editoriali

Crisi del modello Milano, crisi del modo di produzione dominante

di Roberto
Rosso

Riflessioni provvisorie per una rivolta radicale

Nell’articolo che oggi pubblichiamo di Sergio Brenna sul ‘caso Milano’ leggiamo “La destra che oggi chiede le dimissioni di Sala per insufficiente liberismo sa invece benissimo che loro con Albertini-Lupi e Moratti-Masseroli sono quelli che hanno fatto scuola a Pisapia-De Cesaris e Sala-Maran (e ripeto solo Catella lo ribadisce senza ipocrisia), ma devono fingere di essere diversi per sfruttare il malcontento diffuso da questi anni di egemonia immobiliaristico-finanziaria.” La crisi indotta dalle inchieste giudiziarie -sino all’ultima che tocca i vertici dell’amministrazione della città- al di là degli illeciti penali che nei prossimi anni verranno accertati e sanzionati, sembra allo stato delle cose interrompere drasticamente la corsa travolgente lo sviluppo impetuoso del modello Milano; un modello che ha le sue radici durante le amministrazioni di centro destra, ma trova pieno sviluppo nelle amministrazioni Pisapia e Sala.
Quel modello di sviluppo ha messo il turbo con la ‘conquista’ e la realizzazione dell’esposizione universale EXPO 2015, che ha creato il focus su Milano, ne ha fatto un centro di attrazione non solo per i flussi turistici, ma per gli investimenti immobiliari che trovano nella città un’occasione di profitto che non ha eguali in Europa. 

Un punto di svolta che ha accelerato una tendenza già in atto; è quanto andavamo dicendo come Comitato NOEXPO1, segnati a dito come i luddisti alla nascita della società industriale2. Esplicitavamo la critica di un modello di sviluppo che vedeva il ‘grande evento’ come motore di una trasformazione decisiva, ritenuta tanto più necessaria in quanto si stava appena uscendo dalla crisi finanziaria del 2008-2011, si stava dispiegando la rivoluzione tecnologico-digitale in un contesto di mutamento dei rapporti di forza a livello globale; furono fatte anche osservazioni sulla  variante al PGT finalizzata alla realizzazione del sito di EXPO20153 Sulla candidatura di Milano convergeva l’azione dell’amministrazione meneghina e del governo centrale, al tempo con l’amministrazione Moratti ed il Governo Prodi4, il tema scelto fu “Nutrire il pianeta, energia per la vita“. I visitatori come risulta dalla voce di Wikipedia, evidentemente ben curata, furono 22 milioni, realizzando una operazione ben riuscita nel far conoscere Miano a livello internazionale, oltre che ovviamente a livello nazionale, da cui veniva la maggioranza dei visitatori. L’Amministratore Delegato di EXPO 2015 S.p.A. -società che gestì l’evento- fu Giuseppe Sala attuale sindaco, nella sua seconda consigliatura, della città di Milano.
Per capire lo spirito di quella candidatura basta leggere la frase finale di una intervista del 2015 a Gaetano Castellini Curiel, autore de La candidatura, (edizioni Indiana) libro-autobiografico in cui racconta i retroscena della gara con Smirne per far assegnare Expo a Milano. “È cambiato il sindaco, è cambiato il governo, è cambiato tutto. Il rischio è che Expo passi –io sono convinto che andrà comunque bene – senza che venga colta l’occasione, unica, per rilanciare Milano e il Paese. È il messaggio di fondo del libro e, in generale, quello che credo. Expo è una opportunità, forse l’ultima che abbiamo.
Un bilancio di quel movimento che criticando la logica del ‘grande evento’ come motore delle sviluppo aveva come posta in gioco il futuro della città e dell’area  metropolitana di Milano si può leggere lo scritto di Alberto (abo) Dimonte, 10 momenti indimenticabili del Movimento No Expo, 10 anni dopo Molto più di una lotta a debito, cemento e precarietà5

Contemporaneamente alla candidatura all’EXPO si sviluppava il dibattito sul PGT, sul Programma di Governo del Territorio6 e grandi erano le attese. Nella chiusa dell’articolo di Michele Sacerdoti infatti si legge “L’ex sindaco Moratti nell’incontro all’Ance sostenne che l’amministrazione Pisapia avrebbe fatto fallire imprenditori e professionisti congelando l’attività edilizia per anni e fu accusata di fare del terrorismo. Ora si tratta di rifare il Pgt, che è sostanzialmente il piano urbanistico del nuovo Sindaco, in tempi brevi ma senza consentire ai soliti “furbi” di approfittare delle concessioni fatte dall’ex-assessore Masseroli a chi vuole speculare sulla città. La prima strada è l’unica che garantisca questo risultato.” 

