Il caso Albanese ha, per così dire, portato al pettine, tutti insieme, numerosi problemi di diritto internazionale.
Innanzitutto, la vita di una persona che dovrebbe essere il primo dei diritti umani. È infatti ovvio che viviamo ancora in un mondo in cui, di fatto, gli Stati non arretrano di fronte all’eliminazione di una, o, se è per questo, più vite umane, quando queste rappresentano un ostacolo alla realizzazione di una loro linea politica. Citiamo, a titolo d’esempio, la congiura internazionale che portò al calvario di Aldo Moro.
Il genocidio in corso a Gaza dimostra che il numero delle vittime da eliminare non rappresenta problema alcuno. L’importante è trovare la modalità di portarlo a termine nella fondamentalmente apatica, quanto ondivaga, opinione pubblica mondiale, che riesce bene nel non mobilitarsi in maniera efficace, anche quando nulla di quanto accade le viene nascosto.
Ciò, in quanto, malgrado l’articolata normativa dei diritti umani che si è venuta sviluppando in sede ONU ed europea dal secondo dopo guerra, e anche se tutti dovrebbero essere uguali di fronte alla legge, è di fatto tutt’oggi difficile che il politico possa venir perseguito penalmente a livello internazionale, sempre che appartenga al mondo occidentale – ed è chiaro che, malgrado il suo collocamento in Medio Oriente, a tale mondo Israele appartiene, sia pure come exclave.
Nel caso specifico, inoltre, Francesca Albanese si trova paradossalmente a subire pressioni, sanzioni USA e vere e proprie minacce in quanto funzionaria delle Nazioni Unite che esegue con encomiabile impegno il compito di accertamento della verità e informazione sulla situazione dei palestinesi oggi. È voce isolata ma sempre indefettibilmente chiara e precisa, in mezzo all’assordante coro del negazionismo social/mediatico sul genocidio in corso. Negazionismo che svolge un ruolo fondamentale, perché tutto mira ad arrivare al traguardo del fait accompli, prima che l’opinione pubblica mondiale si svegli dal torpore, ma che proprio per questo espone la voce dissonante alla tentazione di silenziarla.
Mi sia concesso, a proposito di negazione e negazionismo, di richiamare il Magritte intitolato “Questa non è una pipa”, che proprio una pipa rappresenta. Il quadro ci mette infatti di fronte a un gioco speculare a quello dell’attuale negazionismo israeliano, nel provocare lo spiazzamento dello spettatore, anche se ad essere evidenziata, nel quadro, è la discrepanza tra l’oggetto in sé e la sua rappresentazione, mentre, in Palestina oggi, l’operazione consiste nel negare la fattualità di quanto rappresentato. Ad essere negata e addirittura in alcuni casi perseguita giuridicamente e repressa come attività di terrorismo, è la possibilità stessa di utilizzare il significante genocidio. Non sfugge d’altronde che è del peggior crimine di cui l’umanità possa macchiarsi che qui si tratta e che la sua sistematica negazione ha dimostrato di funzionare perfettamente a livello di appeasement dell’opinione pubblica mondiale. L’infinitizzarsi dell’immagine dell’orrore, accompagnata dalla negazione del suo significante, sembra tradursi infatti nell’indifferenza di un’opinione pubblica costretta a riflettersi, se non crogiolarsi, nella propria impotenza e, in ultima istanza, a rinunciare a vedere ciò che è vero di verità evidente. Diciamolo con chiarezza: non siamo impotenti, ma tali ci vogliono far credere di essere e, in questa atroce congiuntura, ci sono riusciti, grazie peraltro alla connivenza dei governi e dei media occidentali. È questo che, per contrasto, dà estrema importanza al ruolo svolto da Francesca Albanese.
Il problema allora diventa non soltanto come tutelare una vita umana in pericolo, o assicurare la libertà operativa di un buon funzionario, ma anche come tutelare il diritto all’informazione in un mondo in cui la medesima si dimostra sistematicamente plasmabile a seconda della convenienza di chi il sistema stesso possiede. Di chi, oserei dire, ci possiede.
