Il vino nella poesia latina

di Maria
Pellegrini

In questo periodo funestato dal pericolo del contagio del Coronavirus, gli italiani si sono riscoperti cuochi, pasticcieri, panificatori. Molti hanno scoperto il piacere di un bicchiere di buon vino che è sempre stato gradito per accompagnare i pasti fin da tempi antichissimi. I nostri lontani antenati del mondo latino lo consideravano una medicina per superare gli affanni quotidiani senza abusarne nell’uso, per questo era presente in molte opere di noti poeti e scrittori.

Nei tempi della prima repubblica la vita dei romani era basata sulla frugalità e l’essenzialità, poche concessioni al lusso. Anche il consumo del vino era riservato alle classi più abbienti, ma dopo le prime grandi conquiste del II secolo a. C., si diffuse su tutte le tavole e divenne immancabile ospite in ogni banchetto. Marco Porzio Catone (234-149 a. C.) fu il primo a mettere una vigna nella sua tenuta agricola. Tra le altre disposizioni, nel suo trattato, L’agricoltura (cap. 57), stabilisce quanto vino si debba dare ogni giorno anche agli schiavi che lavorano i campi; naturalmente ne era distribuito uno di bassa qualità, ottenuto versando acqua sulle vinacce dopo la spremitura.

Il vino, la bevanda preferita dai Romani che lo consumavano soprattutto a cena, era conservato in anfore d’argilla che si stappavano durante i banchetti; dopo essere stato filtrato con un colino, si versava in un grande recipiente, il cratere. Il vino puro era prescritto nelle libagioni rituali, mentre di norma durante il pasto esso veniva mescolato con acqua. La miscela di vino e acqua veniva fatta nel cratere, dal quale si attingeva per versarlo nelle coppe con una specie di mestolo a manico lungo. Il vino, mescolato con il miele, serviva a produrre il “mulsum”, cioè vino mielato, molto apprezzato soprattutto con gli antipasti.

I migliori vini latini erano il Cecubo e l’Albano ma il più celebre era il Falerno, citato e decantato da gran parte delle fonti romane, prodotto con le uve delle viti sulle pendici del Monte Massico in Campania. A testimonianza della sua qualità c’è un’iscrizione murale di Pompei, all’ingresso di un’osteria:

«Qui si beve per 1 asse; se ne paghi 2, berrai un vino migliore; con 4, avrai vino Falerno».

Il motivo del vino che toglie ogni preoccupazione, placa gli affanni, dona talora un’ebbrezza liberatoria al corpo privandolo di ogni freno, è cantato dai poeti e presente in ogni epoca della letteratura latina, come lo era stato in quella greca.

Catullo, d’età cesariana, cantore dell’amore per Lesbia, deluso dalla donna, cerca nel vino il raggiungimento della serenità. In uno dei suoi carmi si rivolge a un giovane coppiere: vuole vino più forte e meno annacquato, non desidera essere come i bevitori più sobri, lascia a loro il compito di bere l’acqua. Quando si conserva nella lunga stagione, il vino prende un amaro gradevole, probabilmente in questi versi con “amaro” si vuole indicare un vino di molti anni:

«Ragazzo, se versi un vino vecchio / riempine i calici del più amaro, / come vuole Postumia, la nostra regina / gonfia di vino più di un acino turgido. / E l’acqua se ne vada dove le pare / a rovinare il vino, lontano, / fra gli astemi: questo è vino puro». (Carmi, 27)

I poeti elegiaci d’età augustea, Orazio, Tibullo, Properzio citano il vino nei loro versi, ma anche Virgilio nell’Eneide e nelle Georgiche.

Ad Enea sbarcato sui lidi della Libia, la regina Didone offre un ricco banchetto con tante portate, poi fa un brindisi con coppe di vino ornate di fiori:

«Dopo la prima pausa del banchetto, e allontanate le mense, / collocano grandi crateri e coronano i vini. / Nasce nella sala uno strepito, e fanno echeggiare / la voce per gli ampi atrii; pendono le lampade accese / dagli aurei soffitti, e le torce vincono con la fiamma la notte. / Qui la regina chiese e riempì di vino una coppa / pesante di gemme e d’oro». (Eneide, I)

Nelle Georgiche Virgilio, affascinato dall’arte di produrre l’uva, ricorda che nell’età dell’oro il vino scorreva a ruscelli, mentre ora è frutto faticoso del lavoro dell’uomo. Enumera le grandi quantità e diversità di uve e di vini che da esse si producono, ma assicura che l’uva e i vini dell’Italia non sono secondi a nessuno, soprattutto non si possono paragonare con i vini del Falerno. Invoca Bacco, il dio del vino:

