editoriali

Un saluto a Emilio

di Riccardo
Rifici

Qualche giorno fa ci ha lasciato il compagno Emilio Molinari.
Per me, che ho iniziato da giovane a fare politica alla fine degli anni ’60, è stato il leader di riferimento.
Pochi giorni prima ci avevano lasciato le compagne Patrizia Arnaboldi e Rina Barbieri, e qualche anno prima altri compagni come Guido Pollice, Franco Calamida e altri, forse meno conosciuti, della sinistra milanese. Compagni che avevano fatto nascere i primi CUB (Comitati Unitari di base) in diverse fabbriche e avevano fatto nascere alcune significative organizzazioni politiche. Avanguardia Operaia prima e Democrazia Proletaria poi, organizzazioni che, principalmente con Lotta continua e il Pdup, caratterizzarono la nuova sinistra italiana.
Questi compagni hanno contribuito a far nascere e crescere quel movimento di massa, fatto da studenti, operai e intellettuali, che ha caratterizzato le grandi lotte di quel decennio e mezzo che dalla metà degli anni sessanta arrivò fino alla fine degli anni ’70.
Emilio Molinari, in particolare, fu uno dei pochi dirigenti politici che già alla fine degli anni ’80 e nei successivi (quando già si coglievano i segni delle sconfitte e del riflusso dei movimenti), colse l’esigenza di connettere le lotte sociali con la questione ambientale, superando una impostazione che vedeva la “centralità operaia” quasi come unica questione, e nel contempo la necessità di approcciare a una visione “altro mondista”, più adeguata, ad affrontare i problemi globali, dell’impostazione “terzomondista” dei decenni precedenti, caratterizzata dal sostegno alle lotte di liberazione dalle potenze coloniali.
Per quello che avevano rappresentato, la scomparsa di questi compagni, nell’attuale momento storico caratterizzato da una serie di crisi convergenti: la guerra mondiale a pezzi, la corsa al riarmo, il crescere delle povertà, e l’aggravarsi incontrastato della crisi ambientale, ha accresciuto in me e in molti compagni un sentimento di tristezza e forse di pessimismo. Tristezza per la perdita di un po’ di storia ed esperienze fatte con quei compagni, pessimismo per non essere riusciti a dare continuità a quelle esperienze e per le difficoltà e il vuoto che incontriamo oggi.
Quel decennio a cui si accennava all’inizio, vide, nel nostro Paese, contemporaneamente la crescita di un grande movimento operaio e l’esplosione di un forte movimento degli studenti. Vide, inoltre, la nascita di un grande movimento pacifista a livello planetario. Infatti mentre in piena “guerra fredda”, anche grazie ad alcuni intellettuali, era iniziata la mobilitazione per il “DISARMO nucleare”, con le contestazioni contro la guerra nel Vietnam, il movimento pacifista assunse dimensioni rilevanti a livello internazionale. In Italia, in particolare, le lotte operaie dell’”autunno caldo”, alle quali,  si unirono le lotte del movimento degli studenti, provocarono un terremoto politico che portò notevoli cambiamenti nella politica italiana, tanto nel modo del lavoro, nella scuola e nella cultura in generale, quanto nelle questioni sociali. Di quel decennio sono, infatti, lo Statuto dei Lavoratori (L. 1970 n.300), la legge sul sistema sanitario (L. 1978 n.833), la legge sul divorzio (L. 1970 n. 898).
Queste vittorie furono ottenute nonostante la reazione dei “dominanti” che iniziò da subito. Prima con le oscure manovre golpiste degli anni ’60, e poi con la stagione delle bombe iniziata nel 1969.
Queste manovre non fermarono il movimento che se pur frammentato era caratterizzato da un concetto, un’idea, che può essere riassunta in un motto: “insieme si vince”.  L’idea che le soluzioni e le proteste individuali non reggono, e solo le lotte e le soluzioni collettive possono permettere di resistere e, qualche volta vincere. 

