Libertà senza limiti
Gran parte della sinistra attuale, abbandonate le rivendicazioni di classe, ha fatto proprie le rivendicazioni liberali radicali, ritenendo la mancanza di libertà e la limitazione dei diritti (anche umani), i principali ostacoli all’autodeterminazione degli individui.
Oggi maltolleriamo qualunque limitazione alla nostra libertà personale, tanto siamo abituati a vivere in una società che la tutela. Ma osserviamo in cosa consiste questa libertà individuale che possiamo agire. Una libertà di movimento innanzi tutto. Possiamo muoverci e vivere in ogni paese dell’Unione Europea. Lo facciamo? Sicuramente sempre di più, dipendentemente dai nostri bisogni e dalle nostre possibilità economiche. Oltre al diritto, che tutti abbiamo di vivere, che so, a Parigi, dobbiamo avere i mezzi per mantenerci in quella città, notoriamente molto costosa dove per un monolocale di quaranta metri quadri possono chiedere tranquillamente più di duemila euro mensili. I poveri, infatti, a Parigi vivono nella cintura metropolitana (banlieue) e si recano ogni giorno in città per lavorare con il servizio ferroviario pubblico. Quindi neppure i francesi poveri possono vivere a Parigi. Per avere un lavoro in quella città bisogna anche presumibilmente parlarne la lingua e, facciamo l’esempio dell’Italia, questa lingua non fa parte del curricolo didattico di tutte le scuole, bisogna averla studiata privatamente. Questo per dire che, al diritto di vivere in qualsiasi città europea, non corrisponde poi per tutti la reale possibilità di poterlo fare, se non a prezzo di enormi sacrifici. Il concetto di diritto alla città, formulato ormai più di cinquanta anni fa da Henri Lefevbre, denunciava già l’allontanamento dei lavoratori dal centro delle città metropolitane più avanzate a causa di quella che abbiamo anche definito gentrification, imborghesimento. La libertà di movimento, invocata ad esempio anche per gli stranieri non europei, non garantisce a questi di poter effettivamente vivere dove desiderano in modo dignitoso.
Passiamo alla libertà di parola. Ognuno può dire quel che più gli aggrada con alcune limitazioni stabilite dalla legge, che riguardano principalemente l’apologia di reato, l’istigazione a compiere reati e la calunnia. Questa libertà di esprimere il proprio pensiero, con la parola o con lo scritto, garantisce che ci sia una pluralità di opinioni e un produttivo confronto fra queste, mirante ad accrescere le conoscenze di tutti? Si può tranquillamente scegliere di ripetere in gruppi di tifosi la stessa banale superficialità che si è ascoltata, ripetuta da canali di comunicazione privati e pubblici ma comunque in grado di raggiungere milioni di persone, mentre le opinioni e le conoscenze più raffinate circolano fra pochi esperti in cenacoli privati e sconosciuti alle masse. Essere liberi di pensare ciò che si vuole non è garanzia di poter raggiungere la conoscenza. L’antico proverbio: “puoi portare il cavallo alla fonte, ma non puoi costringerlo a bere” chiarisce come la possibilità non si trasforma necessariamente in atto. Inoltre sulla capacità di pensare, intesa come capacità di apprendere, elaborare pensieri e formulare delle proprie idee, influiscono anche le dotazioni genetiche e di contesto che non sono affatto egualitarie. Nessuno può pensare o addirittura parlare se non è entrato in contatto con stimoli adeguati in un periodo di crescita e adattamento sociale come l’infanzia e la gioventù. Anche l’accesso al pensiero complesso è quindi subordinato alle risorse di tempo, economiche, e alle opportunità di formazione, informazione e confronto con cui la persona cresce. La libertà di pensiero non garantisce quindi la possibilità del pensiero.
Alla società disciplinare, che punisce i messaggi e i comportamenti non conformi, è subentrata da almeno cinquanta anni la società del controllo, la qualte tende soltanto a rendere il conflitto e la devianza digeribili e tollerabili stili di vita dalla complessità post-capitalista, attraverso meccanismi di seduzione per il consumo. Criminali, tossicodipendenti, psicotici, prostitute, clochard, mendicanti, diventano nicchie di mercato e utenti per servizi sociali privatizzati, come anche sponsor del bisogno di sicurezza. Le opposizioni politiche collaborano rendendo il sistema più adattivo alle emergenze con cui si confronta: immigrazione, transizione energetica, esclusione sociale, degrado ambientale, arretratezza culturale ed economica, dipendenze, abusi, violenze. Maggiore libertà per i liberali di sinistra significa maggiore integrazione nel sistema sociale ed economico, traducibile in: “più soldi per i poveri”, ma non una trasformazione delle relazioni sociali basate sulla disponibilità di denaro.
