Negli ultimi anni, nell’ambito del progressismo trasformativo, si è diffusa una versione degradata dell’egemonia gramsciana, riducendola a una lotta per la narrazione, una battaglia di narrazioni, la possibilità di imporre un quadro interpretativo nella sfera pubblica. Questa lettura, che trae origine dalle rielaborazioni postmoderniste di autori come Laclau e Mouffe, presenta l’egemonia come un problema essenzialmente discorsivo. Per i marxisti-leninisti, il pericolo di questa prospettiva è che l’articolazione discorsiva finisca per apparire come una condizione sufficiente per costruire una posizione egemonica, come se bastasse costruire una narrazione più attraente per conquistare il senso comune. Pertanto, l’egemonia non può essere ridotta a una lotta per il significato, perché i discorsi acquisiscono forza egemonica solo quando si articolano con pratiche, organizzazioni, istituzioni e rapporti materiali di potere. Non si tratta di negare la dimensione culturale dell’egemonia, ma piuttosto di negare che essa possa distaccarsi dal suo fondamento materiale. Il punto non è scegliere tra lotta materiale e lotta culturale, ma comprendere che la lotta culturale diventa politicamente egemonica solo quando è sostenuta da una pratica organizzata capace di modificare i rapporti di potere.
Occorre precisare fin da subito: Gramsci non è un economista. Scuole, Chiesa, media, intellettuali: tutto quel tessuto che Gramsci studia sotto la nozione di società civile costituisce una struttura materiale in cui l’egemonia viene esercitata e contestata. Tuttavia, questi apparati culturali non fluttuano nell’aria. Sono ancorati a forze materiali e organizzative che li sostengono, forniscono loro risorse e ne definiscono la direzione. La lotta per il potere include necessariamente la sfera culturale, ma questa non può essere separata dalle organizzazioni, dalle istituzioni e dai rapporti di potere attraverso i quali una posizione politica viene costruita e mantenuta. Il senso comune, categoria centrale per Gramsci, non è un campo discorsivo indipendente. È la sedimentazione ideologica di un rapporto di potere, il residuo delle lotte sociali, la cristallizzazione delle esperienze storiche delle classi subordinate, il deposito di conoscenze, pregiudizi, paure e aspirazioni che la classe dominante ha plasmato nel tempo.
Come si forma dunque questo senso comune? Non attraverso la mera ripetizione di slogan, ma attraverso l’esperienza sociale, attraverso l’esperienza pratica del dominio. Il lavoratore precario non accetta l’inevitabilità della disoccupazione perché un discorso ultraliberale glielo ha imposto, ma perché la vive, perché la subisce. Chi si prende cura di un familiare non interiorizza la naturalezza della divisione sessuale del lavoro perché una narrazione patriarcale gliela spiega; la interiorizza perché tutta la sua vita è organizzata attorno a tale divisione. Ma questa esperienza non è né pura né spontanea: è permeata dalle visioni del mondo delle classi dominanti, dalla religione, dal folklore, dall’istruzione e dai media. Il senso comune delle classi subordinate è un campo di battaglia in cui l’esperienza dell’oppressione si mescola alle spiegazioni offerte da chi detiene il potere per giustificarla. Proprio per questo motivo, la lotta di classe non solo trasforma le condizioni materiali, ma anche l’interpretazione di tali condizioni da parte delle classi stesse. Il senso comune di subalternità viene infranto solo quando le classi subalterne sperimentano in prima persona che la sottomissione non è naturale, lo sfruttamento non è eterno e l’organizzazione collettiva può strappare vantaggi parziali al capitale.
Ed è proprio qui che la filosofia della prassi di Adolfo Sánchez Vázquez si rivela uno strumento indispensabile. Per Sánchez Vázquez, la prassi è un’attività materiale, consapevole e trasformativa. È il processo attraverso il quale le persone trasformano la realtà e, trasformandola, trasformano se stesse. La pratica non è semplicemente l’applicazione di conoscenze preesistenti: è anche il terreno su cui tali conoscenze vengono verificate, corrette e trasformate. In quest’ottica, la costruzione dell’egemonia appare come una successione di pratiche trasformative che, nella pratica, confutano il senso comune dominante. L’egemonia nasce quando le classi subalterne, attraverso la loro azione collettiva, riescono a strappare vantaggi materiali al capitale, e questi vantaggi diventano esperienza condivisa, memoria collettiva, una nuova concezione del mondo. Ma la sola esperienza non basta. Gramsci lo ha chiarito molto bene: il “senso comune” delle classi subalterne è un punto di partenza, non un punto di arrivo. Senza la mediazione dell’organizzazione politica, senza il lavoro dell’intellettuale organico che sistematizza e dà coerenza a questa esperienza dispersa, il rifiuto istintivo rimane uno sfogo momentaneo. La funzione del partito non è quella di sostituire le masse, né di illuminarle dall’esterno, ma di dare forma organizzativa all’esperienza pratica che le masse hanno già prodotto. E vale la pena aggiungere un monito contro la spontaneità: l’organizzazione non è semplicemente il prodotto della coscienza di classe; è anche uno dei meccanismi attraverso cui tale coscienza si costruisce. La lotta genera l’organizzazione, ma l’organizzazione genera anche la lotta.
Si tratta di una questione politica di primaria importanza. Cosa succede quando un movimento di sinistra acquisisce influenza culturale ma non riesce a trasformarla in una forza organizzata? Il risultato è fin troppo noto: elettorati fluttuanti, comunità digitali mobilitate da campagne virali e cicli di protesta che si esauriscono senza lasciare alcuna struttura duratura. Questa deriva si manifesta in modo più brutale in una politica che si riduce alla mera produzione di contenuti digitali, confondendo la viralità con l’organizzazione e la visibilità con l’accumulo di potere. Al contrario, la costruzione di un’egemonia popolare richiede organizzazioni stabili, sindacati, associazioni di quartiere e strutture militanti capaci di sostenere la lotta nel tempo. Perché la lotta non è solo il momento in cui le classi subordinate si scontrano con il capitale: è anche il momento in cui imparano, si organizzano, si riconoscono come soggetto collettivo. È nello sciopero che il singolo lavoratore scopre di non essere solo, nell’assemblea che il vicino scopre che il suo problema è condiviso e nella manifestazione che il giovane con un impiego precario scopre che il suo malcontento ha cause strutturali.
In definitiva, l’egemonia non consiste nell’imporre una narrazione alla realtà, ma nel costruire una forza sociale capace di trasformare la realtà e, attraverso tale trasformazione, anche di modificare il modo in cui le classi subordinate comprendono il mondo e la propria capacità di trasformarlo. Questa è la morale di Gramsci, Sánchez Vázquez, Marx e Lenin. Non si tratta di negare la cultura, ma di comprendere che essa diventa politicamente egemonica solo quando è sostenuta da una pratica organizzata in grado di cambiare i rapporti di potere. L’egemonia è pratica, non discorso. Solo tornando alla prassi trasformeremo il mondo.
Alberto Gomez Gonzalez
(Da Mundo Obrero)