articoli, recensioni

Abitare illegale. Vivere ai margini in Occidente

di Stefano
Nutini

Andrea Staid, che insegna Antropologia culturale e visuale al Naba di Milano e allo Ied di Torino, ha ripreso e rielaborato in un suo recentissimo libro (Abitare illegale. Vivere ai margini in Occidente, Utet, Torino 2026) alcune ricerche risalenti a un decennio di anni fa sull’abitare “marginale, illegale, a-legale e informale” (p. 33).

Il testo parte correttamente da una doverosa premessa sull’abitare come esperienza umana che si nutre di suggestioni antropologiche e filosofiche, come “dimensione diacronica della presenza” (p. 16) e “luogo primo di definizione dell’identità personale e collettiva” (p. 35). Termini come “abitare”, “abiti” e “abitudini”, nota Staid, designano non casualmente una costellazione semantica e valoriale molto densa e significativa (pp. 18 e 22). La casa è identificata come luogo antropologico per eccellenza, come indicatore della condizione umana, più che come suo fine, come incrocio tra le dimensioni intime della personalità e la condivisione e l’apertura al mondo. Si preannuncia, fin dal prologo, una dialettica tra individuo e società, tra bisogni individuali e condizioni complessive di contesto, quelle che Fortini definiva i “destini generali”, che ritroveremo e riprenderemo più avanti come nodo problematico e ambito di discussione, rispetto alle tesi affermate in questo volume.

La trattazione di Staid procede attraverso l’esemplificazione di alcune fenomenologie dell’abitare nel mondo occidentale, messo a più riprese a confronto con la sua storia e con altre tradizioni, pratiche e culture, proprie della contemporaneità ma radicate in mondi e società diverse dalle nostre. È, anche in questo caso, un approccio rivelatore, che fa luce sulle premesse della questione abitativa per come la sperimentiamo oggi, rintracciandone i precedenti nelle configurazioni assunte nel nostro passato e incrociandole con “la contemporaneità del non-contemporaneo”, ossia con gli aspetti che caratterizzano le altre parti del mondo che non sono Occidente, dove il capitalismo vige, e spesso anche in modi assai crudi, ma in cui esistono ancora temporanei interstizi, sottratti alla logica ferrea della globalizzazione.

L’abitare oggi, nell’Occidente, si qualifica come potentemente condizionato dalle logiche della finanziarizzazione e del devastante sviluppo immobiliare; il gigantesco processo pervasivo della gentrificazione si abbina perversamente al mito, all’ideologia coattiva della proprietà della casa, portato di precedenti stagioni economico-sociali espansive e insieme bene-rifugio sempre più precario, subordinato com’è ai rischi attuali dell’andamento fluttuante dei mutui e dell’intermittenza dei redditi e dei percorsi lavorativi. Ad essa si aggiunge poi, in seconda battuta, la turistificazione, come forma di ulteriore sfruttamento e depauperamento del patrimonio abitativo disponibile. La proprietà della casa si configura come discriminante di classe sempre più pesante e insieme come “rifugio di un mondo senza cuore”, esclusivo ed escludente, il cui godimento è sempre più spesso impedito ai ceti medio-bassi, espulsi dalle loro residenze urbane. Uso deliberatamente l’espressione di Lasch, in quanto mi sembra cogliere bene l’intreccio tra famiglia e abitazione, tipico del caso italiano. Al contempo, Staid nota come le architetture rivolte agli usi pubblici siano spesso inospitali, ostili, respingenti, “un atto di guerra contro i corpi marginali” (p. 46): echeggiano qui, mi pare, le diagnosi di Mitscherlich sul “feticcio urbano”.

Di fronte al dilagare della proprietà privata dell’appartamento, giunta in Italia a interessare circa l’80% della popolazione, Staid evoca altri modi di fruizione di questo bene, sottratti al valore di scambio e sottoposti a processi in cui è invece preminente il valore d’uso: l’occupazione delle case, la condizione abitativa dei rom e dei sinti, gli ecovillaggi e le comuni, le case mobili e per ultimo le baracche e gli slum. Mi concentrerò nelle righe che seguono sul tema delle occupazioni, che è quello su cui maggiormente si sofferma l’autore nella sua analisi. Non potrebbe essere che così, dato il maggior peso specifico – quantitativo, politico e sociale – di queste esperienze, a confronto con le altre appena menzionate. Staid considera, in questo fenomeno, la polarizzazione tra un momento oggettivo, ossia le condizioni di necessità – i bisogni radicali delle classi subalterne, sempre più negati dall’assetto sociale dominante e dalle politiche pubbliche –, e un momento soggettivo, riferito ai movimenti politici che lo rivendicano come soluzione all’esclusione (ma anche e soprattutto sul piano, che è poi quello prevalente nell’analisi di Staid, della percezione, delle elaborazioni, delle dichiarazioni e della condotta dei soggetti che adottano quella prassi). Questo incrocio tra dimensione oggettiva, sociale, e dimensione soggettiva è sicuramente una mossa decisiva, che imposta correttamente l’analisi. In particolare l’indagine etnografica, che si affida quasi solo alle interviste con alcuni/e occupanti, rivela le dinamiche psicologiche e più complessivamente sociali che sorreggono la scelta e la pratica di queste appropriazioni, sia in casi singoli che in iniziative collettive, meno diffuse che in precedenti stagioni, occorre dire. Ovviamente la motivazione principale delle occupazioni è la necessità stringente di un tetto, ma Staid ne affronta sia le premesse sia soprattutto le conseguenze: sono scelte spesso obbligate – in cui il soggetto (singolo, nucleo familiare o amicale) agisce per un proprio bisogno – che però innescano molte volte dinamiche virtuose, di autorecupero, di ri-appropriazione di uno spazio vitale ma anche “dignitaria”, di socialità condivisa, di mutuo aiuto con chi ha fatto la medesima scelta in quel luogo.

