Uno dei compiti più pericolosi che si è prefisso il governo in carica con la maggioranza parlamentare che lo sostiene, intende scavare nel profondo e cerca, fra cronisti urlanti e gaffes imbarazzanti e imba-razziste, di porre le basi per un nazionalismo escludente e identitario. Il termine “nazione” instillato in ogni discorso pubblico, il voler confermare l’unicità in chiave pateticamente suprematista, non solo del Paese, delle sue risorse e dei suoi aspetti più significativi, ma e soprattutto con lo scopo dichiarato di costruire una nuova boria nazionale, funzionale all’economia di guerra e alla continua creazione di nemici da cui difendersi, occultando ogni differenza di classe e di genere. Del resto, il salto di qualità autoritario che, sin dalla campagna elettorale che ha portato Meloni a Palazzo Chigi, era già chiaro: raffinare una propria visione del mondo, utilizzando un sentore di diffuso malessere sociale che rafforzava la guerra contro i poveri e, definendo poi una propria contro egemonia, capace di definire una percezione dell’identità italiana che rimanda agli anni dell’interventismo. Ne è prova il lavoro micidiale condotto in scuole militarizzate, in cui si ripristina un’idea di gerarchia e di disciplina come modalità normale di convivenza, ne è prova quanto fatto dal Viminale con la sequela di decreti e disegni di legge basati sulla sicurezza, ma che, al di là del controllo sociale, mirano a creare una nuova e diversa concezione dello Stato che si annulla per divenire Nazione. E ci sarebbero tanti altri elementi da analizzare in tal senso; al di là delle incapacità manifeste nei vari dicasteri, la logica della repressione di stampo totalitarista, unita alla riforma elettorale, ci porta ad un passo, da quello che è un regime e si sperimenta anche nelle sue migliori macchine propagandistiche.
La premessa è d’obbligo per partire da alcuni accadimenti solo apparentemente marginali, che hanno caratterizzato questi ultimi mesi e che provano a definire ciò che le persone conformate devono pensare. Sia chiaro, il discorso non nasce ora e la fase dei sedicenti governi tecnici ne è stata l’apripista, ma oggi il salto si compie. Per ottenere tale risultato, in assenza di entusiasmo nelle urne, occorreva un semplice e efficace impianto ideologico, composto da pochi ma pervasivi elementi, Al primo posto c’è l’esaltazione, in tutte le salse, del tricolore e dell’inno nazionale, come maschia rappresentazione dell’identità da trasmettere e in cui identificarsi. Girando per le città, al di là dei tanti che reagiscono allo stato di guerra esponendo la bandiera palestinese, contro il genocidio o quella della pace, passata un po’ in secondo piano, in tanti balconi, locali pubblici e privati, iniziative di ogni tipo, dai concerti alle sagre paesane, sembra che la presenza delle bandiere verdi, bianche e rosse, come sancito dall’art 12 della Costituzione, sia divenuta quasi imprescindibile. Un fattore identitario in cui riconoscersi in diverse forme. Per i fautori della remigrazione e dell’“l’Italia agli italiani”, è rappresentazione squadristica, per molti e molte il ritrovarsi sotto una comune e solo apparentemente innocua, appartenenza. Le declinazioni sono, è ovvio, diverse: nei primi si traduce nella caccia allo straniero e nell’esaltazione di un inesistente white power. Per la maggioranza, oggi meno animata da spirito predatorio, svela un bisogno: in un tessuto sociale dove gran parte dei corpi intermedi sono stati privati di alcun ruolo, dove non c’è tempo né tantomeno educazione alla socialità, resta, in assenza di elementi simbolici accomunanti, la condanna alla solitudine. C’è chi cerca la croce, chi la bandiera, chi tutte e due magari invocando un inesistente epoca d’oro in cui la triade era completata dalla famiglia. Ma sono sprazzi che non allontanano da un destino in cui si è solitari consumatori affetti da bulimia da social, in cui si può liberare la voglia di affermarsi come odiatori seriali e che fungono da effetto placebo.
E, in tale contesto, gli eventi sportivi disvelano, tanto nella loro narrazione quanto nello svolgimento, tale domanda di appartenenza, creando anche interessanti contraddizioni. Lo stivale non calcia più ormai da tempo la mitica sfera di cuoio e i mondiali statunitensi non potevano offrire tale occasione. Allora ci si è dirottati verso sport, di solito quasi sbeffeggiati, di nicchia, con scarsa offerta mediatica, per diffondere palate di amor patrio. Una scelta anche raffinata: sono tante oramai le famiglie che non spingono i propri figli a tirare due calci in un campetto brullo, né le figlie a praticare la danza o altri sport che valorizzino la grazia femminile. Si cercano altre attività sportive rassicuranti, come la piscina o i campi di atletica, si pensa meno a tirar fuori il campione da consegnare al procuratore di turno e più a garantirne, se si hanno le risorse e le strutture nelle vicinanze, un minimo di salute.
