articoli, recensioni

Il caporalato. Una storia

di Stefano
Nutini

“La mattina prima dell’alba si vede riunita in una piazza di ogni città una fila di uomini e di ragazzi, ciascuno munito di una zappa: è quello il mercato del lavoro, e son quelli tutti lavoranti, che aspettano chi venga a locare le loro braccia per la giornata o per la settimana”: sono parole scritte 150 anni fa da Sidney Sonnino e Leopoldo Franchetti nella loro inchiesta, condotta in Sicilia e pubblicata nel 1876. L’immagine della piazza popolata dalla manodopera, in attesa della selezione da parte dei reclutatori, è quella che tradizionalmente si associa al caporalato, nella percezione diffusa di questo fenomeno strutturale – e nodo irrisolto – dell’economia italiana.
È un’immagine che si ripete a più riprese durante tutto il periodo che ci separa da quegli anni. A circa metà dell’arco temporale che intercorre tra allora e oggi, Franco Alasia e Danilo Montaldi trovarono tracce corpose di questa pratica nell’inchiesta Milano-Corea edita nel 1960 (ripubblicata da Donzelli, Roma 2010) e svolta tra il proletariato marginale urbano, di recentissima immigrazione, disponibile allo sfruttamento del lavoro “intermediato” nella città, che in quegli anni cresce vorticosamente.
Sarebbe però sbagliato, arrivando all’oggi, trarne considerazioni assolute, schiacciate unidimensionalmente sull’emergenzialità del presente – quella che guida i provvedimenti legislativi e le politiche pubbliche di contrasto – e sulla rappresentazione sensazionalistica veicolata dai media, in occasione di tragedie, incidenti, episodi traumatici connessi al caporalato. Occorre al contrario articolarne l’analisi, sia storicamente e geograficamente sia socialmente e demograficamente. Già quanto testimoniato da Milano-Corea segnala, per l’appunto, che non basta considerare, del caporalato, l’aspetto solo o prevalentemente rurale: la città, e in particolare ai nostri tempi, pullula di queste pratiche, che sono funzionali al suo “malsviluppo”. Il che fa anche giustizia di un altro errato schema interpretativo, quello che si affida a una diagnosi del caporalato in termini di fenomeno arretrato, che invece – di nuovo, per la sua nevralgica funzionalità – innerva profondamente l’oggi delle metropoli.
Una lettura articolata di questo tema, doverosa per la sua complessità, è quella che propone con lucidità e con risultati di grande significato anche politico Giovanni Ferrarese, docente di Storia contemporanea all’Università di Salerno e autore de Il caporalato. Una storia (Carocci, Roma 2025). Molte sono le rappresentazioni e le analisi sbagliate e fuorvianti del caporalato che l’autore smonta nel suo testo: accanto e oltre a quelle appena richiamate, una descrizione centrata quasi solo sul Meridione, episodica, contingente, circoscritta pressoché esclusivamente al settore rurale e spesso connessa a fenomeni criminali, che sono aspetti certo presenti, ma non fissi e immancabili. Oppure, sempre a proposito della demistificazione di stereotipi errati, l’attribuzione al caporalato di un carattere arcaico o marginale, mentre invece esso s’innesta anche in settori emergenti nella contemporaneità, spesso nevralgici, e comunque in fasi espansive, come è accaduto e come vedremo. È l’analisi storica a ribaltare queste letture errate: essa “restituisce, al contrario, un quadro ben più complesso e articolato, nel quale l’intermediazione lavorativa si configura come una pratica storicamente connaturata al funzionamento del mercato del lavoro sin dalle origini. Pur trovando una delle sue espressioni più evidenti nel settore agricolo, il fenomeno ha storicamente interessato una molteplicità di comparti produttivi – dall’edilizia ai cantieri portuali, dal lavoro a domicilio ad altre forme di occupazione precaria e frammentata – delineandosi come una vera e propria modalità di ‘delocalizzazione in loco’, resa possibile da uno stretto, e per molti versi strutturale, legame tra caporalato e migrazioni, nelle diverse forme che queste hanno assunto nel corso del tempo, tanto interne quanto internazionali” (pp. 14-15).
Il lavoro migrante, appunto, come “risorsa umana” disponibile e corvéable à merci: nella sintesi storica condotta da Ferrarese gli spostamenti stagionali della manodopera, coordinati dai caporali su committenza dei padroni e dei gestori dei fondi, sono avvenuti in primis all’interno del circondario o della regione – tra le aree periferiche, caratterizzate dalla disoccupazione, e le aree più produttive e poi in quelle circostanti –, se non tra regioni differenti. È il caso delle dense correnti di lavoratori e lavoratrici agrari nel Meridione o dei potenti flussi delle mondine che interessano le campagne settentrionali ai primi del Novecento, creando anche conflitti rispetto alla manodopera locale, per lo sfruttamento intensivo e l’azzeramento dei diritti a cui le mondine erano costrette a prestarsi, competendo al ribasso con quelle maestranze (per avere  un’idea sommaria della rilevanza del fenomeno, si tenga conto che, tra la fine degli anni Quaranta e i primi degli anni Cinquanta, esso interessava tra le 180.000 e le 200.000 lavoratrici del riso, in gran parte sottoposte all’intermediazione dei caporali).
A proposito dei bacini territoriali in cui il caporalato trovava piena applicazione, Ferrarese utilizza lo schema quadripartito proposto da Stefano Gallo per la mobilità lavorativa rurale, in corrispondenza dei sistemi territoriali, dei rapporti di produzione e delle scelte produttive vigenti o emergenti: a. l’area padana, che attraeva manodopera dall’Appennino sul versante padano e dalle zone della Bassa; b. le aree della Maremma e dell’Agro romano, verso cui confluivano i lavoratori dall’Appennino toscano, umbro e abruzzese; c. l’area meridionale continentale (Puglia – in particolare Capitanata, Metapontino, Tavoliere leccese –, Basilicata, pianure campane), che attingeva a maestranze dell’interno; d. da ultimo, la Sicilia e parte della Calabria. Anche qui, il dato che si registra ai primi del Novecento, che segnala circa 800.000 movimenti complessivi su base annuale in ambito rurale, è un indicatore significativo della rilevanza di questi fenomeni, che interessavano uomini, donne e fanciulli sottoposti a fatiche spesso bestiali. Per la stragrande maggioranza di questi soggetti il caporalato garantì, nel secolo scorso, la selezione, la regolazione dei flussi (inclusa ovviamente la mobilità), l’intermediazione informale e illecita nei confronti dei proprietari e dei gestori dei fondi e spesso anche il controllo dispotico sulla loro prestazione lavorativa. Ferrarese dà conto anche dei tentativi, spesso inincidenti e talvolta volutamente deboli e di basso profilo, con cui lungo il Novecento la politica ha cercato di porre limiti legislativi all’intermediazione dei caporali, specie sotto l’impulso delle forti mobilitazioni sindacali.
Per far risaltare l’efficacia dell’analisi storica adottata da Ferrarese, vorrei ora evidenziare due fasi – tra loro ben lontane – del fenomeno del caporalato, del suo atteggiarsi e riconfigurarsi in relazione con le trasformazioni produttive, economiche e sociali, in particolare per le lore conseguenze sulla manodopera:

  • da un lato, il boom italiano, tra gli anni Cinquanta e i primi anni Sessanta – che spinse in fabbrica cospicue fasce di maestranze a bassa qualifica, sotto occupate o disoccupate, coinvolte nelle gigantesche migrazioni interne –, segnò un nuovo, attivo protagonismo del caporalato, che si inserì nei rapporti di produzione come strumento cruciale di intermediazione e di controllo della forza lavoro, a sua volta utilizzabile come “esercito industriale di riserva”. Fu, fra l’altro, quella la fase in cui la figura e l’operatività del caporale si distinsero definitivamente dalla connotazione rurale – fino ad allora prevalente –, entrando nei gangli della produzione industriale e dei servizi, in settori emergenti come l’agroalimentare, l’edilizia, la cantieristica, la stessa industria automobilistica (la Fiat impiegava a metà anni Cinquanta una non trascurabile quota del 5% di manodopera intermediata) oppure infiltrandosi in assetti come quello degli appalti, delle cooperative e (sporgendosi sulla prospettiva) del lavoro a domicilio, delle esternalizzazioni e delle delocalizzazioni;
  • dall’altro lato – venendo agli anni a noi più vicini – Ferrarese nota il riconfigurarsi del caporalato in nuove modalità e in nuovi soggetti, a partire dai processi migratori, questa volta provenienti dall’esterno. L’autore fa tesoro della critica formulata da Emilio Pugliese nei confronti dell’insufficienza della teoria semplicistica del “paradosso sostitutivo” – secondo il quale i lavoratori e le lavoratrici migranti svolgono i compiti rifiutati dagli italiani – sostenendo invece che il lavoro straniero subentra, in virtù della precarietà sociale ad esso inerente (clandestinità, inferiorizzazione, fungibilità, isolamento, emarginazione abitativa, stato di bisogno), in impieghi le cui condizioni (precarietà, mancanza di diritti, di sicurezza, di protezione) sono considerate inaccettabili dai nativi. Su questo aspetto, connesso a forme estreme di sfruttamento, in particolare nelle attività agricole, Ferrarese riconosce l’efficacia delle recenti vertenze sindacali, organizzate e supportate dagli stessi lavoratori interessati. 

Ma è anche il caso dei settori dell’edilizia, della logistica, del facchinaggio, della consegna a domicilio, in cui le inchieste giudiziarie in corso, oltre alle denunce sindacali, hanno svelato pervasive e violente forme di intermediazione e controllo, spesso condotte da caporali stranieri e supportate dalle tecnologie digitali. L’autore nota giustamente che – anche se mascherato e spersonalizzato da queste nuove identità e da queste inedite modalità operative – il caporale mantiene la sua funzionalità coattiva di reclutamento e disciplinamento della forza lavoro; una rimodulazione che non gli toglie potere, ma che anzi lo riconfigura in modi ancor più subdoli e dispotici.

Come si vede, siamo alla fenomenologia odierna, bruciante e spietata, del neoliberismo – è questo il nodo, l’ambito centrale, sistemico, strutturale, in cui agisce e a cui obbedisce il caporale, come sostiene peraltro anche Marco Omizzolo –, che impone come condizioni vincolanti per la sua perpetuazione il cottimo, l’auto-sfruttamento, il rischio, garantiti da “cani da guardia” feroci e aggressivi. 

Stefano Nutini

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