insistente, dopo l’uscita dei sodali di Orban dal PPE, di federare questa galassia presente anche dentro il Parlamento Europeo in una sorta di nuova ‘famiglia politica’ che, secondo l’intento delle 16 sigle aderenti potrebbe portare in dote oltre 73 eurodeputati, divenendo quindi la seconda componente dell’istituzione più rappresentativa a livello democratico dell’UE.
Lo scorso venerdì è stata perciò sottoscritta una ‘Dichiarazione sul Futuro dell’Europa‘, dal carattere marcatamente ideologico, di stampo sovranista, riguardante la conservazione della cultura di matrice cristiana, la famiglia tradizionale come fonte di natalità europea e la tutela delle nazioni come enti fondanti del progetto europeo.

Oltre a contare su partiti saliti alla ribalta delle cronache per il carattere neofascista delle loro organizzazioni e la violenza verbale o in certi casi anche fisica delle manifestazioni politiche, come il tedesco AfD, lo spagnolo VOX ed il portoghese CHEGA, fra gli altri; la questione principale riguarda appunto la capacità di portare sotto lo stesso tetto eurodeputati del gruppo “Identità e Democrazia” – che in Italia fa riferimento a Salvini, per intendersi – con quello dei “Conservatori e Riformisti Europei” – di cui fa invece parte la Meloni.
Le schermaglie politiche a livello nazionale, le diversità nelle relazioni internazionali ed i tentativi di egemonizzare uno spazio attualmente conteso fra più leader hanno fatto parlare molti media di un flop dell’iniziativa e di una dichiarazione meramente d’intenti.
A prendere più sul serio questa deriva è stato invece il partito della Sinistra Europea, che proprio pochi giorni fa, recuperando gli esiti della conferenza ‘NO PASARAN!‘ ha organizzato un’iniziativa di confronto sul ruolo transnazionale dell’antifascismo.

Le dispute attuali fra fazioni sovraniste, se non meramente di cronaca, sono comunque elementi passeggeri, che non bastano ad arginare la rimonta di simili rigurgiti neofascisti.
L’analisi di fondo di alcune relatrici di Transform!Europe parte dal percorso di accreditamento, che ha visto simili frange estremiste arrivare prima alle istituzioni rappresentative e poi negli esecutivi dei vari stati europei.
Lo stesso accordo indiretto con la fazione di CHEGA in alcune regioni portoghesi per un supporto a governi conservatori o liberali fa capire tutta la capacità di penetrazione anche in aree più moderate come quelle afferenti al PPE, dove la fede religiosa e l’assetto patriarcale della società sono di certo condivisi.
Inoltre, il mutamento dell’estrema destra: da portavoce di rabbia sociale, a formazione dal profilo quasi presidenziale, è ravvisabile nelle traiettorie di FN e LEGA, rispettivamente in Francia ed Italia.
Non è quindi forse un caso se il Presidente della Repubblica Italiana, Mattarella, all’incontro con l’omologo francese, Macron, ha sottolineato la necessità di ottemperanza agli impegni europei legati ai valori fondativi, chiedendo quindi decisioni importanti sul diritto di asilo ed una strategia europea per l’accoglienza dei migranti, rispondendo indirettamente alle posizioni reazionarie dei paesi di ‘Visegrad’, con Budapest già da qualche settimana sotto accusa per la legge omofobica, in sfregio ai diritti civili.

Se poi ‘un’internazionale sovranista’ dovesse sembrare un paradosso, per molti studiosi anche questo passaggio non rappresenterebbe un argine sicuro, in seguito alla forza aggregante dell’opposizione all’UE, contraddistinta nella recente dichiarazione dalla proposta di depotenziare la Corte Europea di Giustizia, in favore di quelle nazionali.
In realtà, a livello politico in molti paesi si è assistito addirittura al paradosso opposto, cioè di partiti democratici o moderati che, pur di strappare consensi alle fazioni più radicali, agitavano lo spauracchio estremista, salvo poi avallare, perorare o varare di propria iniziativa, provvedimenti legislativi forieri di iniquità e discriminazioni in buona sostanza analoghe a quelle propagandate dalla stessa estrema destra.
Senza voler quindi semplificare le dinamiche e le specificità politiche, resta di fondamentale importanza, almeno per chi segue un approccio materialista, il rapporto con il sistema produttivo, che già in passato ha visto il capitalismo rinunciare ad una parte dei propri postulati – come il libero mercato-, per affidarsi a dittature nazifasciste, pur di non subire una drastica rivoluzione degli assetti del potere economico.

In questo senso il carattere anticomunista ed il declino del neoliberalismo, insieme con la rimonta di una geopolitica fatta da potenze regionali potrebbe facilmente riproporre governi altrettanto autoritari o democrazie illiberali.

INFO:

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