Su Arcipelago Milano si può leggere del lungo dibattito che ha accompagnato l’elaborazione del PGT della città di Milano nelle sue varie versioni dalla amministrazione Pisapia in poi7. Spicca il giudizio che del PGT targato Pisapia dà nel suo articolo Giuseppe Boatti dal titolo ‘PGT: IL PIANO CHE NON SERVE A MILANO8. L’articolo va letto attentamente per intero, per comprenderne la portata e la profondità della critica ad un PGT a cui si rimprovera di non rompere effettivamente con quello della precedente amministrazione Moratti.
Per capirne il senso ci possiamo affidarci al seguente paragrafo centrale:  “Il piano urbanistico di Milano è dunque ridotto ai suoi minimi termini di puro strumento di gestione dei diritti edificatori. Ed è proprio in questo campo che continua a mostrare grandi difetti. In primo luogo quello della generale trasferibilità di tutti i diritti edificatori sull’intero territorio comunale: il che non potrà non determinare processi di notevole densificazione delle più appetibili aree centrali, già oggi molto congestionate e afflitte da cattiva qualità ambientale, dove tutti tenteranno di trasferire e realizzare i propri diritti volumetrici, ovunque originati. In secondo luogo grazie alla bizzarrissima norma che azzera il computo della superficie lorda di pavimento per tutti i nuovi servizi, pubblici e privati, definiti con estrema larghezza (dalla discoteca alla borsa valori, dalle fiere ai centri congressi, dai mercati rionali ai negozi di vicinato, dalle università alle cliniche, eccetera, eccetera) (2). Tali insediamenti, potranno perciò essere localizzati dovunque senza vincoli planivolumetrici e dunque con qualunque densità insediativa, pur essendo, di solito, i più potenti attrattori di traffico che si possano immaginare.”

Della trasformazione di Milano con Expo2015 scrive in un suo editoriale sul Corriere della Sera Dario di Vico dal titolo ‘Una città e le ferite da cucire9.
Vale la pena citarne alcuni giudizi che riguardano la periodizzazione delle trasformazioni della città.  
La fine di un’epoca e le promesse di Expo: Il tutto in un contesto temporale nel quale il vecchio blocco sociale, fondato sulla collaudata convivenza di borghesia e ceti popolari, aveva perso la sua spinta propulsiva e la sua rappresentatività a causa del declino delle grandi famiglie e delle organizzazioni collettive. (…)
La città si modernizza diventando pienamente cosmopolita, si rende totalmente autonoma dalle angustie della politica romana, fa diventare il Comune con le sue Week un organizzatore della vita collettiva e dell’intrattenimento. Per dirla con i sociologi il modello si palesa come inclusivo, promette di moltiplicare le chance di tutti o comunque della maggioranza dei milanesi. (…)
Dopo la pandemia: “A suonare il campanello d’allarme avrebbe dovuto essere l’impennata dei prezzi delle case oppure il prolungamento sine die delle code al Pane Quotidiano. Invece non si seppero interpretare subito questi segnali, non si capì che alla vecchia cara inclusione stava subentrando un’insidiosa polarizzazione.”
E subito dopo: “Probabilmente è stato quello uno dei momenti in cui MilanoMattone ha preso il sopravvento su MilanoSapere, la città degli interessi immobiliari e dei grandi fondi internazionali sorpassava l’idea di farne un saldo presidio europeo dell’innovazione e dell’economia della conoscenza. Risultato: tanti grattacieli, pochi unicorni.” (…)
Infine: “La fenomenologia è ampia: vorticoso turn over delle insegne commerciali, aumento vertiginoso dei relativi affitti, prezzi di compravendita delle case proibitivi, aumento del costo della vita, espulsioni del ceto medio dalle zone centrali, incremento delle sacche di povertà, talenti in fuga dai bassi stipendi e dalla ridotta mobilità professionale. E dall’altra parte: crescita esponenziale dei flussi turistici prevalentemente dagli Usa e debutto di Milano come paradiso fiscale dei ricchi di Londra e non solo. (…)
È la rendita che sta vincendo e questa per Milano, storica città della crescita, è la vera ferita. Una modernità che umiliasse il merito non l’avevamo prevista.” È il Corsera, non è Rifondazione Comunista. Quest’ultimo giudizio sintetizza il ruolo di Milano nei processi di globalizzazione, come unica vera città italiana globale. Intervistato da RP in occasione del discorso di Sala, ha riferito come la Confedilizia lo abbia qualificato con l’attributo di ‘comunista’ per i giudizi espressi nel suo articolo. Di Vico nel suo commento -pubblicato due giorni prima del discorso del sindaco Sala- accanto ai dati che definiscono lo stato della città non si esprime con durezza, ma “L’amministrazione di Milano, così come altre forze della società civile, non ha percepito il cambio di fase, anzi è apparsa sulla difensiva, meno disponibile all’ascolto.
Eppure non sarebbe passato molto tempo prima che le discontinuità rispetto al recente passato fossero squadernate sotto gli occhi di tutti.