Esiste l’individuo?
L’individuo non è sempre esistito come lo pensiamo oggi. Parallelamente ogni persona assume alcune caratteristiche proprie solo dopo un percorso di individuazione psichica che dura diversi anni.
Il tema dell’individuazione antropologica è stato studiato a partire dal XVIII secolo con i pregiudizi razionalisti ed eurocentrici dei primi illuministi, che massicciamente permangonofino a oggi, perchè su quelle definizioni si basa, ancora oggi, l’idea dei Diritti Umani.
La dichiarazione universale dei diritti dell’uomo esordisce “Tutti gli esseri umani nascono liberi ed eguali in dignità e diritti. Essi sono dotati di ragione e di coscienza e devono agire gli uni verso gli altri in spirito di fratellanza”. Molto bello, peccato che non sia affatto vero.
Quando nasciamo abbiamo una dimensione tra i trenta e i cinquanta centrimetri di lunghezza, fra i due e i sei chilogrammi di peso, non siamo in grado di vedere, non sappiamo camminare e neppure parlare e non sappiamo di essere distinti dalla madre che ci ha appena generato. Per acquisire la coscienza di individui separati e autonomi, responsabili delle nostre azioni, con quella dignità e diritti completi da cittadini, dovremo raggiungere almeno i diciotto anni di età, in alcuni paesi ventuno ( ma non eravamo uguali?) e alcune persone quei diritti non li avranno mai.
Una formulazione più onesta e meno ipocrita dovrebbe essere: ” Vorremmo che Tutti gli esseri umani diventino liberi ed eguali in dignità e diritti. Ci impegnamo con tutti i mezzi a sviluppare tra noi ragione e coscienza per agire gli uni verso gli altri in spirito di fratellanza. Però siamo disposti a fare molto poco perchè ciò accada“.
Il liberalismo naturalista degli illuministi poneva la libertà umana come già esistente nella creazione divina, per contrastare il principio del diritto divino, formulato dalla chiesa, su cui si basava il potere assoluto delle coeve monarchie. Era un artificio retorico per fondare su un passato originario (come già la Genesi biblica) un progetto che si voleva attuare. Esattamente lo stesso artificio usato per la redazione degli articoli della dichiarazione dei diritti dell’uomo.
Una volta definito l’obiettivo da raggiungere, ovvero la libertà umana, bisogna definire il percorso attraverso cui la si vuole raggiungere. Perchè, se ai diritti umani non corrispondono doveri umani, e se la comunità politica non è in grado di garantire i primi e far rispettare i secondi, possiamo parlare solo di bei proclami, equivalenti ad una vibrante enciclica del Papa di Roma, in cui il bene deve prevalere sul male ma, forse, solo con la potenza dello Spirito. Per la maggior parte delle persone quella retorica, di duecento anni fa e oltre, è ancora efficace, perchè si avvalgono delle capacità analitiche e delle conoscenze di base limitate alla gestione quotidiana della vita e a un uso del pensiero magico e analogico ancora preponderante. Basta che una persona autorevole dica qualcosa che concorda con un senso comune ormai stratificato da secoli di propaganda, che appare incontrovertibilmente vero. Pensiamo all’attuale seguito che hanno ancora le religioni in tutto il mondo, al consenso di cui godono ideologie suprematiste, al successo di pratiche spiritualiste anche nelle società più ricche e avanzate tecnologicamente. Le persone hanno bisogno di credere e di aggrapparsi a dei valori radicati nella identità dei gruppi sociali di appartenenza. Sono la colla delle comunità, la possibilità di fare un discorso cumune all’interno di narrazioni unificanti, riconoscendosi come appartenenti a quel destino condiviso.
Grazie all’evoluzione culturale attuatasi nell’ultimo secolo, i principi ideali universali, siano la divinità, la Natura, l’Energia vitale degli elementi, lo Spirito dei popoli, appartentemente autonomi rispetto alla produzione culturale storicamente e socialmente determinata, non possono più essere presi sul serio come agenti da persone con una formazione culturale di tipo scientifico e storico sociale. Possono essere però considerati come elementi valoriali, diffusi da centri di elaborazione culturale, e percepiti come narrazioni unificanti per gruppi sociali anche molto ampi, anche di centinaia di milioni di persone. Sono individui quelle persone? Nel senso di elementi numerabili di un insieme più ampio sì. Ma nel senso di individuo autonomo che opera scelte libere in base alla propria ragione e coscienza, no. Il credente o il cittadino è una persona che si conforma ad un ambiente culturale e valoriale assumendo una identità comune a molti altri e condividendone un destino, inteso nel senso di una serie di condizioni situate in quel momento storico.
