Erdmut Wizisla ha scritto un volume, Benjamin e Brecht. Storia di un’amicizia (con introduzione e traduzione di Fabio Tolledi, Kayak Press, Pompei 2024), in cui concentra l’attenzione sul rapporto tra i due intellettuali. Il sottotitolo richiama immediatamente quello, identico, di un altro libro, che invece Gershom Scholem dedicò sessant’anni fa, nel 1965, alla sua intensa frequentazione con Benjamin. Questo parallelismo, esplicito e deliberato, rivela però anche l’intima divergenza delle due relazioni: così come Scholem deprecò ripetutamente la fitta e problematica relazione intellettuale e politica di Benjamin col marxismo – un “civettamento” che a suo parere aveva traviato la sana, originaria ispirazione mistica ebraica dell’amico –, altrettanto deleteria fu secondo lui la profonda consuetudine di Benjamin con il comunista Brecht, che ebbe una coloritura e una conseguenza “funesta, talvolta persino catastrofica”, come ebbe a scrivere spietatamente Scholem.
Del resto, nel libro di Wizisla si trovano numerosi giudizi severi a proposito di quella frequentazione, circolanti in larga parte della cerchia di sodali, conoscenti ed estimatori e soprattutto da parte di coloro che si legarono in modo particolare all’autore delle tesi Sul concetto di storia: sul registro della benevolenza amicale (che però, come si sa, indulgeva talvolta a più o meno sottili distinguo e discrimini etico-politici o di quando in quando sconfinava nella sussiegosa presa di distanza accademica rispetto all’outsider Benjamin) interferì a più riprese la constatazione, secondo costoro innegabile, di un influsso perverso e snaturante di Brecht su Benjamin. L’ambito di queste conoscenze, oltretutto, fu in molti casi comune ai due, quasi interamente sovrapponibile: all’altezza del 1929, quando l’amicizia tra loro iniziò a consolidarsi, comprendeva, tra gli altri e le altre, Asja Lacis, Ernst Bloch (che Benjamin conosceva dal 1918 e Brecht dal 1921), Theodor Wiesengrund Adorno, Siegfried Kracauer, Bernard von Brentano, Peter Suhrkamp, Alfred Döblin, Kurt Weill (p. 83).
Il libro indaga diacronicamente, con grande dovizia documentaria – affidata soprattutto, come nota il curatore, Fabio Tolledi, a quella che Adorno aveva definito come la virtù principale di Benjamin: lo scrittore di lettere (p. 10) – ma con un più cauto apporto interpretativo, le traiettorie e le frequenti convergenze dei due intellettuali, lungo il loro percorso esistenziale e culturale. Lo fa presentando a chi legge la fenomenologia delle loro relazioni, avendo ben presenti le rispettive, differenti fortune critiche, parametrandole all’oggi: quell’oggi che persiste tenacemente nella svalutazione/rimozione tutta politica di Brecht e che invece rivaluta a modo suo (ossia non sempre appropriatamente e fedelmente) Benjamin, trascurando però le loro intense e audaci avventure intellettuali, sostenute da incontri, discussioni, peregrinazioni ed elaborazioni comuni.
L’intento di Erdmut Wizisla, direttore dell’Archivio Benjamin e in precedenza (dal 1993 al 2024) dell’Archivio Brecht, è appunto quello di seguire il filo di queste interazioni, cercando di dipanarne il senso e la sostanza. Ne emerge una continuità e fittezza di rapporti, nati da brevi incontri a partire dal novembre 1924 e poi consolidatisi, come dicevo, in quel mese di maggio 1929 che si caratterizza come momento decisivo nelle due biografie, quando entrambi, con una significativa coincidenza, si dibattono in una situazione di precarietà economica che li condiziona fortemente e che ne favorisce e acuisce l’intesa, messa alla prova anche, in particolare per Brecht, dagli eventi politici del “maggio di sangue”, il sanguinoso Primo maggio a Berlino, che lo spinsero a un avvicinamento al Partito comunista tedesco, a cui del resto anche Benjamin nel corso del tempo guardò, ma non senza riserve, in particolare quanto più ci si inoltrava nell’epoca delle repressioni staliniane.
All’altro capo, all’estremo temporale opposto della loro amicizia (e, per Benjamin, verso l’approssimarsi della sua tragica morte), stanno le dolorose esperienze dell’esilio, che accomunarono i due in una frequentazione frammentata ma intensa, ambita da entrambi per la ricchezza umana e lo spessore culturale che la caratterizzava e tanto più apprezzata quanto più precarie e vulnerabili erano le rispettive condizioni di esistenza.