Quanto alla politica, può valere per tutto il giudizio di Carlo Monguzzi -capogruppo dei verdi in comune- che afferma semplicemente che il sindaco non ha spiegato, come avrebbe dovuto10 il come e il perché la commissione ambiente sia diventata quel centro esclusivo di potere sulla gestione dell’urbanistica nella città di Milano ed abbia fatto quel ha fatto. La posizione critica e coerente di Monguzzi, si scontra con l’atteggiamento degli altri due eletti nel gruppo verde che invece sostengono incondizionatamente la giunta. Il giudizio di Monguzzi arriva a caldo dopo che in una intervista alla Stampa aveva espresso fiducia nella capacità di Sala di cambiare rotta. La parabola dei verdi, con la rottura tra Monguzzi e gli altri due membri del gruppo esemplifica la tragedia del centro sinistra a Milano. Monguzzi non può neppure intervenire. Lo spazio di intervento, nelle due ore max di durata del dibattito in consiglio, gli è letteralmente rubato dagli altri due consiglieri ‘verdi’11

L’architetto  Gianni Biondillo tra i firmatari di un appello al sindaco Sala12 nella trasmissione Summertime di martedì 22 luglio a Radio Popolare13, oltre ad una analisi dell’urbanistica dell’amministrazione Sala si è soffermato sulla radicale opposizione all’abbattimento dello stadio di San Siro, non solo per il carattere speculativo della costruzione dei nuovi due stadi, ma per il gigantesco danno ambientale e prodotto da cinque anni di lavori di abbattimento e dal flusso giornaliero di almeno 50 camion per lo smaltimento dei materiali. Due frasi sintetizzano icasticamente il suo giudizio. Le amministrazioni di centro-sinistra sono le più adatte a fare politiche di destra, Milano prezzi come a Londra e salari come a Mumbai. 

Chi ha scritto molto sul ‘modello Milano’ è Lucia Tozzi, a partire dal suo libro L’invenzione di Milano. Culto della comunicazione e politiche urbane14. Nella presentazione possiamo leggere: “Solo dieci anni fa Milano era vista come una città produttiva, elegante, ma grigia. Poi, con l’Expo2015, ha assunto l’immagine di una metropoli splendente e attrattiva. Il passaggio però non è la conseguenza di una trasformazione oggettiva ma, all’opposto, è la metamorfosi fisica a essere effetto di una campagna di marketing senza precedenti, il cui successo è stato ottenuto spostando le risorse materiali e intellettuali destinate alla produzione di cultura, ricerca, servizi di welfare verso la produzione dell’immagine di una metropoli globale del lusso. L’aspetto più perturbante dell’intero processo è il ruolo giocato dalla finanza, impegnata in una doppia missione: concentrazione della ricchezza attraverso la privatizzazione della città pubblica, dei suoi spazi e delle sue istituzioni sociali e culturali; cattura o neutralizzazione delle forze che potrebbero produrre attrito nel sistema e lotta alle disuguaglianze.” Una sintesi del processo che ha avuto una accelerazione straordinaria con EXPO2015 e che è stato scoperchiato dalle ultime inchieste giudiziarie.  Tuttavia nelle sue ultime interviste rivela un inquietante cambio di direzione di questo processo in quanto non riguarda solo Milano. In una intervista a L’Indipendente15 afferma: “Ciò che tende a rimanere in ombra, oscurato dalla propaganda mediatica, è che il modello Milano è già in crisi. Catella e Boeri si sono già spostati a Roma, oltre che a Napoli, in occasione della America’s Cup di vela. Il noto successo dell’attrattività degli investimenti è già migrato altrove, lo stesso Catella ha ammesso nel suo libro che il futuro non sono le grandi metropoli, bensì le piccole e medie città collegate tra loro con i treni ad alta velocità. Se durante lo scandalo Tangentopoli Milano ha potuto ancora contare su un tessuto industriale produttivo, adesso la quasi totale deindustrializzazione ha fatto sì che la città puntasse solo sulla finanza. Il tentativo accanito di salvare questo modello potrebbe suggerire che in realtà la città sia sull’orlo del collasso. La finanza che si fonda sulla necessità di preservare la propria reputazione ha saputo sfilarsi in tempo.
Ciò che si prospetta in base a questa analisi è il collasso della città -e con questa dell’intera area metropolitana- della sua economia, di una formazione sociale essenzialmente fondata sul dominio della rendita, mentre si prospetta la realizzazione di una variante al modello Milano in grado di sfruttare e promuovere un determinato modello di sviluppo per le aree più attrattive del paese, caratterizzate da una urbanizzazione diffusa connessa ad un diffusione delle filiere produttive, spesso di subfornitura.

