articoli, recensioni

I giacobini neri

di Stefano
Nutini

C’è un fenomeno editoriale che – a ben vedere – si sta molecolarmente, pazientemente consolidando nel tempo. È quello delle ristampe ragionate di testi del marxismo, in particolare di quello critico, pubblicati in altre stagioni, dagli anni Settanta (e talvolta anche prima) in poi. Penso per intenderci a Il principio speranza1 o a Eredità del nostro tempo2, due opere vitali di Ernst Bloch opportunamente riproposte qualche anno fa da Mimesis, e che pure risalivano, nella loro prima edizione italiana, agli inizi degli anni Novanta (il che per converso ripropone un’altra questione, quella del ritardo delle traduzioni, per alcuni autori). Altrettanto si potrebbe dire per esempio per le opere di Frantz Fanon3, ma qui mi riferisco soprattutto all’operato di piccole case editrici, come tra le altre PiGreco4, che si dedicano intensamente, in modo elettivo e attento, al recupero di tanta saggistica marxista o più genericamente critica (per segnalare le ultime pubblicazioni di questo editore, rinvio ai testi di Samir Amin, Max Weber, Luigi Longo, Robert Jungk, Johan Huizinga ecc.).
Che cosa rivela questo fenomeno? Sostanzialmente, credo, esso evidenzia due aspetti: 

  • a monte, c’è spazio per editori intelligenti che sappiano rivalutare produzioni spesso di notevole interesse, affidandosi a nuovi traduttori, curatori e prefatori in grado di motivarne efficacemente la riproposta; 
  • a valle, esiste un pubblico sensibile, capace di rielaborare attivamente, nel presente, gli umori critici di questi saggi, che non hanno perso niente quanto ad attualità e qualità ma semmai hanno acquisito nuova vitalità, al di là della pesante censura del mercato, ossia del disinvestimento operato dagli editori originari (e qui si torna al primo punto) che non li hanno più ristampati, erroneamente convinti del loro deperimento. 