Di fronte al destino che stiamo vivendo, noi, in quanto individui, non abbiamo la minima esistenza. Se è vero che potremmo, teoricamente associarci, coordinarci e collaborare per esprimere una volontà condivisa, nella pratica non abbiamo nè il tempo, nè mezzi materiali, nè gli strumenti culturali per poterlo fare, quindi non ne abbiamo l’effettiva possibilità se non all’interno dei gruppi sociali già costituiti. Noi non possiamo fermare le guerre in corso così come non possono fermarle le popolazioni che le vivono sulla propria pelle. Come durante le monarchie dell’ancien règime, le aristocrazie decidono i destini delle popolazioni dimostrando che non siamo tutti uguali, che non abbiamo gli stessi diritti, tantomeno gli stessi doveri. Il nostro destino è accomunato da molti fattori, principalmente di nascita, per luogo ed estrazione sociale, mentre ciò che pensa, dice e fa l’individuo singolo è piuttosto ininfluente.
Tre idee della libertà
Vi sono grossomodo tre macrocategorie in cui possiamo definire la libertà.
La prima è quella storicamente precedente della libertà dai vincoli servili, ovvero il godimento dei diritti di cittadinanza. L’uomo libero, molto raramente la donna, era comunque gravato di innumerevoli doveri e obblighi, verso la famiglia, il clan, la città e lo Stato. La vergogna era lo stigma riservato a chi non era in grado di sostenere i propri doveri sociali, tanto che la morte o l’esilio erano considerati mali minori.
La seconda categoria è quella illuminista dell’autonomia razionale dell’individuo, che trova in sé stesso la propria regola morale. Il più alto teorico della libertà come autonomia è stato senza dubbio Immanuel Kant, interpretando anche il senso religioso della colpa, reso possibile dal libero arbitrio. Lui stesso era costretto ad ammettere che la maggior parte delle azioni umane non rispondono all’agire morale e quindi libero, in quanto non sono governate dalla razionalità bensì dalle passioni, dalla paura o da un acritico rispetto delle norme (Kant 2019). Tenuto conto della estrema difficoltà di agire secondo ragione, i filosofi liberali successivi (Bentham, Stuart Mill, Russell) si attestarono sul criterio del bene come massima utilità. Criterio che, in quanto valutabile solo a posteriori e in effetti non verificabile, si presta ad una concezione negativa della libertà, come possibilità di agire senza creare danno (limitare la libertà) agli altri.
La terza categoria racchiude una visione novecentesca, radicalmente individualista, nata dalla crisi dei valori tradizionali e moderni. Questa visione trova nella libertà l’assenza della repressione delle pulsioni, una forma anarchica individualista della espressione della volontà di potenza nietszcheana, assimilabile all’Unico stirneriano. La libertà diviene quindi il massimo bene per l’individuo, indipendentemente dagli altri.
Quest’ultima accomuna l’anarcocapitalismo dei libertariani reazionari statunitensi, alla Peter Thiel per capirci, con i fascisti storici dannunziani, innamorati dell’età del leone di cui parlò lo Zarathustra di Nietszche. La visione estetizzante di una libertà in cui l’eroico individuo trascende tutti i limiti imposti dalla società e, in un certo qual modo, dalla realtà stessa, si è diffusa grazie alla cultura di massa dopo i movimenti di protesta del 1968 per arrivare fino all’edonismo belusconiano (Perniola 2023, p. 7). Il godimento totale, immediato, permesso dall’uso delle droghe, dalla rottura delle convenzioni della monogamia e dell’eterosessualità, il superamento dell’etica del lavoro e del sacrificio, hanno costituito quella estetica ribelle e individualista delle controculture giovanili. La diffusione al livello mondiale di musica, film, riviste, romanzi e programmi televisivi ha portato alla globalizzazione della società dei consumi e del modello di vita dei giovani libertari, statunitensi ed europei. La virtualità delle esistenze digitalizzate sulla rete e gli aspetti di integrazione cyborg tra umano e macchinico, chimico e informazionale, permettono di superare altri limiti imposti dalla corporeità delle relazioni, superando la barriera fra l’Ego e le sue soddisfazioni pulsionali. Il corpo e la personalità sono vissuti come assemblaggi, di scui scegliere a piacimento gli innumerevoli optional offerti dal mercato: chirurgia, palestra, formazione, esperienze, letture, dispositivi, trattamenti estetici, luogo di abitazione e comunità di prossimità, stimoli sensoriali, abbigliamento e accessori, tatuaggi e piercing. Oggi la libertà viene declinata secondo quella possibilità di scegliere per elezione individuale i simboli da ostentare e i riti di appartenenza a cui partecipare, avendo il tempo e il denaro per goderne.
