Il Covid-19 aumenta il rischio di guerra globale, qualcuno se ne preoccupa?

di Fabio
Alberti

Secondo il Pentagono il 17 febbraio 2020 un Destroyer della marina cinese avrebbe colpito con un laser militare un Poseidon da ricognizione statunitense in volo nelle vicinanze dell’Isola di Guam nel mar delle Filippine, violando il Codice sugli incontri imprevisti in mare (CUES) del 2014, finalizzato ad evitare escalation non volute durante gli incidenti marittimi e avrebbe contravvenuto alle “Regole di comportamento negli incontri in mare” concordate tra il People’s Liberation Army Navy e la Marina statunitense.

Il 23 aprile 2020 la marina cinese ha affermato di aver “espulso” un cacciatorpediniere statunitense dalle acque delle isole Parcel, nel Mar Cinese Meridionale, dove sarebbe entrato violando le acqua territoriali cinesi creando “una situazione che avrebbe potuto innescare un incidente imprevisto”. Secondo la People’s Liberation Army vascelli Usa in aprile avrebbero provocatoriamente attraversato due volte lo stretto di Taiwan in quelle che gli Usa chiamano “operazioni per la libertà di navigazione” che si sarebbero fatte più frequenti durante la pandemia.

I due episodi hanno avuto strascichi diplomatici, con reciproche smentite e proteste ufficiali e non sono che gli ultimi di una lunga scia di piccoli incidenti che lo scorso anno hanno indotto l’ex presidente Jimmy Carter a mettere in guardia sulrischio di una escalation non voluta.

Il confronto nel Mar Cinese Meridionale, che la Cina contende assertivamente ad altri sette paesi (compreso con l’affondamento di pescherecci), è solo una parte del conflitto sino-americano, alimentato dall’ossessione statunitense per il mantenimento della supremazia, che si sta svolgendo anche sul terreno commerciale con la guerra dei dazi e su quello tecnologico, in particolare con il bando sul 5G.

In questo quadro la potentissima campagna mediatica sulle presunte responsabilità cinesi per la pandemia di Covid-19, al di là dell’immediato scarico di responsabilità per la mala gestione della pandemia, mira a costruire le condizioni politiche interne per sostenere lo scontro e sta avendo successo nel orientare l’opinione pubblica statunitense verso un forte nazionalismo anticinese, tanto da costringere anche il partito democratico a rincorrerlo sullo stesso terreno e da chiamare allo schieramento anche sul piano internazionale con conseguenze anche in Italia (si pensi ad esempio al riorientamento de la Repubblica).

Le reazioni cinesi a questa aggressività statunitense sono per ora prudenti. Pur avendo superato la posizione di low profile negli affari internazionali impostata da Deng Tsiao Ping insieme all’apertura ai mercati, la politica estera cinese è ancora molto prudente. Improntata al concetto di pacifica ascesa, ricercando il riconoscimento internazionale di grande potenza, ma ribadendo nello stesso tempo che “la Cina non ha alcuna intenzione di guidare nessuno, né intende sostituire nessuno”, come ha detto il Ministro degli Esteri Wang Yi. In occasione della attuale pandemia il Governo cinese ha rilanciato il concetto di “comunità umana con un futuro condiviso”.

Nonostante questa cautela, la politica estera cinese si sta facendo più assertiva. La Cina persegue da anni un consistente sforzo di ammodernamento dell’esercito, assegnando ad esso compiti non più limitati alla esclusiva difesa della madrepatria; ha trasformato alcune delle isole Spratly in avamposti militari e ha stabilito a Gibuti la sua prima base militare all’estero, a protezione della cruciale via della seta marittima. È di queste ore la decisione di intervenire sulla questione di Hong Kong.

Con l’espandersi della proiezione globale della Cina, in particolare attraverso la Belt and Road Initiative, la cosiddetta nuova via della seta, le occasioni di frizione potrebbero crescere nel tempo anche in relazione al possibile uso politico del debito. Non è assolutamente detto che questa prudenza strategica debba continuare, soprattutto se l’interazione tra la crisi economica globale e quella interna, rafforzate dalla pandemia dovesse seriamente ridurre il ritmo di crescita che ha garantito al governo di Pechino un lungo periodo di stabilità o di fronte al nazionalismo che sta crescendo anche tra la popolazione cinese.

La pandemia di Covid-19 sembra aver dato un colpo di acceleratore alla storia, proiettando improvvisamente la Cina sulla scena mondiale come grande potenza e non più come aspirante tale e alimentato l’ossessione statunitense per la leadership, che ha le radici nel mito dell’eccezionalismo americano. La crisi economica che ne seguirà potrebbe non dare tempo agli Stati Uniti di adattarsi all’idea di non essere più l’unica superpotenza o consentire alla Cina di mantenere la propria iniziativa in un ambito compatibile con una gestione pacifica del conflitto con gli Usa.

Nella storia quando una nuova potenza cresce fino ad uguagliare una potenza egemone di solito scoppia una guerra. È così dai tempi della guerra del Peloponneso che Tucidite descrisse come scoppiata “per la paura di Sparta di fronte alla crescita di Atene”. Ed insegna anche che le guerre possono scoppiare anche senza essere volute.

Dunque c’è da essere preoccupati, se non allarmati. Non è più questione di evitare una nuova guerra fredda. Questa è già in atto. Né di evitare la terza guerra mondiale, anche questa è già in atto, a pezzi. Si tratta solo di sapere se ne uscirà con la guerra calda globale, magari atomica.

Ma mentre ormai il rischio di un nuovo conflitto armato globale è ampiamente ammesso da tanti studiosi e analisti di tutte le latitudini e orientamenti, sembra non essere un problema per il mondo politico e per le classi dirigenti europee che, quando non corrono a schierarsi, sembra quasi ritengano che non ci sia molto da fare e limitandosi a pensare in cuor loro “che Dio ce la mandi buona”. Divisi quindi tra tifosi e spettatori.

Ci sarebbe bisogno invece di un grande dibattito e di proposte coraggiose e visionarie. Qualche tempo fa Transform! Italia prese la meritoria iniziativa di proporre un ragionamento sulla neutralità attiva come ipotesi di fondo per una nuova politica estera italiana ed europea. Un nuovo non allineamento. Forse sarebbe utile riprendere da lì.

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