«Qui tutto è pieno dei tuoi doni nel pampineo autunno, / quando la vendemmia spumeggia nei colmi tini, vieni con me; / tolti i calzari bagna le gambe nude nel nuovo mosto». (Georg. II)

Tibullo, in una elegia della sua raccolta, espone quale sia la sua scelta di vita: rifiuta la ricchezza e la gloria militare in favore di un’esistenza appartata, dominata dall’ideale di semplicità, lontana da ogni mondanità, povera, non nel senso di indigente, ma priva di ogni lusso, nella tranquillità della campagna:

«Per quanto mi riguarda, contadino dall’agile mano, / al momento buono pianterò tenere viti e frutti abbondanti. / La Speranza non mi deluda, ma sempre mi offra / mucchi di grano e mosti succosi nel tino. / Ai Lari, custodi del campo, i giovani contadini grideranno ‘evviva concedete messi e vini gustosi!’» (Elegie, I, 1)

In un’altra elegia, il vino bevuto puro, non allungato nell’acqua come le usanze abituali, serve al poeta per stordirsi e lenire le sofferenze per essere stato respinto dalla sua donna amata.  Così parla a se stesso:

«Versa vino puro e col vino soffoca il nuovo dolore, / tanto che il sonno sorprenda e vinca i miei occhi di amante ormai stanco, / e nessuno mi risvegli, con la testa annebbiata da vino abbondante, / mentre il mio infelice amore riposa. / Infatti, un crudele guardiano controlla la mia fanciulla / e la porta ben chiusa è sprangata da un’irremovibile sbarra». (Elegie, I, 2)

Il motivo del vino come rimedio contro gli affanni amorosi lo troviamo anche nei versi che esprimono il dolore di Tibullo per essere stato respinto dalla sua donna:

«Spesso ho provato a scacciare l’angoscia col vino, / ma il dolore lo trasformava sempre in lacrime». (Elegie, I, 5)

Il vino qui si associa al pianto, il vino induce l’amante a sciogliersi in un pianto liberatore. Anche in Omero leggiamo «nuoto nel pianto perché appesantito da vino».

Ma è soprattutto Orazio a citare il vino nei suoi versi:

«Il vino predispone i cuori e li rende pronti alla passione / cede ogni grave pensiero e si stempera col vino. / Allora si fa strada all’allegria, il povero diventa fiero, / svanisce ansia, dolore e rughe dalla fronte. / La spontaneità, rara al tempo nostro, svela i pensieri / ogni menzogna il dio allontana da noi». (Arte di amare, 237-242)

In altri versi egli esorta un giovane amico a scacciare il freddo ravvivando il fuoco, a versare senza risparmio il vino per aprire il cuore alla gioia, allontanare dall’anima ogni tristezza senza pensare a ciò che accadrà, e a dedicarsi alle gioie della giovinezza, agli amori e alle danze finché è lontana l’età della vecchiaia. Vi è una struggente malinconia al pensiero della precarietà della esperienza umana:

«Dissipa il freddo deponendo legna /sul focolare, in abbondanza, e mesci /da un’anfora sabina a doppia ansa, / o Taliarco, vino di quattr’anni! Lascia il resto agli dei […] Cosa accadrà domani, tu non chiedere». (Odi, 1, 9)

In una epistola il poeta invita a cena Torquato di cui sappiamo soltanto che è di famiglia nobile e avvocato, ma il tono confidenziale fa pensare a un amico, e la cura con cui si appresta ai preparativi suppone si tratti di persona importante e raffinata. Il motivo dell’invito a cena è un topos della poesia lirica, in questa epistola sono presenti le molteplici tematiche oraziane collegate al banchetto, al bere, al benefico influsso del vino:

«Ti aspetterò, Torquato, a casa mia, verso il tramonto. Berrai /vino travasato nell’anno del secondo consolato di Tauro /, tra le paludi di Minturno e Petrino di Sinuessa. Se ne hai del migliore, / fallo venire, oppure accetta quello che ordino io […] Quali sigilli non sa sciogliere il vino?  Mette a nudo i segreti, /alle speranze dà parvenza di realtà, fa del codardo un combattivo, / toglie dalle spalle il fardello dell’angoscia, dona ispirazione.». (Ep. I, 5)