Se oggi si racconta dello straordinario flusso di capitali nel settore immobiliare investiti su Milano, in una misura mai conosciuta in Europa -in cifre assolute, valorizzate se si confronta Milano con le grandi metropoli europee che sono anche capitali del proprio paese, o piazze finanziarie come Francoforte- la stessa Lucia Tozzi in un articolo del 2020, Il sogno interrotto della global city Milano e l’ingiustizia spaziale11, ci ricorda come l’EXPO2015 fu accompagnato da una rilevante iniezione di capitale pubblico:
“È necessaria la garanzia che i soldi pubblici atterrino in quel posto e non altrove, perché la gerarchizzazione del territorio è funzionale a una maggiore stabilità e a una rendita più alta. (…)
La vittoria della gara per l’EXPO 2015 fu la salvezza. E non, come dice la vulgata, perché l’EXPO abbia attirato investimenti privati, ma perché ha permesso di convogliare su Milano tutti gli investimenti pubblici che nel frattempo venivano tagliati senza pietà alle altre città italiane, per via della crisi e delle successive politiche di austerity. L’evento in sé ha richiesto quasi 2 miliardi e mezzo di finanziamento pubblico (ma i ricavi netti, a dispetto delle dichiarazioni trionfali del sindaco Sala, ex dirigente di EXPO, ammontano a 800 milioni di euro), e le opere infrastrutturali che in assenza dell’evento sarebbero rimaste sulla carta richiesero almeno altri 10 miliardi di euro, come testimoniano le pubblicazioni documentatissime del collettivo offtopic.lab16.”

Del flusso di capitali verso Milano ci parla Enzo Scandurra17 che noi pubblichiamo dalla rete:
“Più di qualsiasi altra città europea. In questo modo essa è diventata la capitale indiscussa del liberismo internazionale attraverso architetture realizzate in vetro o, come il famoso Bosco verticale, che confliggono con il cambiamento climatico in corso. Se in passato si emigrava dal sud verso Milano per le occasioni di lavoro, oggi gli abitanti non riescono più a sopportare i costi della vita quotidiana, re-migrando verso territori esterni. I costi dell’abitazione sono cresciuti più del doppio della media nazionale, stessa cosa per gli affitti e i mutui per l’acquisto delle caseIl “modello Milano”, in una parola è sostenibile solo per i ricchi che qui continuano ad acquistare case, magari nell’affascinante (si fa per dire) centro di City Life, un vero non-luogo, dove il crollo parziale della gigantesca insegna “Generali” posta su uno dei tre grattacieli (il Dritto, Lo Storto e il Curvo) ha simboleggiato per molti l’inizio di una catastrofe, come nei libri di Ballard.”

Della finanziarizzazione della città ci parla Mario Sommella, ‘Città in svendita: l’impero della finanza urbana e il suicidio democratico18, di cui offre una definizione sintetica:
Milano è solo l’archetipo di un meccanismo ben più esteso: la città trasformata in un asset class, una categoria d’investimento come lo sono le miniere, i derivati, le fonti d’acqua. Non si progettano quartieri, si assemblano pacchetti immobiliari da piazzare sui mercati globali. Non si costruisce per abitare, si edifica per vendere, ipotecare, rivendere. Ogni edificio deve essere redditizio, ogni strada deve attrarre investimenti, ogni metro quadro deve produrre plusvalore.”
Sommella insiste sul fatto che il modello Milano non sia solo milanese:
“Il vero dramma è che Milano non è un’eccezione, ma un paradigma esportabile. Napoli, Torino, Bologna, Roma stanno adottando lo stesso modello. Sotto la retorica della ‘semplificazione’ si replicano gli stessi meccanismi: riduzione delle funzioni pubbliche, esternalizzazioni selvagge, alienazione del patrimonio comune, creazione di ‘cabine di regia’ fuori controllo democratico. Le città vengono gestite come start-up territoriali, in cui il cittadino è un cliente e l’amministrazione un’agenzia di marketing territoriale. Lo spazio urbano diventa il teatro di una guerra per attrarre investimenti esteri, speculazioni immobiliari e flussi turistici di breve durata. E chi si oppone, viene bollato come ‘nemico del progresso’.”

