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Dove va la scuola per l’infanzia?

di Loretta
De luca

Il ministro Bianchi sembra deciso a introdurre nella scuola cambiamenti importanti. È utile ricordare che Bianchi è un economista, che si è occupato di istruzione in Emilia Romagna; è definito ministro tecnico, ha presieduto il comitato tecnico scientifico che avrebbe dovuto garantire la piena ripresa della scuola nel presente anno scolastico, ed ha scritto recentemente un libro, Nello specchio della scuola in cui delinea la sua idea di scuola, appunto. La sua impostazione è totalmente in linea con la pessima legge 107, alla quale il mondo della scuola si è opposto con forza nel 2015. Le sue parole d’ordine sono autonomia, sussidiarietà, connessione con il mondo dell’impresa, merito, innovazione pedagogica, didattica laboratoriale, digitalizzazione, territorio, le immancabili competenze certificate da Invalsi, il curriculum dello studente (una carta di presentazione per il mondo del lavoro). Bianchi intende promuovere la formazione dei docenti, rivedere l’istruzione tecnica e professionale, creare e diffondere i cosiddetti “Patti di comunità” che dovrebbero realizzare l’autonomia buona, solidale delle istituzioni scolastiche.

La legge 107 è nota per aver istituito il “Sistema integrato 0-6”, la cui formalizzazione era stata demandata a successivo decreto: ora, considerato il particolare “clima culturale” creato dalla pandemia, e disponendo delle risorse del recovery fund, il momento è sembrato particolarmente favorevole per concretizzarlo; e le implicazioni politiche e sociali di questo “sistema” sono notevoli.

La Commissione Nazionale istituita dalla stessa legge 107, composta da dirigenti regionali di settore – prevalenza Emilia Romagna-Toscana, dirigenti tecnici del ministero, consulenti Invalsi, pedagogiste, dirigenti scolastiche ha redatto le “Linee pedagogiche per il sistema integrato zerosei”. In realtà le istanze pedagogiche del documento sono irrilevanti: non per la loro qualità (sono infatti totalmente condivisibili) ma perché, per nulla innovative, ribadiscono e raccomandano pratiche e principi già ampiamente attuati e teorizzati. Infatti, pur denominandosi “linee pedagogiche” dichiarano di non sostituire le indicazioni ministeriali del 2012 (e aggiornamenti) e di non voler anticipare i futuri orientamenti per lo 0-3. Ttrattasi, quindi, più che altro, di orientamenti gestionali. Sarebbe più corretto chiamarli così, senza scomodare la pedagogia.

Si parla esplicitamente di un “sistema pubblico – privato integrato e paritario […] – che rappresenta il quadro di riferimento delle politiche educative, in quanto l’espansione quantitativa dei servizi 0-6 è stato determinato negli anni non solo dalla presenza di strutture a titolarità comunale e statale, ma anche, e in alcuni casi soprattutto, dall’apertura di servizi riconducibili al protagonismo del privato ”.

I servizi per l’infanzia comprendono realtà molto diverse per caratteristiche, gestione, finalità, orari, ecc. Si distinguono:

  • servizi educativi (che possono essere a gestione comunale o privata) cioè asili nido o micronidi, sezioni primavera (per bambini da 24 a 36 mesi in alcune scuole dell’infanzia);
  • servizi integrativi (spazi gioco, ludoteche, baby parking, centri per famiglie, nidi in famiglia).