I campionati europei di sport acquatici e di atletica leggera, conclusisi domenica scorsa, hanno attirato un vasto pubblico e offerto agli affamati di successi utili a testimoniare il grande valore sportivo “congenito” (si fa per dire) al popolo italico, ciò di cui sfamarsi. Le gare in piscina, o sulla Senna – si è trovato spazio anche per quelle – sono state le più significative in tal senso. Ad ogni vittoria “azzurra”, tutto si fermava, i programmi cambiavano in corso d’opera per farci assistere alle cerimonie di premiazione in cui, l’inno di Mameli veniva definito in maniera terribilmente reiterata, “il più bello del mondo”. Torneremo su questo.
Nei campionati di atletica, che hanno visto un indubitabile successo della delegazione italiana, il tema di fondo era quello di battere, nel medagliere, la “Perfida Albione”, così ha avuto il coraggio di definirla un cronista, parlando della Gran Bretagna. Ogni prestazione opaca – sono state poche – degli atleti azzurri trovava, da parte dei cronisti, non di chi gareggiava, scusanti imbarazzanti: il vento, il freddo, l’orario, come se le altre e gli altri avversari non fossero soggetti alle stesse condizioni atmosferiche. Non era cronaca, era propaganda quasi come se chi si cimentava in pista, intento alla corsa, ai lanci o ai salti, rappresentasse in quel momento, la metafora dell’impresa bellica come ideale di vita. Il corridore che riusciva a strappare per pochi centesimi una medaglia e arrivava a terra sfinito è divenuto rappresentazione plastica del soldato che si dovrà presto immolare per difendere i sacri confini. Insomma, una rappresentazione di pura esaltazione nazionalista che poco o nulla aveva a che vedere con le atlete e gli atleti che invece vivevano la competizione come un incontro fra concorrenti, che durante l’anno si ritrovano spesso e che sono da abbracciare e da rispettare.
C’era uno iato immenso fra i commenti, l’inno cantato a squarciagola – le prime terribili strofe – e lo sport vero, fatto di fatica e di sudore o dolore, o gioia condivisa. Infatti, tanto nel nuoto che, soprattutto nell’atletica il meccanismo dell’italianità bianca (quasi ariana viene da dire) è stato sommerso dalla realtà. Nel nuoto ha mosso i primi passi una neo ventenne come Sara Curtis, che intervistata ha più volte riaffermato l’indifferenza di fronte ai commenti razzisti e razzializzanti legati al suo colore della pelle. Nell’atletica buona parte dei successi sono dipesi o da ragazze e ragazzi di seconda generazione (seconda a chi?) o da giovani che stanno provando a trovare qui prospettive di futuro di alto livello. Sì, lo sappiamo che i generali in pensione di turno, insieme ai troll d’ordinanza hanno strepitato sui social ma che il Paese Italia sia ormai questo, per il pubblico, per chi sventolava forsennatamente il tricolore, per chi applaudiva da casa o allo stadio, questa differenza era semplicemente sparita. E i commentatori hanno dovuto raccontare di come due atleti, apparentemente perfetti per la propaganda remigrazionista, siano, chi per amore chi per scelta, tornati all’islam, hanno dovuto intervistare intervistato atlete e atleti, che non corrispondevano al fenotipo caucasico tanto caro. Ma, anche questa ricorda la scoperta dell’acqua calda. Ogni delegazione dei singoli paesi europei aveva fra i propri protagonisti uomini e donne, i cui tratti somatici evidenziavano un background migratorio, persino i Paesi del centro e del nord Europa, a dimostrazione definitiva che tutto il continente sia cambiato nella sua composizione sociale. Il continente europeo, all’interno di quello che potrebbe essere un definitivo inverno demografico, è un crogiuolo di contaminazioni di cui non si vorrebbe – per la logica del pericolo interno – avere la percezione. Del resto, è facile costruire il nemico e convincere che sia tale, mostrando chi è in condizioni di povertà o marginalità indotta dalle leggi e da un razzismo diffuso e di classe. Lo è meno quando quei volti e quei corpi da razzializzare per strada, diventano emblema di successo in cui identificarsi. E se questa è l’ennesima comprova di come il razzismo abbia un fondamento di classe, ma l’impianto ideologico che lo sostiene sia molto più radicato, poggi nel non aver mai – a livello europeo, risolto il passato e il presente coloniali e nel tenere, solo temporaneamente, una serie di eccellenze nel limbo rassicurante della celebrità. Cosa accadrà quando cadrà questa cornice? Quando i grandi atleti torneranno persone normali avendo ottenuto forse soldi, gloria effimera ma la cittadinanza e, in molti casi il titolo di studio, come unici elementi di stabile ascesa sociale? Difficile prevederlo certo è che se la spinta nazionalista si radica in maniera ancora più articolata e interiorizzata nel resto d’Europa, ogni Stato, soprattutto i più deboli e l’Italia è fra questi, renderà più stringenti le misure di contenimento dei diritti per chi non prende medaglie, per chi non diviene celebrità, per chi non sarà ricevuto a Palazzo Chigi o al Quirinale. E si badi bene, soprattutto le atlete, ma anche i ragazzi, hanno positivamente utilizzato il palcoscenico che si è loro offerto per offrire un’immagine alternativa e preziosa, solidale e spensierata, fatta di menti e di corpi che si riconoscono nella comune fatica. La propaganda razzializzante ha accusato il colpo e si sono imposti persino modelli valoriali, nel meticciato assoluto, che sarà difficile combattere.