Il tema dell’invito a cena rallegrato da semplice vino, lo troviamo anche in un carme che vuol porre in rilievo soprattutto la modestia e la semplicità con le quali egli vive. I vini cui è abituato Mecenate invece sono fra i migliori:

«In modesti bicchieri t’offrirò / un comune vinello di Sabina / che io stesso ho chiuso e sigillato in greca / anfora, o Mecenate». […] / Tu bevi Cecubo e vini / premuti dai torchi di Cale, / ma alle mie tazze non arridono / colli formiani o viti del Falerno. (Odi, I, 20)

Augusto, il primo imperatore romano, che preferì farsi chiamare Princeps (Primo tra i membri del Senato), secondo il biografo Svetonio, era molto sobrio sia nelle cene con ospiti, sia nel bere vino, preferiva quello della Rezia provincia dell’Impero romano, comprendente i territori alpini e subalpini:

«Offriva di solito una cena di tre portate e quando la voleva molto abbondante, una di sei, senza eccessiva spesa ma con estrema cordialità. […] Gli piaceva moltissimo il vino di Rezia, ma raramente ne beveva durante il giorno. (Vita dei Cesari, Augusto)

Nel Satyricon, romanzo di Petronio, autore d’età neroniana, non manca il vino durante la famosa Cena offerta da Trimalcione, l’arricchito sbruffone. Egli loda l’ottimo vino Falerno, ma il suo è ancora più prezioso perché ottenuto con la vendemmia effettuata sotto il consolato d’Opimio (121 a.C.) e quindi vecchio di ben 200 anni. Poi si lascia andare a considerazioni filosofiche su questa preziosa bevanda, ma mostra la sua mancanza di riguardo verso gli ospiti:

«Un attimo dopo arrivano delle anfore di cristallo scrupolosamente sigillate e con delle etichette incollate al collo con su scritto: ‘Falerno Opimiano di cent’anni’. Mentre eravamo impegnati a leggere, Trimalcione batte le mani urlando: ‘Oddio, dunque il vino vive più a lungo di un pover’uomo. Ma allora scoliamocelo d’un fiato! Il vino è vita e questo è Opimiano puro. Ieri non ne ho offerto di così buono, eppure avevo a cena gente ben più di riguardo’». (cap.34)

Alla conversazione prende parte anche un tale Seleuco che si vanta delle sue abitudini:

«Io non mi lavo mica tutti i giorni, perché il bagno è una cosa da lavandaie: l’acqua ha i denti e ogni giorno ti scola via un pezzo di cuore. Ma basta che mi faccia un bel bicchiere di vino al miele, e al freddo gli dico di fottersi». (cap.42)

Nella Storia naturale di Plinio, che scrive al tempo dell’imperatore Tito, abbiamo queste informazioni:

«Due sono i liquidi maggiormente graditi al corpo umano: per l’uso interno il vino, per quello esterno l’olio, entrambi importanti prodotti degli alberi; ma l’olio è necessario, né l’uomo ha lesinato per lui l’impegno. Quando tuttavia egli sia stato più ingegnoso per il bere, si evincerà dal fatto che ha creato centottantacinque qualità diverse di vino, mentre in numero molto più scarso sono le qualità d’olio» (XIV 150)

Anche il poeta satirico Marziale autore di Epigrammi, vissuto al tempo degli imperatori Tito e Domiziano, descrive la cena che offrirà ai suoi ospiti, accompagnato da un vino leggero che mette allegria e scioglie la lingua ma non tanto da offendere qualcno:

«Quando sarete sazi, frutta matura avrete a piacimento /ed un limpido vino di una bottiglia di Nomento, invecchiato / sino al sesto anno sotto il console Frontino. Seguiranno scherzi / benevoli, franche parole che non vi faranno temere o che vorreste aver taciute». (Ep. X, 48)

Siamo alla fine del I secolo dopo Cristo, altre voci poetiche canteranno le virtù del vino, ma ci fermiamo qui. A conferma di quanto il vino abbia fatto parte della vita anche delle generazioni dei secoli successivi, citiamo un curioso epitaffio, datato al III sec. d.C., trovato in una necropoli di Ostia:

«Vissi ad ostriche del lago Lucrino, bevvi spesso Falerno. I bagni, il vino, il sesso hanno accompagnato i miei anni fino alla vecchiaia. Se è vero che ho vissuto così, la terra sia per me leggera».

Meeting the left: Arnaldo Otegi
Iniziativa CGIL

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