Staid attribuisce a queste scelte lo statuto di un “welfare autogestito” (p. 55), dal basso, come forma di resistenza rispetto alla mancanza di risorse (pp. 42-43), ma sarebbe stato meglio precisare che quelle risorse corrispondono a un patrimonio abitativo pubblico e privato sfitto, inutilizzato e spesso lasciato al deterioramento, magari in attesa di nuove svendite o “valorizzazioni” facilitate da quello stesso, progressivo abbandono. Da ultimo, l’autore rivendica la “appropriazione radicale dello spazio” come mossa risolutiva, anzi come “l’unica via per contrastare lo strapotere del capitale e la dittatura della rendita urbana che ci imprigiona in un debito esistenziale a vita” (pp. 174-175).

Ora, io credo che queste affermazioni vadano lette in modo critico, non assoluto, proprio richiamando l’intento a cui Staid si rifà, quando afferma di voler prendere le distanze da “una semplice e controproducente mitizzazione delle pratiche marginali”, per testimoniare invece, grazie all’analisi etnografica, “ciò che si muove fuori dagli schemi dominanti, il più possibile senza romanticismi e banalizzazioni” (p. 175).

Perché credo che occorra leggere criticamente le conclusioni di Staid? Non perché non riconosca valore “costituente” all’occupazione abitativa, singola e associata, come risposta ai bisogni radicali, alle necessità che ne costituiscono una fonte legittimante; non perché non condivida l’individuazione di dinamiche positive e antagonistiche nella riabilitazione di luoghi e di soggettività ad essi legate; non perché non concordi nella diagnosi fortemente negativa formulata verso un sistema di welfare che da tempo, e in questa fase ancor più, non vuole rispondere in modo anticiclico – e, in prospettiva, antisistemico – al “liberismo reale” del “real estate”: una scelta di non-intervento che è profondamente politica. Ma perché trovo che l’indicazione della soluzione al problema abitativo – se lo si inquadra nella sua totalità e pluralità di sfaccettature, oggettive e soggettive – solo (si badi bene, solo) nella pratica delle occupazioni sia una via d’uscita parziale, che rinuncia a una lettura politica dei fenomeni complessivi e delle risposte da dare, alla conseguente rivendicazione collettiva, consapevole e organizzata, di una lotta alla rendita e di un welfare universalistico che si concreti in atti di piena riappropriazione del ruolo pubblico e della sua sovranità, corroborato da forme di controllo democratico, dal basso, di questi processi istituzionali (non nascondo peraltro perplessità profonde anche sul fantomatico ruolo del “comune” in tutto questo).

Non si dica che ciò significa rinviare alle calende greche la soluzione. La scelta dei tempi e dei luoghi, della loro caratterizzazione d’assieme e non parziale, anticipata nell’azione diretta e locale, non è neutrale, né può obbedire a soli criteri di efficacia immediata. L’individuazione degli “interstizi”, insomma, se obbedisce a una condivisibile strategia puntuale di resistenza, non può esimere dall’organizzazione, fin d’ora, di convergenti campagne e lotte lineari e complessive, sull’intero sistema abitativo (e non solo sulle sue enclave liberate), alludendo al contempo a un diverso modello di società e di economia. Sempre in questa ottica globale e di problematizzazione prospettica, mi sembra poi che sfuggano a Staid due fenomeni incrociati, rilevati da Francesco Chiodelli nel suo libro Cemento armato. La politica dell’illegalità nelle città italiane (Bollati Boringhieri, Torino 2023) e attinenti all’uso politico accorto e al contempo becero che delle occupazioni fa il potere: “lo sfruttamento elettorale della repressione delle occupazioni abusive e la loro mobilitazione come strumento di decompressione di tensioni sociali generate da decenni di mancate (o fallimentari) politiche pubbliche” (ivi, p. 71). Non sfuggirà poi, a proposito di uso politico, la stretta coercitiva e autoritaria dei vari decreti sicurezza succedutisi negli ultimi tempi, anche sul fronte dell’emergenza abitativa.

Sarebbe auspicabile, a mio parere, una considerazione politica e culturale più complessiva della problematica, come quella che qui ho cercato di avanzare sia pur per sommi capi, a partire dalle acquisizioni di Staid, che ha comunque il merito di aver richiamato aspetti rilevanti della questione dell’abitare, tradizionalmente trascurati dalla ricerca e invece quanto mai utili per una prassi competente e incisiva, volta al cambiamento.

Stefano Nutini

Articolo precedente
Media di guerra e media di pace sulla guerra in Ucraina
Articolo successivo
Estremismo capitalista: il problema della libertà

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Compila questo campo
Compila questo campo
Inserisci un indirizzo email valido.