È il caso, per esempio, de I giacobini neri. Toussaint Louverture e la rivoluzione di Haiti, di C.L.R. James, la cui prima edizione italiana risale al fatidico 1968, per Feltrinelli; riproposto da DeriveApprodi nel 2015, con il sottotitolo La prima rivolta contro l’uomo bianco e con una prefazione di Sandro Chignola, ora ricompare in libreria, nella nuova traduzione di Emanuele Giammarco e con un’introduzione di Sandro Mezzadra, per Tangerin5.
Si tratta, va detto subito, di un libro di grande attualità e di rilevante spessore politico-culturale. Innanzitutto per la figura del suo autore, Cyril Lionel Robert James (1901-1989), storico, scrittore e militante che ha attraversato pienamente il “secolo breve”: la sua attività densa e multiforme, tra riflessione, ricerca e impegno politico-culturale, si snoda in un andirivieni – tra i Caraibi, gli Stati Uniti (dove visse tra il 1938 e il 1953, animando il Socialist Workers’ Party, per poi essere espulso da quel Paese, per le accuse maccartiste) e l’Inghilterra – che lo forma come particolarissimo interprete del marxismo anticoloniale, ispirato a un coerente panafricanismo. Il libro, accanto agli altri suoi tradotti in italiano6, ritrae gli interessi intensi e vissuti di James, improntati a un marxismo vivace, itinerante tra trotskismo ed altre “eresie” socialiste.
Il testo, nella sua struttura complessiva e nella sua trattazione, vive di continui rinvii a situazioni storiche dialetticamente sequenziali: nella ricostruzione puntuale dell’operato dei “giacobini neri”, operata sulla base di ricerche storiche e di opere memorialistiche ma supportata anche da personali indagini d’archivio, s’innestano richiami continui a due processi rivoluzionari, quello francese e quello russo. Da un lato, la Rivoluzione francese – ovvio precedente, immediato e vicinissimo, della vicenda haitiana, che vi si sovrappone cronologicamente per larga parte (1791-1804) –, in particolare con un riferimento riconoscente agli studi di storia sociale e politica di Georges Lefebvre, ma con debiti espliciti dichiarati anche verso Jean Jaurès, Alphonse Aulard e Albert Mathiez, non senza tralasciare quelli di Daniel Guérin7. Dall’altro, l’esperienza della Rivoluzione russa, come fenomeno complesso, pienamente e drammaticamente in corso, rispetto al quale l’autore si sente ancor più coinvolto (il libro è scritto nel 1938, in piena era staliniana). Quindi un processo, quello francese, più a ridosso degli eventi haitiani, che incrocia l’altro, quello russo, più vicino a James. Da loro provengono numerose e frequenti sollecitazioni, esplicitate nel testo, che aprono a confronti ragionati tra l’operato di Louverture, Lenin, Robespierre e Trockij e che generano considerazioni improntate a una tonalità gnomica di sapore talvolta quasi machiavelliano (“In ogni rivoluzione ci sono molti che esitano, e sebbene anche le azioni risolute possono rivelarsi inefficaci nell’immediato, vacillando si può star certi di perderli tutti”8).
La parabola della rivoluzione ad Haiti è ovviamente al centro della trattazione di James, che la ricostruisce nelle sue origini economico-sociali e politiche (il dominio spagnolo e poi quello francese – accanto ai tentativi intermittenti di interferenza e conquista da parte della potenza inglese –, nessuno dei quali mette però mai in questione né la dominazione coloniale esercitata con forza su quei territori e su quelle popolazioni né l’esistenza e la necessità strutturale della condizione schiavile dei neri, forza lavoro essenziale al dispotico regime produttivo delle piantagioni): “Repubblica francese, monarchia costituzionale britannica, autocrazia spagnola, per quanto si potesse sorridere a una di queste e guardar male l’altra a seconda del momento, nessuna di loro si preoccupò di nascondere il fatto che per il negro, in ultima analisi, c’era da aspettarsi soltanto la frusta del supervisore o la baionetta”, afferma persuasivamente James9.
La stessa parabola rivoluzionaria francese e il dibattito politico e giuridico-costituzionale che l’accompagnò mostrano le ben note contraddizioni interne al pensiero borghese, entusiasticamente propenso alle dichiarazioni altisonanti in termini di uguaglianza formale ma singolarmente refrattario – fino al contrasto violento, appunto, supportato dalle baionette – all’abolizione sostanziale della schiavitù e della dipendenza coloniale. Era insomma in questione, per dirla con una locuzione di allora, l’“aristocrazia della pelle”10 – un’espressione ricalcata, dialetticamente, sulle formule tipiche del pensiero rivoluzionario francese, in cui l’aborrito carattere aristocratico si mescolava al marchio d’infamia, letteralmente innominabile e mai problematizzato, della schiavitù razzializzata –, un’“aristocrazia della pelle” che avrebbe giustificato la sanguinosa repressione dei moti anticoloniali e antischiavisti. James segnala opportunamente il caso della Société des amis des Noirs, fondata fra gli altri da Brissot, Mirabeau, Condorcet e Grégoire, che voleva porre all’attenzione pubblica il tema abolizionista, ma segnala che “fu la Rivoluzione francese, e con inaspettata rapidità, a strappare all’eccitazione e agli stimoli della propaganda filantropica questi eloquenti uomini di Francia per metterli di fronte alla dura realtà economica”11. Sempre in tema di suggestioni culturali, James torna a più riprese a evocare, come una delle fonti non trascurabili dei progetti di Louverture, la Histoire philosophique et politique des établissements et du commerce des Européens dans les deux Indes dell’abate Raynal, caratterizzata da quell’appassionata perorazione dell’anticolonialismo e dell’antischiavismo che condannò l’autore all’emarginazione da parte dell’intellighenzia illuminista. Mezzadra, nella sua introduzione12, avanza qualche ragionevole dubbio sull’effettiva conoscenza del testo di Raynal da parte del rivoluzionario haitiano, ma è innegabile che l’eco dell’auspicio, lì formulato, della nascita di uno “Spartaco nero”, vendicatore delle violenze e degli abusi dei bianchi, circoli e si ritrovi attivo, a suo modo, nella sua consapevolezza e nel suo agire. “Ciò che serve è un capo coraggioso”, scriveva l’abate, e indubbiamente – conscio o meno che Louverture fosse di quell’affermazione – la “lunga rivoluzione haitiana” indusse il suo principale protagonista a sforzarsi nei fatti di ricoprire quel ruolo.
A proposito della necessità di un “capo coraggioso”, James dedica una particolare attenzione al profilo socio-biografico-intellettuale di Toussaint Louverture ma senza abdicare, pur nel rispetto dovuto a questa nobile figura di rivoluzionario, a una lettura critica; per esempio non risparmia, soprattutto nei confronti del tragitto finale della sua esistenza e della sua attività politica, riserve sulla fiducia che egli fino all’ultimo nutrì – malgrado le crude smentite della storia – nei confronti sia degli ideali rivoluzionari importati ad Haiti dalla madrepatria sia, soprattutto, dell’assoluta e imprescindibile positività della presenza dei francesi. Ma è sulla ricostruzione della figura sociale e intellettuale di Louverture che James si concentra maggiormente, individuando in lui l’esponente di una “casta” privilegiata, sia pur all’interno della popolazione nera in cui egli si riconosceva senza dubbio, dotato di un “capitale culturale” rilevante in termini di formazione e di ambiti sociali di riferimento: una condizione, questa, che gli consentì un’analisi e una visione più disincantate del contesto e delle necessità, un lucido programma politico nonché una singolare capacità tattico-militare.
Accanto a quest’attenzione allo “Spartaco nero”, James dedica grande cura alla ricostruzione del ruolo della popolazione nera di Haiti, la vera protagonista della rivoluzione, l’attore sociale che seppe rialzare la testa da una pesante e sanguinosa subalternità, mettendo in causa con forza il sistema della schiavitù. Anche questa rivoluzione, al pari di quella francese e di quella russa, indusse tempestivamente l’aspra deprecazione, da parte moderata e reazionaria, delle violenze e degli “eccessi” del “popolo” e James non perde l’occasione di ribaltare efficacemente, a più riprese, questo schema stigmatizzante: “quando la storia viene scritta come dovrebbe essere scritta, a meravigliare l’umanità dovrebbe essere la moderazione e la grande pazienza delle masse, non la loro ferocia”13; “le crudeltà inflitte dalla proprietà e dal privilegio sono sempre più feroci di quelle inferte dalla povertà e dall’oppressione”14; “se una rivoluzione comporta costi altissimi è perché ne eredita la maggior parte dall’avidità dei reazionari e dalla codardia dei cosiddetti moderati”15. A proposito dell’enorme impatto storico, politico e culturale che ebbe quella rivoluzione di schiavi, Mezzadra ricorda poi16 che essa potrebbe aver offerto a Hegel – che della rivolta haitiana aveva letto sulla rivista Minerva – l’ispirazione e lo spunto per configurare la sua cruciale dialettica servo-padrone, richiamando le recenti indagini di Susan Buck-Morss17.
Molto ancora ci sarebbe da dire su questo testo, che vive di una multidimensionalità di riferimenti temporali che comprova la sua grande vitalità, oltre che quella del suo autore. Basti solo aggiungere, alle intersezioni con la Rivoluzione francese e con quella russa di cui ho già detto, quella con la giovane Rivoluzione cubana a cui James accenna, non a caso, nella sua prefazione alla prima edizione, del 1962 – a cui fu aggiunta un’appendice dal titolo eloquente, “Da Toussaint Louverture e Fidel Castro” –, non senza un giusto orgoglio per aver anticipato la stagione delle lotte e delle vittorie anticoloniali in Africa: “nel 1938 [anno, lo ricordo, della stesura del testo] soltanto l’autore e una manciata di stretti collaboratori pensavano, scrivevano e parlavano come se gli avvenimenti africani dell’ultimo quarto di secolo fossero imminenti”18. Da ultimo, mi pare opportuno un cenno allo stile del libro, che è quanto mai diretto, antiretorico, potente nella sua capacità espositiva, che a Mezzadra19 ricorda quello del Trockij della Storia della Rivoluzione russa e che a me invece fa pensare a Victor Serge.

