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Frontex non salva ma respinge e rimpatria

Il comunicato del 27 aprile della Commissione Europea dal titolo: “Gestione della migrazione: la nuova strategia dell’UE sui rimpatri volontari e la reintegrazione”, è nei fatti il primo prodotto tangibile del New pact on migration and asylum del 23 settembre scorso e prelude a quella che è la riforma da tempo annunciata della “Direttiva rimpatri” (115/2008) di cui da tempo circola una bozza. Le decisioni prese mirano a rafforzare le modalità di rimpatrio volontario e non coatto verso i paesi di provenienza di coloro che non hanno il titolo per restare in Europa in un quadro di organicità dei provvedimenti. L’obiettivo dichiarato è quello di diminuire i costi (un rimpatrio coatto costa molto di più perché prevede l’ausilio della forza pubblica e di più vettori), creare meno difficoltà di ordine gestionale perché il fallimento conclamato dell’utilizzo dei centri di trattenimento per tale scopo non funziona, e perché presuppone una maggiore collaborazione con gli Stati in cui le persone dovrebbero rientrare “volontariamente”.

Il Vicepresidente per la promozione del nostro stile di vita europeo, Margaritis Schinas, ha definito tale procedura come un “nuovo ecosistema” ma soprattutto ha proposto di dotare Frontex, l’agenzia europea di contrasto all’immigrazione irregolare, di un nuovo mandato operativo sui rimpatri e ha chiesto la nomina di un “Coordinatore europeo per i rimpatri”. Frontex da una parte ha tolto le unità navali che entrando in acque internazionali potevano salvare vite umane – oggi ci sono solo aerei che sorvolano il Mediterraneo centrale – e contemporaneamente si prende l’incarico di rimandare indietro “volontariamente” chi non deve restare. Il tutto ammantato di interventismo umanitario per facilitare il reinserimento nei propri paesi di provenienza.

Il direttore di Frontex Fabrice Legerì è da tempo sotto indagine perché l’agenzia, utilizzando metodi non conformi, ha causato in due anni il respingimento in Libia di quasi 20 mila potenziali richiedenti asilo, siamo certi che l’agenzia che dirige sia la più adatta a programmi umanitari dopo aver effettuato tali politiche?

La commissaria agli affari interni è fra le più entusiaste sostenitrici di tale approccio, partendo dal fatto che “soltanto un terzo di coloro che non hanno diritto a stare in Europa viene ad oggi rimpatriato e che di questi il 30% lo fa per scelta propria”.

Ma esistono numerosi ostacoli per rendere effettivo tale proposito la cui esplicazione mette in discussione la stessa volontarietà delle procedure di rimpatrio. I Paesi UE hanno differenti norme che regolano tanto il diritto d’asilo quanto le modalità per rimandare a casa propria le persone, ci sono poche risorse, i dati sensibili dei destinatari sono spesso non concordanti e comunque insufficienti e numerosi altri fattori rendono poco facili i rimpatri volontari.

Un insieme di proposte combinate dovrebbero armonizzare il lavoro in maniera tale da rendere le scelte volontarie possibili. La Commissione continuerà ad istituire norme e procedure rapide e comuni e il cui reale obiettivo è quello originale di Frontex, ridurre il rischio di “spostamenti non autorizzati”. Insomma si sta mettendo in piedi un meccanismo di più raffinata “pulizia dell’Europa” dei soggetti non desiderati assicurando comuni ed equi trattamenti e sostegni ai soggetti interessati nell’intraprendere ogni azione.

Il programma offerto a chi torna “volontariamente” a casa è, per quanto dichiarato, un pacchetto di proposte allettanti e di qualità ma viene spontaneo domandarsi: perché allora tanta attenzione al rischio di fuga dei beneficiari? Perché si dovrebbe scappare da tanta manna piovuta dal cielo a fronte di percorsi migratori falliti o difficili?

di S.G. – Forse quello che scricchiola è il termine “volontario”, in realtà il meccanismo, se mai verrà applicato permetterà di controllare le persone una volta tornate a casa per impedire che provino a rientrare e a rafforzare la cooperazione con quei paesi che si prestano a riprendere i fuggitivi, magari in cambio di risorse.

Tanti gli attori che dovrebbero essere coinvolti in questo quadro, in cui si mira tra l’altro ad ampliare il fronte dei Paesi considerati sicuri in cui avviare i programmi di riammissione, si pensi all’Afghanistan o magari, dopo le elezioni di dicembre, alla Libia, per parlare di casi che ben conosciamo.

La morale? Non solo meno salvataggi in mare, meno risorse per l’accoglienza e più strumenti per i respingimenti ma anche progetti per rompere definitivamente i destini di chi a casa non vorrebbe tornare ma potrebbe esservi costretto, volente o nolente.

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