Peccato che le scelte individuali, o forse a questo punto dovremmo dire dividuali (Baranzani- Vignola 2015, p. 8), ricadano curiosamente in fasce di mercato per cui esiste una offerta globale e ben segmentata, con una visibilità mediatica supportata da campagne di marketing, settoriali fino a livello di quartiere.
Denaro e dipendenza.
Nel momento in cui i limiti fisici del corpo vengono superati, questi diventano indifferenti alla stratificazione sociale. Essere forti, deboli, maschi, femmine, giovani, anziani, bianchi, neri, grassi, magri, non cambia tanto le condizioni di vita quanto essere ricchi.
Grazie alla ricchezza e al denaro i ruoli sociali tradizionali possono essere superati e invertiti. Chi ha particolari doti fisiche, talento o conoscenza le potrà “affittare” a chi ha denaro ma manca di quel “capitale umano”. Attraverso le vetrine sociali, coloro che si vendono e quelli che comprano possono incontrarsi e stabilire patti reciprocamente vantaggiosi. Chi è povero dovrà necessariamente vendersi, sia nel mondo fisico che nella realtà informazionale asincrona e ubiqua.
Finchè vivevamo solo nella realtà dei bisogni materiali dei nostri corpi, c’erano cose che il denaro non poteva comprare. E in effetti è ancora così. Ma nel mondo immateriale dei flussi informativi, il denaro può comprare tutto, persino la gioventù, l’amore e l’immortalità, o comunque dei simulacri credibili per il pubblico spettatore. Pertanto oggi la libertà è la possibilità di disporre di somme di denaro via via crescenti all’aumentare dei bisogni, i quali, una volta soddisfatti, creano ulteriori bisogni da soddisfare. Questa libertà ai livelli assoluti è ovviamente riservata a delle minoranze qualificate che assumono la forma di aristocrazie del denaro, solo in minima parte costituite da persone che hanno reso servigi corrispondenti alla comunità che le alimenta. Nella massima parte i miliardari godono di rendite di posizione ereditate in base a una fortunata discendenza o a servizi efficaci di estrazione del denaro dalle transizioni del mercato. Abbiamo restaurato la timocrazia, condizione tipica dei tempi di pace e abbondanza.
La disparità di libertà offerta dal denaro, fra i molti che si sostentano e i pochi che non conoscono limiti alle proprie pulsioni desideranti, porta gran parte della classe media a identificare come un obiettivo di giustizia la diffusione generalizzata delle ricchezze destinate ai pochi. Come se ridurre le diseguaglianze potesse rendere tutti ricchi.
Ridurre le diseguaglianze può soltanto rendere tutti meno poveri, ma a condizioni di separare la percezione della felicità dall’idea di benessere consumista (Latouche 2022, p 25).
La ricchezza non è il denaro
Siamo così abituati a misurare la ricchezza in quantità di denaro che abbiamo perso la congnizione di cosa sia il valore della ricchezza.
Il denaro è una misura, peraltro poco stabile, del valore con cui una proprietà può essere scambiata in un certo momento, ma non è il valore stesso. Per l’economia marginalista, ovvero neoliberista, invece il valore è solo il prezzo che si è disposti a pagare. Il valore è quindi solo una convenzione sociale variabile in base alla situazione specifica (Mazuccato 2018).
Facciamo un esempio. La proprietà privata di un palazzo ci da la possibilità di diporne a piacimento, utilizzandolo, affittandolo o vendendolo. Il valore di questo palazzo è dato dall’utilità, ovvero dalla possibilità di utilizzarlo ma lo misuriamo con la quantità di denaro che qualcun’altro sarebbe disposto a pagarlo per avere questa possibilità, come prezzo di vendita o rendita da affitto.