A proposito della reazione popolare alla bomba messa in piazza Fontana il 12 dicembre 1969, voglio riportare un ricordo personale. Il 15 dicembre del 1969 ero in piazza Duomo a Milano, ero un giovanissimo studente molto spaventato. Era una terribile giornata milanese, buia e nebbiosa, in cui il clima meteo appesantiva il clima psicologico. Ma la moltitudine silenziosa del popolo di quegli anni era lì in piazza. Come me era forse turbato da quello che era successo e da quello che poteva succedere, ma mostrava una determinazione formidabile, sicuro che la mobilitazione collettiva avrebbe contrastato la reazione golpista. Forse è questo che ha evitato il peggio, o lo ha semplicemente ritardato o rimandato più in là con altre forme e altri mezzi.
Le sconfitte cominciarono dopo, forse nel 1980 con la marcia dei 40.000 alla Fiat, quando il movimento sindacale non riuscì più a essere riferimento anche per altri strati sociali, e, probabilmente, con le scelte del terrorismo rosso che creò una frattura nel movimento di massa e un disorientamento dello stesso.
A questi fatti ne seguirono altri, la caduta dell’URSS, la fine del PCI, l’invasione delle televisioni di Mediaset, e, soprattutto la perdita di fiducia nelle lotte collettive e la crescita dell’individualismo.  Naturalmente ebbe il suo peso la repressione che ha cominciato a colpire le lotte ancora in vita (non dimentichiamoci cosa successe a Genova!). Naturalmente non so valutare quanto, presi singolarmente, abbiano pesato questi fatti. 
Poi sono seguiti i due decenni del 2000, che nonostante l’emergere dell’incapacità lampante del capitalismo (sempre più finanziarizzato), di dare risposte ai problemi dell’umanità e del Pianeta (si pensi ad esempio alla crisi finanziarie del 2008, o a quella del Covid, profondamente connessa a quella ambientale), sono cresciute le idee reazionarie e i movimenti di destra.
Fortunatamente qualche segnale positivo si sta manifestando in questi ultimi tempi. In Italia e nel resto del mondo cominciano a crescere i movimenti per la pace e il disarmo, e, con alti e bassi, si muove qualcosa anche fra i giovani sui temi ambientali.
Certamente i limiti di questi movimenti sono ancora molti, è ancora insufficiente la connessione tra le lotte per l’ambiente e la lotta per la pace. Spesso manca una capacità di connettere queste questioni con le questioni sociali (sia livello locale che a livello globale).  Quasi sempre manca la connessione con le questioni legate ai diritti delle persone.  Ma la questione più rilevante sembra l’estrema carenza di conflittualità sociale (almeno nel nostro Paese!), forse anche perché (come si accennava all’inizio), ha prevalso l’individualismo su tutto il resto.
Ma forse, il problema non risolto da molti anni, è la mancanza di una soggettività politica, capace di studiare, fare analisi, immergersi nella realtà, proporre percorsi, disegnare orizzonti, organizzare, confrontarsi con l’idea di unirsi, senza settarismi.

Certamente la mancanza di compagni come quelli che ci hanno lasciato negli ultimi anni fa crescere il pessimismo sulla possibilità di contrastare quello che sta avvenendo in Italia e nel mondo intero.
Ma proprio attingendo dalla nostra storia, e dagli insegnamenti che ci hanno lasciato i compagni che se ne sono andati, dovremmo ricordare che è necessario “contrastare il pessimismo della ragione con l’ottimismo della volontà”.

Infine, ancora un grazie ad Emilio e agli altri compagni.

Riccardo Rifici

Articolo precedente
A proposito del congresso della Spd
Articolo successivo
Il caso Albanese – riflessioni al margine

2 Commenti. Nuovo commento

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Compila questo campo
Compila questo campo
Inserisci un indirizzo email valido.