Esiste poi, istituita dalla legge 444 del 1968, la scuola dell’infanzia statale (ex scuola materna) che accoglie i bambini dai 3 ai 6 anni di età e fa parte, pur non essendo obbligatoria, del ciclo d’istruzione. Il progetto del “sistema zero/sei” prevede di unificare e coordinare tutti questi servizi, indipendentemente dal tipo di gestione (statale, comunale, privata, paritaria, religiosa). Una realizzazione perfetta dei principi dell’autonomia (scolastica e regionale) e della sussidiarietà, che consente allo Stato di delegare ed affidare l’istituzione e il funzionamento di servizi agli enti locali ed ai privati, riservandosi compiti di sovralegislazione e pianificazione generale. Sorgono qui tutte le criticità legate all’autonomia differenziata,che determina inevitabilmente grandi diseguaglianze tra i cittadini di diversi territori, e che, in un’ottica di privatizzazione, è certamente destinata a richiedere ai cittadini il pagamento dei servizi. Vale la pena ricordare che siamo distantissimi dagli standard europei relativi alla disponibilità di asili nido, con una grande disomogeneità tra le regioni. Lo stesso discorso vale per la scuola dell’infanzia, non equamente diffusa, o funzionante ad orari ridotti, soprattutto se parliamo della scuola statale. Regioni come il Veneto, ad esempio, hanno una netta preponderanza di scuole dell’infanzia paritarie. Si tratta di una precisa scelta politica, adornata di retoriche e lodevoli finalità di sviluppo e di attenzione per l’ infanzia, le pari opportunità, e il sostegno all’occupazione femminile. Obiettivi lodevoli, appunto, ma che si possono e si dovrebbero raggiungere per altre vie. Ad esempio, e per cominciare, con un serio piano di diffusione della scuola dell’infanzia statale (oggi gratuita !), magari rendendola obbligatoria, anche per sottolinearne il carattere di primo e fondamentale segmento del ciclo d’istruzione. Riconosciutane finalmente l’importanza cruciale, si dovrebbe potenziare la scuola dell’infanzia adeguando gli organici (anche del personale ATA, essenziale in questo ordine di scuola) riducendo il numero di bambini per classe, approfittando in questo senso del calo demografico, adeguando le strutture e supportando le insufficienze locali nelle zone in cui i comuni non riescono ad attivare il servizio mensa. Rivendicazioni storiche, mai ascoltate, della scuola dell’infanzia, Cenerentola del sistema d’istruzione nonostante la tradizione pedagogica molto apprezzata all’estero e l’indubbio ruolo di preparazione alla scuola primaria che essa riveste.

Questo non significa che non si debbano incentivare e sostenere gli asili nido o altri servizi per l’infanzia. Ma quello che si va profilando, per la scuola statale, appare più come un tentativo, dello Stato, di progressivo disimpegno nel settore, a favore dell’iniziativa privata. Il sistema integrato 0-6 viene immaginato, nel documento, come risposta alle esigenze lavorative dei genitori, con forti legami con le opportunità presenti sul territorio; si prevede la creazione di coordinamenti pedagogici territoriali in cui perfino le scelte educative andrebbero concordate con un ampio ventaglio di soggetti eterogenei, il che solleva numerose questioni, di tipo sindacale (contratti di lavoro, formazione, professionalità diverse) organizzativo, pratico. Quanto conteranno le ingerenze delle amministrazioni locali, le pressioni per attivare percorsi o progetti utili graditi all’utenza, prima ancora che validi e motivati pedagogicamente? Chi dovrà valutare e monitorare il funzionamento del sistema? Da dove arriveranno i finanziamenti, e quanto verrà richiesto ai cittadini? Si può supporre che il sistema delle cooperative sarà dominante e vale la pena sottolineare che spesso lavoratrici e lavoratori vengono sfruttate/i. Probabilmente l’utilizzo di personale giovane, magari part time, consentirà allo Stato di ridurre le assunzioni di personale docente e non (attualmente impiegato nella scuola dell’infanzia statale). Varrà molto di più, in quest’ottica, la capacità del sistema educativo di consentire ai genitori di lavorare flessibilmente senza preoccupazioni familiari, che il reale bisogno dei bambini.

Ciò che stupisce, del documento, è che delinea un quadro di integrazione di elementi che nella realtà del paese spesso non esistono neanche (come gli asili nido). Una ricetta che presuppone ingredienti indisponibili. Non si prospettano tappe, tempi, priorità. La ricetta pare applicabile solo a contesti locali (Emilia Romagna e Toscana ad esempio) che funzionano già in questo modo, che hanno realizzato esperienze, magari anche positive, di coordinamento. Il “sistema integrato zerosei” viene riconosciuto come fattore determinante per superare le diseguaglianze sociali ed economiche. Allora, sarebbe opportuno assicurare a tutti i bambini l’accessibilità a questi servizi, prima di preoccuparsi del coordinamento tra di essi.

Sono necessari passaggi preliminari su cui investire, se consideriamo l’intero Paese, ed occorre una scelta netta a favore del pubblico, anche in materia di educazione dei più piccoli, salvaguardando in particolare l’identità della scuola dell’infanzia.


Responsabile scuola Rifondazione Comunista/SE – Torino

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