intersezioni femministe

Due giornate di lotta, femminista e transfemminista

di P. Guazzo,
N. Pirotta
L’8 e il 9 marzo il movimento femminista e transfemminista di “Non Una Di Meno” chiama alla mobilitazione e allo sciopero.
Le due giornate si collocano in uno scenario internazionale sempre più deflagrante, perché, all’interno degli attuali conflitti inter-capitalistici volti a ridisegnare poteri e ridefinire confini, la guerra e il riarmo tornano ad essere il centro delle scelte politiche, sociali ed economiche.

Nel 2024 la spesa militare globale ha superato i 2.700 miliardi di dollari (SIPRI), con un incremento del 7% rispetto all’anno precedente. Una cifra enorme che rende evidente quanto siano avanzati i processi di militarizzazione. La spesa militare è aumentata in tutte le regioni del mondo, con una crescita particolarmente rapida sia in Europa che in Medio Oriente. I cinque Paesi con le maggiori spese militari – Stati Uniti, Cina, Russia, Germania e India – hanno rappresentato il 60% del totale globale, con una spesa complessiva di 1.635 miliardi di dollari. Sono alcuni dei dati pubblicati dallo Stockholm International Peace Research Institute (SIPRI). La spesa militare in Europa (Russia inclusa) è aumentata del 17%, raggiungendo i 693 miliardi di dollari, e ha contribuito in modo significativo all’aumento globale nel 2024. Con la guerra in Ucraina al suo terzo anno, la spesa militare ha continuato ad aumentare in tutto il continente, spingendo la spesa militare europea oltre ogni livello sin qui registrato.

Viviamo già in un’“economia di guerra”.

L’attacco militare all’Iran di queste ultime ore e la risposta del regime degli ayatollah che ne è seguita, è ultimo atto di una escalation bellica senza soluzione di continuità  Un’escalation che ridisegna le priorità politiche ed economiche, tanto che al riarmo vengono destinate quelle risorse che servirebbero al soddisfacimento dei bisogni reali delle persone.
L’ Unione Europea di von der Leyen e compari ne è l’esempio più fulgido: corsa al riarmo e ritorno alla leva obbligatoria.

Accanto ad una supina accettazione del “board of peace” trumpiano, cioè la spartizione affaristica di Gaza, che sembra essere la metafora dell’epoca che stiamo vivendo.
Una UE resa sempre più senz’anima, se mai ne ha avuta una, dal costante dissolvimento del welfare, già colpito nel corso degli anni, da politiche che hanno privilegiato il pareggio di bilancio all’esigibilità dei diritti sociali, dagli attacchi al diritto di asilo e alle politiche di accoglienza ed ora dall’iniquo “28° regime” al quale, Draghi docet, le imprese potranno aderire per aumentare la competitività e “ridurre i costi dei fallimenti, incluso ogni aspetto rilevante delle normative sulle imprese, sull’insolvenza, sul lavoro e sulla tassazione”!

Una lotta di classe al contrario e all’ennesima potenza. Un capitalismo sempre più feroce e predatorio che può, anzi vuole, fare a meno della democrazia, della giustizia sociale, della libertà. Un capitalismo nel quale trovano spazio  immaginario e forme di dominio patriarcale fondate sulla violenza, la subordinazione e la repressione di chi è ritenuto inferiore o diverso o non conforme.

La mobilitazione e la lotta sono antidoti ineludibili per provare a fermare queste pericolose derive. In diverse parti del mondo c’è chi si mobilità in tal senso, pensiamo alla tenace resistenza del popolo palestinese, ai movimenti sociali che in Iran non vogliono né ayatollah né scià e continuano a lottare per potersi liberare da entrambi, a Minneapolis dove le cittadine ed i cittadini si sono auto-organizzati per contrastare l’ICE trumpiano.

In Italia le piazze piene contro il ddl Buongiorno, che, eliminando il consenso come parametro per giudicare se ci sia stata o meno violenza, rende imputatə chi questa violenza ha subito e non chi l’agisce, dicono che l’autodeterminazione sul corpo e sulla vita non si tocca; le lotte sindacali, dei riders e non solo, mostrano  che forse potrebbe tornare una “classe operaia” stanca di abbassare la testa; la manifestazione nazionale del 28 marzo “contro i Re e le loro guerre” racconta di un percorso di convergenza sociale da cui potrebbe sortire un’alternativa anche politica.

L’8 e il 9 marzo in questo quadro sono un appuntamento di lotta fondamentale perché il movimento femminista e transfemminista è quello che meglio di altri sa svelare, grazie alla postura intersezionale, gli imbrogli e le trappole dei sistemi di potere – capitalismo, patriarcato, colonialismo – che creano diseguaglianze e asimmetrie. E sa che solo una trasformazione radicale, personale e collettiva, potrà liberarci davvero.

Pubblichiamo l’appello di NUDM e diamo appuntamento a tuttə in piazza per gridare forte che le nostre vite valgono e che lotteremo per affermarlo.

Paola Guazzo e Nicoletta Pirotta

Articolo precedente
“Gulabi Gang”: un modo di essere femministe in India
Articolo successivo
Per una lucida radicalità femminista e tranfemminista

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Compila questo campo
Compila questo campo
Inserisci un indirizzo email valido.