Quanto si è costruito a Milano? Secondo le elaborazione di Repubblica19:
Secondo i dati dell’istituto di statistica elaborati da Repubblica, dal 2015 al 2024 nel capoluogo lombardo sono stati realizzati 17 milioni di metri cubi di nuove costruzioni residenziali, quindi case, e 29 milioni di non residenziali. Solo per fare un confronto, nell’intera penisola il dato vale 189 milioni per il residenziale e 455 milioni per il non residenziale. In altre parole, negli ultimi 10 anni, un decimo del totale delle volumetrie realizzate in Italia è stato costruito a Milano. Da sola la città “ha tirato su” più metri cubi di Piemonte e Toscana messi insieme.” In termini finanziari “Nuove costruzioni hanno significato anche investimenti miliardari atterrati ogni anno sulla città. Secondo una stima di Reuters, dal 2015 ad oggi l’ammontare complessivo ha sfiorato i 30 miliardi di euro. Cbre, che tiene traccia ogni anno degli investimenti immobiliari nella penisola, ha mostrato negli ultimi anni dati del tutto compatibili: 3,5 miliardi nel 2024, 1,75 miliardi nel 2023 e 5 miliardi nel 2022. Milano assorbe da sola circa un terzo del totale degli investimenti che arrivano ogni anno in Italia.

Protagonista di questa trasformazione Manfredi-Catella, oggi minacciato di arresto, nel 2019 così rispondeva in una intervista alla domanda È sicuro che [Milano] non ha pagato un prezzo eccessivo?
“Tutt’altro. Milano sta esprimendo grande innovazione ed è ormai entrata nel radar degli investitori internazionali che stanno crescendo dimensionalmente diversificando i propri investimenti a livello internazionale scegliendo le città con maggiori prospettive di crescita. I grandi fondi sovrani, in particolare asiatici e mediorientali, e i maggiori fondi pensione mondiali, tra cui canadesi, olandesi, coreani, giapponesi, ormai sono attratti dalle economie metropolitane e l’Italia ha un’opportunità storica per attrarre capitali dall’estero e per convogliare quelli italiani, penso alle casse previdenziali e ai fondi negoziali, su progetti di sviluppo immobiliare con maggiore impatto sull’economia reale. A Milano abbiamo deciso di concentrarci sui luoghi che riteniamo abbiano maggiore prospettiva di sviluppo, in particolare in Porta Nuova, negli scali ferroviari e nei quartieri adiacenti, dovendo necessariamente rinunciare ad altre aree di sviluppo, come l’ex area Falck a Sesto San Giovanni o Santa Giulia, a Rogoredo. Si tratta di una scelta che con le recenti acquisizioni dell’ex sede dell’Inps, l’ex edificio Telecom, delle aree di Melchiorre Gioia, il ‘Pirellino’ completa il cerchio raddoppiando lo sviluppo di Porta Nuova che ha rigenerato l’ex scalo ferroviario di Garibaldi”.

Il flusso di capitali in ingresso corrisponde a uno straordinario movimento migratorio tra la città di Milano ed il suo hinterland che vede negli ultimi anni centinaia di migliaia di abitanti in ingresso e in uscita, selezionando una composizione sociale20 in grado di reggere i costi21, mentre il territorio circostante vede di conseguenza un incremento straordinario del consumo di suolo. È noto infatti come questi movimenti interni ad un territorio non producano un riuso del patrimonio residenziale esistente, ma una dislocazione degli insediamenti, delle funzioni di servizio, alimentando le logiche di speculazione immobiliare. La trasformazione immobiliare-finanziaria del capoluogo destabilizza strutturalmente il suo hinterland. La composizione sociale della città è comunque complessa con il radicamento delle comunità migranti, alcune delle quali come quella cinese hanno alle spalle decine d’anni di storia22, che realizzano modelli riproduttivi innestati nella macchina economica della città.  Una composizione sociale che sarà messa dura prova di fronte al possibile collasso del modello di sviluppo che l’ha strutturata sino ad oggi. La selezione negli anni della composizione sociale, in base al reddito alla possibilità di ritagliarsi comunque uno spazio di vita e di lavoro, ha contribuito al consenso verso le coalizioni che via via hanno governato la città. La tradizione socialista e cattolica popolare ha lasciato come eredità una rete di volontariato23 che attraverso il moltiplicarsi di progetti è stata almeno in parte cooptata nel blocco sociale dominante, di fatto al servizio del suo modello di sviluppo con la missione di attenuarne le contraddizioni.

