La scorsa settimana, il Ministero degli Esteri della Turchia ha respinto due risoluzioni adottate dal Parlamento Europeo il 13 febbraio scorso, riguardanti l’intervento dell’esercito turco nel conflitto armato nel nord-est della Siria e il rispetto delle libertà di stampa e di culto in Turchia. Entrambe le risoluzioni toccavano alcuni dei punti deboli della relazione tra Turchia ed Unione Europea, rimarcando dinamiche che vanno avanti da decenni tra i due attori istituzionali, tra cui il divario tra gli ordinamenti giuridici, le differenze culturali e l’impossibilità per la Turchia di rispettare i criteri di Copenaghen, fattore indispensabile per l’ingresso nell’Unione.
La prima risoluzione del PE, intitolata “Espulsioni mirate di giornalisti stranieri e cristiani in Turchia con il pretesto della sicurezza nazionale”, riguarda l’espulsione di oltre 300 pastori cristiani e di diversi giornalisti stranieri dalla Turchia avvenuti nell’ultimo anno. Tra i giornalisti, nella risoluzione vengono citati il corrispondente della BBC Mark Lowen, recentemente espulso dalla Turchia, insieme ad altri giornalisti arrestati e minacciati di espulsione, come il giornalista francese Raphaël Boukandour, e Kaveh Taheri, giornalista iraniano arrestato il 26 gennaio 2026, che rischia l’espulsione e la persecuzione politica in Iran. Nella risoluzione, il Parlamento Europeo condanna le espulsioni di giornalisti stranieri e cristiani che sarebbero state effettuate, secondo i parlamentari, senza rispettare il corretto iter giudiziario e utilizzando la sicurezza nazionale come falso pretesto. Secondo la risoluzione, queste espulsioni mirate sarebbero inserite in un contesto più ampio di regresso democratico, erosione dell’indipendenza giudiziaria, criminalizzazione del dissenso e attacchi alla società civile. I membri del Parlamento hanno inoltre esortato le istituzioni turche ad evitare l’utilizzo dei codici amministrativi N-82 e G-87, che nell’ordinamento turco permettono l’espulsione di soggetti accusati di rappresentare una minaccia per la sicurezza nazionale senza prove, processo o possibilità di ricorso. Il ministero degli esteri turco ha definito queste richieste un’interferenza negli affari interni del Paese che il ministero considera inaccettabile. Queste risoluzioni, secondo il ministero turco, non permettono di mantenere saldo lo spirito di collaborazione tra la Turchia e l’UE.
Questo tipo di dinamiche causano di fatto lo stallo, che sembra essere infinito, delle trattative per l’ingresso della Turchia nell’Unione. Da un lato, la Turchia rifiuta di apportare i cambiamenti necessari per rispettare i criteri di Copenaghen e le altre richieste delle istituzioni europee. Dall’altro, le stesse vigilano costantemente sull’operato del governo di Ankara nello scenario internazionale e nazionale, e continuano a porre vincoli che allontanano la Turchia dalla possibilità di fare il grande salto da Pease candidato a Paese membro dell’Unione. Sono ormai 27 anni che la Turchia gode dello status di Paese candidato all’ingresso in UE, e ciò che la separa dall’ottenimento dello status di Paese membro è l’ottemperamento a una serie di criteri imposti dall’UE riguardanti questioni giuridiche interne, legislative, e geopolitiche, come il riconoscimento dello Stato di Cipro, Paese membro dell’UE, da parte della Turchia.
Se la prima risoluzione del Parlamento Europea riguarda la politica interna di Ankara, la seconda tocca invece la sua politica estera, in particolare in riferimento all’interventismo della Turchia nella guerra civile che ha colpito la regione al nord-est della Siria. Mentre l’Iran e la Russia hanno una presenza sul campo ridotta rispetto al passato, altri attori, come Israele e la Turchia, continuano a utilizzare la Siria come arena per garantire i loro interessi nella regione. Alla luce dei diversi attacchi del governo turco contro civili e infrastrutture nelle città e nelle province a maggioranza curda lungo il confine tra Siria e Turchia, il PE ha evidenziato la sua preoccupazione per l’instabilità nel Paese, che potrebbe compromettere le prospettive di una transizione politica inclusiva e autodeterminata in Siria. Nella risoluzione, l’Europa ha invitato la Turchia ad astenersi da qualsiasi azione militare o a sostegno di gruppi armati che rischi di compromettere il cessate il fuoco. Il Ministero degli Esteri turco, dal canto suo, ha respinto categoricamente anche questa risoluzione, sottolineando come la presenza delle forze armate turche in Siria sia fondamentale per assicurare la ripresa e la stabilizzazione della Siria, oltre a garantire l’autodeterminazione dei popoli presenti nella regione siriana.
Il ministero ha così colto l’occasione per rimarcare l’importanza del suo ruolo nello scenario internazionale, in particolare le sue rinnovate veci di ponte diplomatico tra il Medio Oriente e l’Europa. Per il governo turco, è l’Unione Europea che non comprende l’importanza chiave della presenza dell’esercito turco in Siria per la ricostruzione del Paese, e consiglia al PE di “impegnarsi maggiormente per comprendere la realtà sul campo e le aspirazioni della Siria e del popolo siriano”. Questo rifiuto in blocco delle risoluzioni emanate dal PE rappresenta in realtà una forte presa di posizione da parte della Turchia, che la sua crescente importanza nella scacchiera internazionale le concede. Non a caso, nei momenti in cui la Turchia aveva più bisogno dell’UE come alleato, le istituzioni turche non sono state altrettanto restie a modificare il proprio ordinamento giuridico o le proprie traiettorie geopolitiche internazionali. In altre parole, l’ingresso della Turchia in UE sarebbe sicuramente utile alle istituzioni turche, ma non è necessario, motivo per cui i due attori sono in costante collaborazione, ma non sembrano mai arrivare a un punto di ripresa effettiva dei negoziati per l’accesso. In questo momento di forte tensione bellica a livello globale, l’Europa ha più bisogno della Turchia di quanto la Turchia abbia bisogno di entrare nell’Unione. L’UE può condannare le azioni della Turchia, ma quest’ultima rimarrà sempre un alleato troppo importante perché l’UE vi possa rinunciare. Questa impasse tra Turchia e UE va avanti da decenni, e queste dinamiche sono quelle che lo rendono interminabile, malgrado il fatto che la prospettiva di ingresso della Turchia sia sempre più sfuggente.
Chiara Caria