Poi ci sono le altre e gli altri, la moltitudine. Quelli che per medaglia avranno, quando c’è, uno stipendio decente o un permesso di soggiorno che renda le vite meno precarie e accidentate, quelli che otterranno forme di protezione, anche questa è diventata una durissima specialità olimpica del tutto simile alla maratona. Quelle e quelli che si spaccano la schiena nei campi o nei cantieri, nelle case o nei ristoranti, in ogni nicchia economica offerta per sopravvivere, non per vivere. Coloro che lasciano la vita sul lavoro, coloro per cui il nuoto non è e non sarà mai verso un podio ma verso una possibile salvezza o, più frequentemente, verso una fine silenziosa. Contro costoro il nazionalismo becero di alcuni imprenditori della paura sarà sempre più spietato e nessuno sventolerà il tricolore o canterà l’inno per difenderne i diritti, si dirà e si dice già “se la sono cercata”. Perché l’idea stessa di nazione si fonda sull’esclusione, di fortezza, di privilegi da difendere e non di diritti da estendere, è qui che scavano i più biechi e insospettabili rigurgiti xenofobi da combattere e che non abitano solo i luoghi della destra dichiaratamente xenofoba.
Ma torniamo alle eroine e agli eroi. Nelle cerimonie, quasi tutti hanno cantato con la mano sul cuore “l’Inno più bello del mondo”. Non azzardiamoci in generalizzazioni paternaliste e che riproducono un approccio non ancorato alla realtà. C’è stato chi lo ha cantato perché ci si riconosceva, chi, probabilmente perché doveva, anche a sé stessa/o, riaffermare con maggior vigore di essere italiano, chi per disciplina imposta dalla federazione o dal gruppo sportivo di appartenenza. Ma del testo vogliamo parlarne? Goffredo Mameli lo aveva composto come canto degli italiani, ma si era in pieno Risorgimento. Le strofe, animate ovviamente di patriottismo, recitavano ad un certo punto, “noi siamo da secoli / calpesti e derisi / perché non siam popolo / perché siam divisi” ma, questa parte è, come il resto del testo, rimosso nelle cerimonie odierne. E poi se ne sono appropriati i fautori dell’autonomia regionale differenziata. Di chiara matrice repubblicana, non venne preso in considerazione durante il periodo monarchico e solo, con l’avvento della Repubblica, nell’ottobre del 1946, su proposta del ministro della Guerra, Cipriano Facchinetti (repubblicano) divenne inno provvisorio. La provvisorietà è durata fino al dicembre del 2017 (solo 9 anni fa) con una legge apposita attraverso cui lo si rendeva definitivo. Alle cerimonie sportive si inizia con “Fratelli d’Italia” (intestazione di cui si sono appropriati gli eredi del fascismo che lo aborriva). Prosegue con “l’Italia s’è desta”, un risveglio provocato – ovvio – dalla necessità di difendere i confini “dell’elmo di Scipio (Scipione) / s’è cinta la testa. Già ancora la paura di Annibale, proveniente di certo da Ceuta, era già prevista. “Dov’è la vittoria”. Chissà se ci va il punto interrogativo o un bell’esclamativo? “Le porga la chioma (per farsela tagliare in segno di sottomissione) “che (perché) schiava di Roma, (che ne pensano i padani?) “Iddio la creò”, chiudendo con la riaffermazione dell’identità cristiana su cui si regge il Paese e a cui si dovrebbe adeguare chiunque aspiri a viverci. La guerra riafferma il proprio ruolo strutturale nella creazione dell’italica identità. “Stringiamoci a corte / siam pronti alla morte / siam pronti alla morte / l’Italia chiamò”. E fa sorridere immaginare ultracinquantenni panciuti, giunti alla terza lattina di birra, terrorizzati dalle notizie sparate da Rete 4 e similia, dichiararsi pronti a perire, ma difficilmente capaci di allontanarsi da IPhone o PC.
Potremmo parlare – magari – di nazionalismo straccione, irridendo alle mille contraddizioni contenute in questa paccottiglia di narrazioni confuse, ma purtroppo c’è poco da ridere. È questa dimensione che di solito riesce a portare le persone a farsi ammazzare – citando Villon – “per non importa chi”. Ma gli anticorpi per impedire questo tracollo probabilmente esistono e sono molto più diffusi di quanto appare. Lo sono gli atleti e le atlete che riaffermano la realtà di un mondo in cui i confini sono labili e poco significativi, lo è una generazione nuova che la guerra, comunque, non cesserà mai di odiarla.
Stefano Galieni