Oggi, ascoltando i microfoni aperti di RP, sentiamo emergere lo sdegno per quanto  emerge dalle inchieste, si accumulano anche le testimonianze del disagio vissuto o del come ce la si è cavata in quel contesto; tuttavia negli anni scorsi le espressioni di critica radicale verso la gestione della città erano proprie di una netta minoranza e molti oggi manifestano la speranza di un cambio di rotta, che non si è affatto espresso nelle dichiarazioni del sindaco ed appaiono materialmente molto difficili,  si tratta infatti di smontare l’intero funzionamento degli interessi, dei dispositivi economici che hanno retto sino ad oggi la trasformazione urbana, più probabile invece è il collasso. Nasce la domanda se la consapevolezza della crisi del modello di sviluppo meneghino possa essere condiviso da uno schieramento sociale esteso, in una composizione sociale frammentata. Purtroppo il marketing della metropoli finanziarizzata semplifica all’estremo e rende tutto luccicante, un processo di ricomposizione di una composizione sociale frammentata è cosa assai complessa; il grado ridotto di conflittualità sociale assieme alla decrescente partecipazione politica, non depongono a favore di una rapida capacità di risposta. D’altra parte non è in gioco solo la città di Milano, essa è un nodo privilegiato della rete delle città, dei territori del nostro paese, attraversata dai medesimi processi; Milano è il punto di rottura del modello Italiano, su cui marketing politico continua a mentire costruendo un confronto politico che ha del surreale. Il percorso del processo penale a questo punto è pressoché irrilevante, di estrema importanza invece è la capacità di risposta partendo dal nodo privilegiato da Milano, risposta che assuma il diritto alla città, il diritto a quel complesso di beni e servizi, di condizioni di vita che rispondono ai bisogni fondamentali dei cittadini, delle persone, delle comunità. Una risposta che sia una rivolta sociale solidale, che assuma nella crisi della città la fine delle garanzie per tutti a parte un pugno di privilegiati. Il diritto alla città, come luogo fondamentale della riproduzione dei rapporti sociali complessivi, è punto ineliminabile, irrinunciabile, un punto di passaggio obbligatorio per la costruzione di un movimento di lotta generalizzato. 

Nulla di nuovo sotto il sole, cose già dette, sui beni comuni, sulla loro definizione territorio per territorio, sulla crisi ambientale e climatica, di cui le città, in cui sempre più si concentra la popolazione mondiale, sono punti di concentrazione, attrattori delle dinamiche globali. Nulla ci impedisce di partire per la tangente di una analisi che collochi il caso Milano, nelle dinamiche conflittuali in cui sbocca la crisi della globalizzazione. I processi di finanziarizzazione che vediamo all’opera a Milano sono al cuore della trasformazione delle dinamiche globali.  Tuttavia ciò che possiamo, dobbiamo fare è reagire alla crisi milanese facendone l’occasione per costruire una piattaforma generale, partendo dal rifiuto delle mediazioni dei pannicelli caldi che ci vengono proposti. A nulla serve uno spirito giustizialista, totale è la delegittimazione delle forze politiche che hanno gestito questo stato di cose, ciò che possiamo costruire è tanto radicale, quanto provvisorio, trasversale ai meccanismi istituzionali che regolano la nostra società, comprese le scadenze elettorali, ma la sostanza e la concretezza è data dal conflitto che sapremo costruire. È una comune concreta che abbiamo l’occasione di costruire, nei rapporti reali di solidarietà, riconoscimento reciproco e conoscenza condivisa. 

