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Draghi, l’Italia e l’Europa

di Roberto
Musacchio

Se le cose andranno come sembra, da settembre di questo anno non avremo più Merkel cancelliera in Germania  e avremo  invece Draghi in sella in Italia.

Non so quali siano le ambizioni che Draghi si è dato, e non credo possa pensare di “sostituirsi” con la propria leadership. Credo abbia evidenti le sproporzioni di forza con la Germania.

Eppure nel suo passato c’è stato un esercizio di forzatura sulla impalcatura tedesca. Molti la richiamano come una incrinatura nel dogma della austerità. In realtà l’austerità espansiva ha dato una dimensione dinamica che l’ordoliberalismo aveva perso. E ha consentito una distruzione creativa, per stare ad un termine che usa oggi. Non è vero che c’è un Draghi uno della austerità e un Draghi due della spesa. C’è, da subito, e per un tempo prolungato, una spesa massiccia, di miliardi di euro, accomoagnata alla edificazione delle regole del bilancio europeo. Una ristrutturazione finanziaria privata, pagata dal pubblico. E una ristrutturazione finanziaria pubblica, pagata dal welfare. Infine, un processo ulteriore di internalizzazione passiva degli apparati produttivi geopolitica e multinazionale.

L’Italia ha perso welfare, apparati produttivi, ore lavorate e salari.

Tutto questo ha reso più fragile il Mondo all’impatto con la pandemia e dunque alimentato una nuova crisi.

Schumpeterianamente Draghi la interpreta per la sua classe.

Al centro ora ci sono le problematiche poste dalla crisi delle imprese che sopravvivono solo grazie a denaro facile. Che probabilmente non potranno rimborsare. Imprese fantasma che creano crediti deteriorati. Un problema mondiale. Grandissimi per l’Italia che vive di piccole e medie imprese. Si potrebbe dire a Draghi, ma anche a Prodi, che si pagano i prezzi dello smantellamento delle industrie pubbliche e della loro privatizzazione che ha deprivato l’Italia di questa risorsa. Dubito che accuserebbero il colpo. Draghi oggi si propone come grande ristrutturatore.

La maggioranza che gli concede lo scettro è tutt’altro che casuale. È la rappresentanza dei poteri economici dati che vuole trattare col delegato del potere centrale dell’Europa reale. Una forma feudale che ben colse sin dall’inizio Giuliano Amato.

Da questo punto di vista Pd e Lega hanno referenti molto simili. Le imprese, il mercato, il Nord. Lo si vede bene dal comportamento dei Presidenti delle regioni del Nord. Ma anche dalla trasversalità su tante questioni.

Siccome questa ristrutturazione sarà pesante, difficile pensare che chi sta fuori, il Sud, i disoccupati, i giovani, le donne, possa ottenere cose significative per sgocciolamento e contiguità a questa maggioranza.

Naturalmente si avranno elementi “europei” di minimi vitali ma in un quadro di “superamento” dei vecchi ammortizzatori.

Più facile che nasca una pulsione bisognosa di risposte securitarie come quelle che la Lega potrebbe fornire.

La Lega, se andrà come sembra, sarà sdoganata non solo in Italia ma in Europa. Già ha cambiato il suo voto dicendo si in Parlamento Europeo al Next generation.  Potrebbe ora seguire una strada alla Orban, indirizzandosi verso il Ppe. Cammino complesso e accidentato ma certo stare al governo con Draghi favorisce. In Italia potrebbe assumere una posizione più da partito nazionale dello stesso Pd lavorando ad una ungherizzazione. L’Italia naturalmente non è la piccola Ungheria. La sua economia spazia dalla Germania agli USA, alla Cina, agli Emirati, alla Gran Bretagna.  Pure l’asse economico e politico tedesco pesa ed ha appetiti. Anche per questo la dizione draghiana originale, accolta dalla Lega, è europeismo atlantico. Ci navigava Andreotti. Ci navighera’ Draghi con la flotta di Pd e Lega.

Francamente appare risibile pensare che a questa ristrutturazione e ad una leadership che si profila di lunga durata tra presidenza del consiglio e della Repubblica sopravviva il triciclo di Pd Cinquestelle e Leu. Sia che resti il governo largo sia si riesumi il bipolarismo. Come rappresentanza, in questo quadro, il triciclo è strutturalmente minoranza, minoritario. E buona parte del Pd lo sa. La incredibile battuta di Zingaretti su Pd e Lega che sono alternativi ma decide Draghi sembra fatta su scherzi a parte ma offre la cifra del punto a cui si è arrivati nel modo di proporsi ma anche in quello di essere.

I Cinquestelle sono portavoci dell’anti establishment cooptati dall’establischment.

Leu, una aggregazione elettorale senza rappresentanza.

Difficile riesumare il collante antidestra dell’Italia non si lega.

Certo l’evaporazione di ogni discriminante ideale pone problemi anche a chi ha continuato a cercare un’alternativa.

Però dice anche con chiarezza che è l’ora di porsi il tema di un altro blocco sociale e di praticarlo concretamente. Pubblico, Sud, reddito, lavoro ne sono le fondamenta.

Transform, nel suo piccolo, con molti altri su alcune ha lanciato le sue proposte.

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