Se a causa di una forte crisi economica nessuno fosse disposto a comprare il palazzo se non a un prezzo irrisorio, quel palazzo avrebbe quel valore monetario irrisorio, ma la possibilità di utilizzarlo sarebbe sempre la stessa, poniamo per fornire un riparo vitale a duecento persone che non pagano affitto (un enorme valore pratico). Eppure il bene immobile avrà anche un valore di rendita pari a zero. In questo caso la ricchezza è goduta dai duecento occupanti e il valore è l’uso che ne fanno, mentre è monetariamente nullo per la proprietà. Il palazzo non costituirebbe ricchezza solo se fosse distrutto, quindi inagibile. La guerra permette di distruggere merci costosissime (le armi) per distruggere ricchezze (edifici, veicoli, persone, capacità produttive, infrastrutture) aumentando il valore monetario (prezzo) delle ricchezze residue, creandone la scarsità.
In senso più ampio la ricchezza totale è l’insieme delle risorse naturali, dei beni, dei servizi e delle conoscenze che permettono di soddisfare bisogni umani. Anche le risorse naturali sono ricchezza ma finchè non vengono privatizzate (private, sottratte al comune) non hanno un prezzo corrispettivo in denaro. Il denaro è uno strumento che usiamo per scambiare queste ricchezze misurandone quindi il valore al momento dello scambio, ma non è la ricchezza stessa. Il denaro in sè non soddisfa quasi nessun bisogno, se non quello di sentirsi ricchi, e la sua accumulazione ha comunque un costo. Se aumento la quantità di denaro non aumento parimenti la quantità di beni, servizi e conoscenze che possono essere acquistati. Questi aumentano soltanto grazie alla produzione umana, sempre di più supportata dall’uso di macchine fisiche e informazionali.
Moltiplicare il denaro in circolazione, quindi, non moltiplica la ricchezza, riduce semplicemente il valore della moneta con l’inflazione, indirizzandone i flussi verso altri soggetti economici. Questo è il ruolo delle politiche monetarie degli Stati, delle banche e della borsa, che riescono a produrre nuovo denaro dal denaro, senza dover produrre beni o servizi. A quelle forme ormai consolidate del postcapitalismo si sono affiancate abbastanza recentemente le cryptomonete speculative, in cui la creazione di moneta non è legata a nessun valore concreto se non l’energia necessaria a calcolarne e immagazzinarne l’informazione. Proprio perchè instabile e rischioso ma anche poco tracciabile e opaco, il mondo delle transazioni in cyptomoneta si presta ad aggirare la fiscalità e le restrizioni legali alla vendita di beni e servizi. Una possibilità in più che i ricchi hanno per superare i limiti imposti dalle legislazioni nazionali.
Oltre il denaro
Il sistema economico in cui ci troviamo, anche se presenta livelli di sviluppo differenti e stratificazioni di relazioni economiche anche negli stessi ambienti, ha generalizzato in tutto il mondo l’uso della moneta come mezzo di scambio. Quasi ovunque i dollari o altre valute vengono accettati in cambio di beni e servizi. Anche i paesi cosiddetti “comunisti” hanno integrato un uso del denaro nelle proprie economie, su cui però mantengono un controllo politico molto forte, ovvero la sovranità monetaria e l’indisponibilità di alcune ricchezze al mercato. Ormai ovunque gli sforzi umani sono diretti ad aumentare il valore monetario delle merci vendute (e tra queste anche il denaro) piuttosto che ad aumentare la ricchezza totale disponibile per l’umanità. Arrivati al punto in cui i bisogni primari sono stati soddisfatti per la stragrande maggioranza della popolazione mondiale, il capitalismo entra in crisi perchè cerca soltanto di far aumentare artificialmenti i prezzi di quei beni oramai abbondanti e disponibili, attraverso una scarsità indotta. Che chiamiamo, crisi, guerra, competizione commerciale, imperialismo o neocolonialismo. Era già la tesi de L’accumulazione del capitale di Rosa Luxemburg più di cento anni fa, solo che si limitava a considerare economie non ancora globalizzate, in procinto di scatenare la Prima Guerra Mondiale.
Tornando all’assunto di partenza per cui il denaro è oggi la misura della libertà degli individui, dobbiamo prendere atto che ci troviamo di fronte ad una scelta radicale.
Se vogliamo una sociatà in cui le persone siano generalmente più libere, dobbiamo scegliere se vogliamo che acquisiscano questa nuova libertà attraverso una maggiore disponibilità di denaro o no.