Roberto Rosso

  1. https://www.noexpo.org/  https://www.noexpo.org/2015/11/04/nonostante-expo-la-realta-documento-di-fine-esposizione/.[]
  2. https://it.wikipedia.org/wiki/Luddismo.[]
  3. https://eddyburg.it/archivio/comitato-no-expo-il-pgt-di-milano-deve-inserire-levento-in-una-strategia-generale/.[]
  4. https://it.wikiped https://www.arcipelagomilano.org/archives/11832ia.org/wiki/Expo_2015.[]
  5. https://milanoinmovimento.com/milano/10-momenti-indimenticabili-del-movimento-no-expo-10-anni-dopo.[]
  6. https://ordinearchitetti.mi.it/en/news/2011-11-22/votata-anche-in-consiglio-la-revoca-del-pgt.): “Dopo il voto del 13 ottobre della giunta Pisapia, il 21 novembre 2011 è passato in Consiglio Comunale, a larghissima maggioranza la revoca della delibera di approvazione del PGT della precedente giunta, e si annuncia la riapertura della discussione in merito ai contenuti.
    A partire dalle 4.765 osservazioni presentate, ma soprattutto dalle 4.417 di fatto non discusse dall’allora Consiglio della giunta Moratti.”
    Il confronto politico fu ovviamente molto serrato((https://www.arcipelagomilano.org/archives/11832.[]
  7. https://www.arcipelagomilano.org/?s=pgt.[]
  8. https://www.arcipelagomilano.org/archives/23164.[]
  9. https://www.corriere.it/opinioni/25_luglio_19/una-citta-e-le-ferite-da-cucire-6f3b513e-f459-4110-bcae-1503a406bxlk.shtml.[]
  10. https://www.greenreport.it/news/interviste/56855-peggio-di-tangentopoli-sala-chiarisca-e-metta-mano-alla-giunta-altrimenti-regaliamo-milano-alla-destra.[]
  11. https://www.facebook.com/61550312150622/posts/pfbid0yWzkikumfDQG8HAFfkBTboGsf4rvTedPAmsrqJScz8CfuwDYseX9y2YZx3459sEtl/.[][]
  12. https://www.msn.com/it-it/notizie/milano/milano-l-appello-di-architetti-e-intellettuali-a-sala-vere-case-popolari-e-un-nuovo-passante/ar-AA1IXBkv  “Milano, nonostante il grande marketing urbano che almeno a far data dall’Expo 2015 l’ha magnificata – scrivono – è diventata una città nei fatti sempre meno inclusiva. Il tema della casa è urgente e una città come Milano non può più rimandare la realizzazione di case popolari per le fasce meno abbienti, anche per assicurare un adeguato mix sociale nei quartieri, incluso il centro cittadino: vere case popolari, e non semplicemente housing sociale, termine equivoco spesso strumentalizzato ad arte in tutti i nuovi interventi di cosiddetta rigenerazione urbana. Un ulteriore imprescindibile obiettivo politico ed urbanistico è il sostegno della realizzazione di abitazioni sul mercato libero – si legge nella lettera – in cui la rendita sia mantenuta dai proprietari stessi, senza che il profitto remuneri l’intero capitale”. Tra le richieste urgenti, anche quella di bloccare la vendita dello stadio di San Siro a Inter e Milan. “Abbiamo fiducia che un buon Pgt – concludono – possa essere la soluzione alle insidie del momento critico e segnale decisivo per tutti, per una città (estesa alla scala metropolitana) più giusta e inclusiva”.[]
  13. https://www.radiopopolare.it/puntata/?ep=popolare-summertime/summertime_22_07_2025_09_33  al 48° minuto.[]
  14. http://www.shopcronopio.it/prodotto-143132/Lucia-Tozzi-Linvenzione-di-Milano-Culto-della-comunicazione-e-politiche-urbane.aspx.[]
  15. https://www.lindipendente.online/2025/07/21/linchiesta-sullurbanistica-prova-la-voracita-del-modello-milano-intervista-a-lucia-tozzi/.[]
  16. La prima in ordine di tempo è EXIT EXPO 2015. Come uscire da Expo e vivere felici, del 2009, seguita nel 2015 stesso da expopolis. Il grande gioco di Milano 2015, pubblicata durante EXPO2015, e da molti articoli sulle conseguenze dell’evento sulla città sul sito di offtopic.lab. L’ultimo pubblicato, che analizza il bilancio di chiusura dell’EXPO pubblicato nel 2020, è https://www.offtopiclab.org/bilancio-expo-2015-quando-la-matematica-diventa-unopinione/#more-6740. .[]
  17. https://volerelaluna.it/in-primo-piano/2025/07/22/la-milano-da-bere-si-e-ubriacata-di-liberismo/.[]
  18. https://mariosommella.wordpress.com/2025/07/18/citta-in-svendita-limpero-della-finanza-urbana-e-il-suicidio-democratico/.[]
  19. https://www.repubblica.it/economia/2025/07/17/news/milano_quante_case_costruite-424737088/.[]
  20. https://www.milanocittastato.it/milano/la-mappa-aggiornata-dei-quartieri-piu-ricchi-di-milano/.[]
  21. https://www.mitomorrow.it/online/primo-piano/prezzi-case-hinterland-milano/.[]
  22. https://www.milanocittastato.it/curiosita/i-5-quartieri-etnici-di-milano/.[]
  23. https://www.comune.milano.it/-/welfare.-giornata-internazionale-del-volontariato-oltre-300mila-le-persone-impegnate-per-il-bene-comune https://www.csvlombardia.it/milano/post/milano-e-il-territorio-la-citta-che-non-si-ferma-si-rafforza-limpegno-intergenerazionale/ .[]
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  • Giuseppe Bellina
    23/07/2025 19:39

