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Scuola: Il flop iscrizioni della filiera 4+2 rallenta ma non ferma il Ministro

di Marco
Bizzoni

Il 21 febbraio si sono chiuse le iscrizioni per il nuovo anno scolastico 2026/2027. Come da copione, il Ministero dell’Istruzione e del Merito (MIM) ha immediatamente dispiegato una narrazione mediatica pervasiva e trionfalistica per magnificare i presunti successi di iscrizione nei modelli di scuola approntati con riforme governative frammentarie e settoriali. In questo modo, pur avendo predisposto percorsi educativi che riducono i tempi dell’apprendimento e sottomettono la scuola pubblica alle esigenze delle imprese, il MIM continua a parlare, con linguaggio orwelliano, di risultati di adesione a quei modelli estremamente positivi. È quindi doveroso leggere le statistiche delle iscrizioni per sollevare il velo della propaganda ministeriale e guardare alla realtà strutturale dei fatti. Analizzando i numeri assoluti e le percentuali delle scelte delle famiglie italiane, emerge un quadro ben diverso: il tentativo di trasformare la scuola della Repubblica in un’azienda a gestione mista, dove il profitto privato detta legge sui bisogni educativi, sta incontrando una silente diffidenza da parte di famiglie e ragazzi.

L’illusione ottica del successo di iscrizioni al modello della filiera 4+2

Il cuore ideologico dell’innovazione governativa nelle proposte dei nuovi modelli di scuola è stato introdotto con forza attraverso il concetto di “filiera”, assunto direttamente dal lessico del mondo imprenditoriale. Questa scelta è legata alla volontà di attribuire un compito meramente utilitaristico alla scuola, individuata come luogo di addestramento del lavoratore. Ciò comporta che il sistema scolastico debba andare incontro alle necessità del “mondo produttivo”, che ne determina le modalità di funzionamento. Attraverso il modello 4+2 (quattro anni di istituto tecnico/professionale seguiti da due anni di ITS Academy), il governo reintroduce una netta separazione tra chi è destinato alle carriere intellettuali — con tutte le criticità che lo sviluppo dell’IA sta determinando — e chi è destinato a meri compiti esecutivi, addestrato semplicemente all’utilizzo degli attuali strumenti tecnologici. Tutto questo senza poter apprendere quella competenza dell'”imparare a imparare” che, quando quegli strumenti saranno obsoleti, consentirà loro di riconvertirsi alla tecnologia del futuro.

Proprio in questi giorni la sottosegretaria di Stato per l’Istruzione e il Merito ha celebrato un “raddoppio” delle iscrizioni nella filiera tecnico-professionale del modello 4+2. I dati, in apparenza, confermano la sua affermazione: gli iscritti sono passati da 5.449 dello scorso anno a 10.532 (un aumento del 93,3%). Tutto ciò è stato ottenuto a causa della pressione della denatalità e dello spettro del dimensionamento. Le istituzioni scolastiche, sotto pressione, sono state spinte ad aderire a questo modello per sopravvivere, e molti collegi docenti sono stati costretti ad accettare qualsiasi riforma pur di intercettare fondi per istituti che cadono a pezzi. Tuttavia, se oltre alle iscrizioni si prende in considerazione anche il parametro dell’offerta del modello, si svela immediatamente la natura manipolatoria di quel risultato. Questo evidenzia come l’aumento degli iscritti non sia il frutto di un rinnovato patto di fiducia delle famiglie verso quel modello, ossessivamente propagandato dal Ministero durante tutto il periodo delle iscrizioni, ma la mera conseguenza matematica della massiccia e forzata espansione di quel tipo di offerta formativa richiesta dal Ministero alle istituzioni scolastiche autonome. Le scuole che per il prossimo anno scolastico offrono il modello 4+2 sono passate da circa 300 a oltre 700, segnando un aumento dell’offerta del 133%. Nei nuovi 400 istituti che hanno attivato il 4+2, sono stati autorizzati 532 nuovi percorsi. In altre parole, il Ministero non si è accontentato di aprire la filiera in nuove scuole, ma ha consentito che quelle istituzioni potessero offrire più percorsi brevi, con l’obiettivo di saturare l’offerta all’interno delle singole scuole per tentare di intercettare più iscrizioni possibili. L’offerta degli istituti è quindi cresciuta molto più della domanda, ottenendo solo una riduzione della media degli studenti per istituto: lo scorso anno erano 18 studenti per scuola, quest’anno sono solo 15. Probabilmente molti di questi percorsi resteranno solo sulla carta come propaganda ministeriale, non potendo partire per mancanza del numero minimo di alunni. Tornando infine sui numeri assoluti, è il caso di far notare che a fronte di poco più di 10.000 iscritti alla filiera 4+2, gli istituti tecnici ordinamentali di 5 anni hanno realizzato circa 150.000 iscrizioni.

La diffidenza delle famiglie

Il Ministero sostiene, sfidando le leggi della pedagogia, che sia possibile garantire le “stesse competenze” tagliando un anno e condensando i saperi. Ma il tempo, in educazione, non è una variabile neutra o comprimibile a piacimento come in una catena di montaggio. Come ci insegna John Dewey, il tempo è la sostanza stessa dell’apprendimento. Accorciare il percorso scolastico significa negare all’adolescente il tempo dell’errore, della digressione, della maturazione critica; significa trasformare la scuola in addestramento. I cinque anni di scuola non servono ad accumulare nozioni, ma a consentire ai ragazzi di giungere al successo formativo attraverso un tempo disteso, necessario alla maturazione critica. Le famiglie hanno compreso che l’idea secondo cui “uscire prima da scuola” significhi “trovare lavoro prima” è una tragica illusione ottica, rifiutando così di sacrificare il tempo scuola sull’altare di un’occupabilità immediata. Antonio Gramsci ci ricordava che l’istruzione deve formare l’uomo e il cittadino, non l’impiegato o il tecnico specializzato per una macchina destinata a diventare vecchia domani. Rifiutando il 4+2, le famiglie hanno difeso il diritto a un’educazione non orientata agli scopi pratici immediati, ma funzionale a se stessa.

L’obiettivo del governo

Gli interventi disorganici del Ministro: che stanno producendo percorsi frammentati e a macchia di leopardo sui territori, il tentativo del “Made in Italy” con cui si è voluto piegare indirizzi formativi complessi in opzioni propagandistiche residuali, l’approccio di disinvestimento della scuola statale in nome del “merito” e i forti finanziamenti che gratificano la scuola privata paritaria, fanno tutti parte di un monolitico processo ideologico neoliberista. Questo processo è orientato a trasformare il diritto all’istruzione per tutti, inteso quale compito della Repubblica, in un immenso mercato di servizi in cui chi più ha, più può. L’obiettivo di queste riforme è quello di realizzare la piena intrusione delle imprese nella gestione strutturale delle scuole, per smantellare sostanzialmente — anche se non formalmente — l’unitarietà del sistema educativo dello Stato previsto dalla Costituzione. Per questo è necessario riprendere un largo dibattito nel Paese, al fine di sviluppare a pieno il potenziale di lotta di tutti i soggetti che vivono la scuola: studenti, docenti e genitori. Troppo spesso, oggi, queste componenti cercano di ostacolare i processi di trasformazione neoliberista chiudendosi in nicchie di resistenza incomunicabili, a causa della diversità di alcuni interessi specifici. Solo unendo tutte le nostre energie potremo sperare di riuscire a ripristinare una vera scuola unitaria, democratica ed emancipatrice.

Marco Bizzoni

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