Questa scelta non è volontaristica e dovrebbe scaturire da una analisi scientifica della praticabilità delle due opzioni. Ma le prospettive di riforma all’interno di uno stabile sistema di riferimento, in cui la ricchezza individuale, e pertanto la libertà, si misura nella forma del denaro, rispetto alle prospettive trasformative, chiamiamole rivoluzionarie, in cui la ricchezza e le opportunità non sono strettamente legate alla disponibilità di denaro, non sono opposte. Possono convivere e procedere parallelamente, purchè abbiano soggetti politici in grado di perseguirle entrambe.
La prima opzione racchiude le tante accezioni del libero mercato in cui capitalismo etico, liberalismo di sinistra, e socialismo democratico significano una mitigazione delle diseguaglianze prodotte dalla proprietà privata della ricchezza, senza alcuna rottura del paradigma economico.
La seconda opzione, presente come sottostrato pubblico in tutte le economie, anche in quelle più deregolamentate, è quello di una distribuzione della ricchezza che limiti fortemente l’uso del denaro e che quindi veda una preponderante azione politica e pianificatoria sull’economia. Storicamente questa seconda opzione è stata chiamata socialismo, economia pianificata o comunismo, ma anche mutualismo e comunalismo se attuata su scala locale.
Questa scelta è presente come discriminante anche nella nostra idea di “sinistra politica”, in cui una parte progressista e anche estremamente radicale vorrebbe una attuazione compiuta del capitalismo in cui non vi siano altre disparità fra esseri umani che la capacità di spesa, resa peraltro disponibile per tutte e tutti.
La parte restante, e decisamente minoritaria, comprende tutti quegli oppositori della uguaglianza di fronte al mercato, i quali vorrebbero impedire che gran parte della ricchezza possa essere venduta, per goderne collettivamente (beni comuni) o distribuirla in base a criteri politici, ovvero di utilità sociale, senza la mediazione del denaro.
Negli ultimi sessanta anni la prima opzione, quella riformista, praticata attraverso le forme democratiche dell’associazionismo politico e sindacale, ha portato enormi benefici alla popolazione europea, ma ha anche incontrato la controriforma neoliberista nel momento di crisi dello stato sociale keynesiano. L’attuale rottura del precedente equilibrio ci pone oggi di fronte a sfide che non possono più essere affrontate con gli strumenti abituali (governance e sussidiarietà) degli agenti privati nel mercato. La crisi, anche internazionale viene proprio dalla impossibilità di riprodurre questo sistema di estrazione del denaro dal mercato in stallo, o drogato dal debito, che non produce più ricchezza ma al contrario distruzione di ricchezza.
I settori più avanzati del capitalismo tecnologico e finanziario hanno capito che il paradigma del “libero” mercato va distrutto e superato così come la democrazia liberale, mentre la sinistra fatica ancora a rendersi conto che la prospettiva trasformativa attuale è diventata nostalgica di un capitalismo “dal volto umano”, liberale o libertario, che non esisterà mai più con quelle caratteristiche.
Una “revisione” del riformismo appare necessaria così come una “rifondazione” del comunismo in base alle nuove condizioni sociali che iniziamo a sperimentare.
Bibliografia
Baranzoni – P. Vignola, Cosa potrebbe un corpo? Il dividuale e l’individuazione della filosofia contemporanea, in: La Deleuziana, CRISI DELLE BIOPOLITICHE EUROPEE, n.1 2015.
Heller, La teoria dei bisogni in Marx, Feltrinelli, 1974.
Kant, Critica della ragion pratica, Laterza, 2019.
Kropotkin, Il mutuo appoggio fattore dell’evoluzione, Lib. internaz. di avanguardia, 1950.
Latouche, L’abbondanza frugale come arte di vivere, Bollati Boringhieri, 2022.
Luxemburg, L’accumulazione del capitale (1913), Einaudi, 1967.
Mazzetti, Dalla crisi del comunismo all’agire comunitario, Editori Riuniti, 1992.
Mazzucato, Il valore di tutto, Laterza, 2018.
Perniola, Berlusconi o il ’68 realizzato, Mimesis, 2023.
Russell, Un’etica per la politica, Laterza, 1986.
Varoufakis, Tecnofeudalesimo. Cosa ha ucciso il capitalismo, La nave di Teseo, 2023.

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Una puntigliosa analisi della REALTÀ socio economica internazionale ma con l’occhio puntato verso possibili nuovi scenari che potrebbe fare da “linee guida” per un urgente cambiamento di rotta.