    Il problema urbanistico/architettonico della citta’ di Milano e del suo affollato hinterland lo ritengo un problema di antica data. Dopo la faticosa ricostruzione post-bellica, il boom economico ingiganti’ questo problema nascente. Quando Calvino scrisse il suo piccolo libro sull’abusivismo edilizio nel territorio di Torino, l’identico problema esisteva a Milano. Furono le due citta’ piu’ martoriate dell’abusivismo edilizio inteso come costruzione di unita’ abitative fuori dal contesto di un Piani Regolatore Generale oppure peggio ancora all’interno di un piano regolatore sbagliato, creato per ammucchiare forza lavoro proveniente dal Sud Italia e dal Nord Est. Palazzi senza ascensori, coperture in eternit, scarsa qualita’ dei materiali e nella costruzione. Box insufficienti, scarsa illuminazione, case addosate le une alle altre senza soluzione per la privacy o nella situazione insalubre di non ricevere luce solare o aria a sufficienza. Angoli bui e umidità fino a primavera inoltrata. Ancora: costruzioni all’interno dei cortili oppure peggio ancora palazzi di dieci piani che circondano piccole case da uno due piani con le immaginabili conseguenze. Chi vendette i terreni per consentire l’edificazione delle case necessarie ad accogliere gli operai non sempre fece guadagni. Molti residenti furono costretti ad abbandonare le loro cascine o abitazioni per lasciare il posto alla viabilita’, alle infrastrutture, a nuovi palazzi e a nuovi quartieri. Questo fu il boom economico e i cattivi piani urbanistici del tempo che dettero la priorita’ a una scellerata quanto folle e mal gestita viabilita’ cittadina e periferica. La citta’ e la sua cintura dovevano crescere, espandersi, svilupparsi, accogliere, assorbire. Se vediamo lo sviluppo che ebbe la citta’ di Sesto San Giovanni, posta nel primo cerchio dell’hinterland di Milano, e’ quasi una follia. In meno di 60 anni la citta’ passo’ da un’economia prettamente agricola e manifatturiera, 30.000 abitanti, a un’economia completamente produttivo/industriale. Il cambiamento di marcia, rapido e impetuoso, lascio’ strascichi e malanni sociali fino a oggi. Su questi piani urbanistici urgenti ma allo stesso tempo errati e inumani ci guadagnarono i costruttori, i palazzinari e qualche proprietario terriero. Oggi non esiste piu’ a Milano e nell’hinterland una urgenza abitativa, gli abitanti residenti di Milano sono costantemente in calo e Sesto San Giovanni e’ passata dai quasi 100.000 abitanti dei primi anni 70 agli attuali 80.000 circa. Oggi si cerca il guadagno nel campo immobiliare, nella movimentazione terra, nelle costruzioni senza un reale fabbisogno di abitazioni. Lo dice il numero stesso dei residenti. Anziche’ recuperare l’esistente si preferisce costruire nuove torri, nuovi palazzi, consumando cio’ che resta del territorio e del verde. Caso emblematico Crescenzago nel comune di Milano e la stessa Sesto San Giovanni. Ritengo il problema antico quanto e’ antico lo sviluppo di Milano e della sua cintura industriale. Sono cambiati i motivi del costruire, i risvolti architettonici ma sono rimasti gli identici problemi e gli stessi guadagni illeciti. Su questi problemi dagli anni 70 in avanti la mafia e la ndrangheta si sono radicate con le loro famiglie.

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  • Roberto Rosso
    26/07/2025 15:48

    Aggiungiamo il riferimento ad un articolo, comparso sul sito di Effimera, di Elio Catania del collettivo Off Topic https://effimera.org/cartografie-del-potere-sulla-citta-a-proposito-del-terremoto-urbanistico-a-milano-di-elio-catania/

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