Ma al fondo del libro di Wizisla c’è anche e soprattutto un altro intento, quello di valorizzare l’interazione tra i due, di seguire il farsi di una relazione ricca, anche se non sempre lineare, paritaria e simmetrica, che attraversò tutti gli anni Trenta. Ciò che emerge, in questo cruciale arco di tempo, è che si trattò appunto di un rapporto sostanzioso e sostanziale per entrambi, sia pur nell’oscillazione, nell’avvicendarsi, nel sorgere e nell’inabissarsi degli interessi, delle aspettative, dei progetti, che comunque favorirono seri confronti e ragionate convergenze, tanto culturali quanto politiche. Anche tenendo conto delle specificità caratteriali, oltre che della peculiare situazione socio-biografica (più assestata e riconosciuta in Brecht, ricorrentemente precaria nell’outsider Benjamin), non c’è dubbio che la loro relazione fu forte e significativa. Declinata in termini solitamente più assertivi, se non assoluti, in Brecht e in modalità usualmente più collaborative e responsive in Benjamin, si manifestò e si tradusse in un reciproco, controllato affidamento che li portò a una collaborazione molto stretta. Nell’uno (Brecht) fu sempre presente – anche se non sempre espresso compiutamente – l’apprezzamento per la finezza e l’audacia intellettuale del sodale, “interlocutore intelligente e utile, […] collega e consigliere occasionale, […] critico rispettato sulla cui solidarietà pubblica poteva contare” (p. 86); nell’altro (Benjamin) fu attiva, fin dal primo contatto, la consapevolezza che per lui “i testi e le dichiarazioni programmatiche di Brecht, in realtà tutto il suo campo di attività, rappresentarono la sfida più grande che avesse mai affrontato e gli diedero l’opportunità di concentrarsi su uno degli aspetti più importanti del proprio lavoro” (p. 22). Wizisla nota che, diversamente dal comportamento critico della cerchia degli amici di cui ho detto in precedenza, furono soprattutto le donne – molte delle quali in contatto con Brecht – a cogliere più finemente e più a fondo il valore di questa relazione: “Hannah Arendt, Asja Lacis, Margarete Steffin, Helene Weigel, Elisabeth Hauptmann, Ruth Berlau, la pittrice olandese Anna Maria Blaupot ten Cate e Dora Benjamin, la sorella di Walter Benjamin” (p. 53).
Il nucleo più caratterizzante del volume è costituito dalla presentazione dell’esperienza di Krise und Kritik, un progetto di rivista che – tra l’autunno del 1930 e la primavera del 1931 – vide intensamente impegnati Brecht e Benjamin (che partecipò al comitato di redazione fino al febbraio 1931, per poi proseguire come collaboratore), insieme a Bernard von Brentano e Herbert Ihering, e con l’aiuto di Ernst Bloch, Siegfried Kracauer, Alfred Kurella e György Lukács. Dai materiali preparatori e dai verbali delle sedute di redazione, conservati tra le carte inedite di Benjamin e Brecht, emerge una fitta discussione su vari cantieri di ricerca e argomenti, da trasporre in articoli e interventi. Wizisla li raccoglie intorno a quattro filoni: la “crisi” della teoria, dell’arte e della società, la “critica” – sia come mezzo per rispondere alla crisi, sia come oggetto di dibattito –, alcune “questioni metodologiche fondamentali di attività intellettuale e artistica” e il “ruolo dell’intellettuale” (pp. 157-158). Come si vede, temi nodali nel dibattito politico-culturale di quegli anni (e non solo), ma certamente declinati da Benjamin e Brecht in modi e contenuti assai distintivi. Il riconoscere la crisi, che per cerchi concentrici – a partire dai campi di ricerca più vicini a loro – veniva a investire la società, poneva la necessità di una critica intransigente: Wizisla afferma giustamente che “il bisogno di teoria critica di Brecht e la pratica critica riflessiva di Benjamin si incontravano e insieme formavano un’unica strategia” (pp. 161-162), volta all’analisi e alla trasformazione del mondo. Ciò poneva al contempo questioni di metodo: se Brecht, consapevole della cruciale assenza di un “approccio scientifico” nell’analisi dei fenomeni sociali, fu favorevole a una sorta di empirismo che non si affidasse a categorie individualiste o ispirate al puro gusto, Benjamin non nascose mai la necessità e la vitalità dell’approccio della dialettica materialistica, abbinandola agli spunti fornitigli dal pensiero teologico, con un’ interessante anticipazione – puntualmente riferibile al marzo 1931, in una sua lettera a Rychner, ossia appunto alla fase terminale della vicenda di Krise und Kritik – delle tesi Sul concetto di storia. Se per Brecht e Benjamin queste considerazioni incrociate implicavano una caratterizzazione dell’agire pubblico dell’intellettuale come operatore del cambiamento sociale, nella concreta modalità di questa posizione le loro visioni divergevano. Per Brecht restava imprescindibile una posizione di leadership dell’intellettuale, mentre secondo Benjamin quest’ultimo avrebbe dovuto “lavorare sotto la supervisione pubblica, non dirigere”, come ebbe a scrivere in un suo saggio su Paul Valéry.
Esempi di divergenze, come si vede, non mancarono tra i due, anche durante il periodo di preparazione della rivista, sia nelle intonazioni che soprattutto nei contenuti, a conferma di una relazione vivace e biunivocamente attiva. Questa connotazione portò Benjamin a vedere nella sua relazione con Brecht un esempio di quelle “costellazioni” cui egli dedicò tanta attenzione, ossia di quell’insieme di circostanze materiali e intellettuali, non accidentali ma specifiche, che portavano ad avvicinare elaborazioni e destini non solo individuali, sulla base di una prossimità che non era pura identificazione.
Una “costellazione” che, per concludere, si confermò anche in altre occasioni significative. Da parte di Benjamin, nella convinta adesione alle teorie e realizzazioni teatrali di Brecht espressa nelle due versioni successive (del 1931 e del 1939) del proprio saggio su “Che cos’è il teatro epico?”, in particolare sulla tecnica dello “straniamento”. Da parte di Brecht, nel devoto ricordo, ripetuto in diverse poesie, dell’amico che si era suicidato nel settembre 1940: un omaggio sobrio, ma non per questo meno dolente e partecipe, dato che – come scrisse Hannah Arendt, riferendosi a una dichiarazione di Brecht – egli considerava la scomparsa di Benjamin “la prima vera perdita che Hitler faceva subire alla letteratura tedesca”.
Stefano Nutini