Stefano Nutini

  1. E. Bloch, Il principio speranza, Mimesis, Milano-Udine 2019 (ristampa dell’ed. a cura di R. Bodei, Garzanti, Milano 1994).[]
  2. E. Bloch, Eredità del nostro tempo, Mimesis, Milano-Udine 2015 (ristampa dell’ed. a cura di L. Boella, Il Saggiatore, Milano 1992).[]
  3. Rinvio per es. a F. Fanon, I dannati della terra, Einaudi, Torino 2007 (in precedenza Einaudi, Torino 1962); Id., Scritti politici, 2 voll., DeriveApprodi, Roma 2006 e 2007; Id., Pelle nera, maschere bianche, Ets, Pisa 2015 (in precedenza Il Saggiatore, Milano 1965 e M. Tropea, Milano 1996).[]
  4. https://www.edizionipgreco.it/.[]
  5. C.L.R. James, I giacobini neri. Toussaint Louverture e la rivoluzione di Haiti, Tangerin, Napoli 2026.[]
  6. C.L.R. James, Marinai, rinnegati e reietti. La storia di Herman Melville e il mondo in cui viviamo, ombre corte, Verona 2003; Id., Non si scherza con la rivoluzione. Marx e Lenin nei Caraibi, ombre corte, Verona 2018.[]
  7. C.L.R. James, I giacobini neri, cit., pp. 470-471.[]
  8. Ivi, p. 357.[]
  9. Ivi, p. 174.[]
  10. Ivi, p. 176.[]
  11. Ivi, p. 86.[]
  12. S. Mezzadra, “Prefazione all’edizione italiana”, ivi, p. 13.[]
  13. C.L.R. James, I giacobini neri, cit., p. 175.[]
  14. Ivi, p. 123.[]
  15. Ivi, p. 178.[]
  16. S. Mezzadra, “Prefazione all’edizione italiana”, cit., pp. 13-14.[]
  17. S. Buck-Morss, Hegel e Haiti. Schiavi, filosofi e piantagioni, ombre corte, Verona 2023.[]
  18. C.L.R. James, I giacobini neri, cit., p. 23.[]
  19. S. Mezzadra, “Prefazione all’edizione italiana”, cit., p. 13.[]
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