Il problema in fondo diventa se e come tutelare l’operato delle Nazioni Unite, perché è questo che da parte di USA e Israele si sta cercando di fare: eliminare le possibilità operative, e quindi l’efficacia e la credibilità dell’unica struttura sovranazionale che, per quanto in nuce, per quanto limitata, è deputata alla tutela del diritto internazionale, in un mondo che sembra voler ciecamente portarci, come i lemming, verso il baratro. E con ciò, sia chiaro che non sfuggono i limiti operativi, la vera e propria impotenza in cui le Nazioni Unite appaiono divincolarsi. Ma una cosa è proporsi una riforma che ne migliori il funzionamento, tutt’altra spazzarle via.
Riprendendo le redini del discorso, il caso Albanese ci mette di fronte a una serie complessa di problemi politici, cui sarebbe fondamentale trovare o almeno tentare di trovare una risposta da parte della sinistra, italiana e non solo.
Esiste ovviamente un ventaglio di possibilità, una tra le tante delle quali è rappresentata dalla proposta al Nobel per la Pace. Mi era sembrata proponibile, in quanto a conoscenza del ruolo fondamentale svolto dalla stessa per la salvezza di Adolfo Perez Esquivel, strappato all’ultimo momento alle mani dei macellai argentini. Il punto è tuttavia che a tale risultato si arrivava grazie alla mobilitazione di grandi soggetti operanti a livello sia nazionale che internazionale: partiti politici, sindacati, Chiesa cattolica, Amnesty ed associazionismo di peso. Vale la pena ricordare che si era perfino arrivati ad interessare e coinvolgere il clan dei Kennedy, per immaginare la complessa ed articolata solidarietà che si era riusciti a mobilitare in tutto il mondo.
Tale candidatura è, tuttavia, una semplice possibilità da soppesare insieme alle alternative allo studio. L’importante è comprendere che non può bastare una, mille o centomila petizioni da cliccare pigramente sul proprio cellulare o pc. Se bastassero, tra l’altro, ce le avrebbero vietate.
Occorre mobilitarsi con tutte le forze in campo, in Italia e a livello internazionale, qualunque sia la modalità operativa che potrà venir concordata e, ciò, con la finalità di tutelare una connazionale, che è funzionario sullo svolgimento del cui compito istituzionale non esiste la minima ombra, di mantenere viva l’attenzione sul genocidio a Gaza, di difendere il sistema della Nazioni Unite e quindi il diritto internazionale, i diritti umani e la pace, bene supremo dell’umanità.
Enrico Calamai

2 Commenti. Nuovo commento
Io vorrei davvero fare qualcosa per fermare il genocidio, lo sterminio del popolo Palestinese e fermare tutte le guerre! Sono davvero indignata perché senza chiedermi nulla sono costretta alla corsa alle armi, io non voglio che l’Europa si armi e che continui a inviare armi all’Ucraina e a Israele, sono indignata perché nessuno fa niente per evitare che i bambini Palestinesi vengano sterminati! Ma in che mondo viviamo? L’umanità, dove è finita? Perché le donne che ci governano non pensano alla pace? Può accadere a tutti se continuiamo così che uno più forte aggredisca il più debole, Israele uccide Palestinesi, devasta la Cisgiordania, aggredisce il Libano, bombarda la Siria, l’ Iran! Ma quale sicurezza, io vedo solo distruzione a causa del desiderio di sopraffazione e arroganza di pochi! IO VOGLIO FARE QUALCOSA CHE PONGA FINE A QUESTO SCEMPIO ! IO NON VOGLIO COMMEMORARE TRA QUALCHE ANNO LA FINE DEI PALESTINESI E RIPETERE L’odioso “MAI PIÙ” Bisogna fare qualcosa ora!
Grazie , l’editoriale, preciso e chiaro, sottolinea con forza le questioni centrali: l’assuefazione al clic e l’assenza dei grandi soggetti istituzionali.