Sono passati dieci anni dall’omicidio di Berta Cáceres Flores, leader indigena Lenca e attivista ambientalista, assassinata nella notte tra il 2 e il 3 marzo 2016 nella sua casa a La Esperanza, Intibucà, Honduras. Gustavo Castro, amico messicano ospite da lei quella notte, è rimasto ferito, ma vivo ed è stato il testimone chiave per evitare che l’omicidio venisse relegato a violenza domestica. È stata una vera e propria esecuzione, arrivata dopo anni di minacce.
Fondatrice del Consejo Cívico de Organizaciones Populares e Indígenas de Honduras (Copinh) nel 1993 e vincitrice del Premio Goldman per l’Ambiente nel 2015, Berta ha anticipato il movimento globale per la difesa dell’ambiente che si sarebbe attivato qualche anno dopo con le sue parole durante la premiazione: “¡Despertemos¡ ¡Despertemos Humanidad¡ Ya no hay tiempo. – Svegliati umanità! Non c’è più tempo!”.
Berta era diventata uno dei simboli globali della difesa dei territori indigeni e dei beni comuni, in particolare organizzando le proteste contro il progetto Agua Zarca, che prevedeva la costruzione di una diga sul fiume Gualcarque, sacro per il popolo Lenca. Ma non solo. Le radio comunitarie, create per dare informazioni in un territorio in cui le persone sono poco connesse, la formazione di militanti, l’organizzazione delle popolazioni indigene in difesa della loro terra e dei loro diritti: le attività in cui Berta si muoveva hanno attraversato tutti gli spazi di ribellione. La sua denuncia della triplice dominazione – capitalismo, patriarcato e razzismo – ha caratterizzato tutta la sua vita politica.
La sua uccisione ha trasformato il suo nome in un punto di riferimento per i movimenti ambientalisti e per chi difende i diritti umani in America Latina e non solo. Capita che una delle tante persone che vengono uccise per il loro attivismo diventi più iconica di altre. È quello che è successo a Berta: volevano silenziare la sua voce, e invece si è moltiplicata.
Rimane di bruciante attualità il tema dell’impunità, che in Honduras, uno dei paesi più pericolosi al mondo per donne, attivisti, giornalisti, è strutturale, insieme alla corruzione. Nel corso degli anni la giustizia honduregna ha condannato diversi responsabili materiali dell’omicidio. In totale sette persone sono state riconosciute colpevoli come esecutori, tra cui ex militari e dipendenti dell’azienda coinvolta nel progetto idroelettrico contestato dalle comunità. Nel 2018 sono stati condannati come autori dell’omicidio Sergio Ramon Rodriguez Orellana, il direttore degli affari comunitari della società Desarrollos Energéticos (Desa), e Douglas Geovanny Bustillo, ex tenente dell’esercito e direttore della sicurezza di Desa fino al 2015. Insieme a loro, sono stati anche riconosciuti colpevoli Mariano Diaz Chavez (ufficiale dell’esercito), Elvin Heriberto Rapalo Orellana, Henry Javier Hernandez Rodriguez, Edilson Duarte Meza e Oscar Aroldo Torres Velasquez.
Nel 2021 è stato inoltre condannato come coautore del delitto Roberto David Castillo, ex ufficiale dell’intelligence militare e presidente esecutivo della società Desarrollos Energéticos S.A. (DESA), l’impresa promotrice della diga Agua Zarca. La Corte suprema ha confermato la sua condanna a oltre 22 anni di carcere.
Per la famiglia di Berta e per molte organizzazioni internazionali, tuttavia, queste sentenze rappresentano solo una parte della verità. «Abbiamo ottenuto condanne importanti, ma non abbiamo ancora giustizia completa», ha dichiarato in più occasioni la figlia Bertha Zúñiga Cáceres, oggi coordinatrice del Copinh. «I responsabili intellettuali dell’omicidio non sono stati ancora processati».
Tra le responsabilità ancora oggetto di denuncia pubblica vi è quella attribuita alla potente famiglia imprenditoriale Atala Zablah, una delle più influenti élite economiche dell’Honduras. Diversi membri della famiglia sedevano nel consiglio di amministrazione della società DESA, promotrice del progetto Agua Zarca.
Secondo gli avvocati della famiglia Cáceres e le indagini indipendenti condotte negli ultimi anni, scambi di messaggi interni tra dirigenti dell’azienda e membri delle forze di sicurezza suggerirebbero un coordinamento per fermare l’opposizione al progetto, con riferimenti diretti alle attività di Berta. Ci sono vari video e documentari che riportano questi scambi di messaggi partiti dai cellulari di dirigenti della DESA.
Sulla base di queste prove, la famiglia di Berta e il Copinh hanno presentato denunce penali contro alcuni membri della famiglia Atala, sostenendo che possano aver avuto un ruolo nella pianificazione o nel finanziamento del delitto. Finora però nessun membro della famiglia è stato incriminato formalmente, ma in tutte le manifestazioni uno degli slogan più urlato è “Faltan los Atala – mancano gli Atala”. Come se tutti sapessero cosa accade, in un paese in cui il potere è in mano a poche famiglie, in una logica davvero feudale.
Peraltro, nel 2025, la Commissione Inter Americana su Diritti Umani ha promosso la creazione di un Gruppo interdisciplinare di esperti indipendenti (GIEI) incaricato di rafforzare le indagini sul caso, e il rapporto pubblicato all’inizio del 2026 ha concluso che l’assassinio di Berta era prevedibile e prevenibile. Gli esperti hanno evidenziato come le autorità honduregne fossero a conoscenza delle minacce contro Berta e non abbiano garantito misure di protezione adeguate. Verrebbe da dire che se la protezione doveva arrivare da chi era coinvolto anche in interessi legati ai progetti non è poi così sorprendente che sia stata poco adeguata, visto che il rapporto parla inoltre di una rete di responsabilità che coinvolge interessi economici, apparati di sicurezza e istituzioni statali.
La controversia attorno alla diga Agua Zarca non riguarda soltanto attori honduregni. Il progetto era sostenuto anche da importanti istituzioni finanziarie internazionali, tra cui la banca olandese FMO, il fondo finlandese Finnfund e la banca regionale Banca Centrale Americana per l’Integrazione Economica (BCIE).
Dopo l’assassinio di Berta e la crescente pressione internazionale, alcune di queste istituzioni hanno sospeso o ritirato il proprio finanziamento dal progetto. Organizzazioni per i diritti umani hanno tuttavia criticato la mancanza di controlli adeguati nella fase iniziale del progetto e il fatto che le comunità indigene interessate non fossero state consultate in modo libero e informato, come previsto dalle norme internazionali. Ricordiamo che l’Honduras ha ratificato la Convenzione 169 dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro (ILO), strumento internazionale sui diritti dei popoli indigeni e tribali giuridicamente vincolante, che prevede anche il riconoscimento del diritto alla consultazione e alla partecipazione dei popoli indigeni. La Convenzione obbliga, infatti, gli Stati ad informare i nativi sulle questioni che riguardano direttamente le loro terre e le loro abitudini di vita e a creare strumenti effettivi che garantiscano la loro partecipazione alle decisioni politiche e ai processi di sviluppo. La presunta consultazione è stata oggetto di denunce da parte del Copinh di brogli, di voti realizzate su liste di persone decedute.
Berta aveva girato mezza Europa, con una rete di attivismo non solo ambientalista, ma legata anche alla condanna dello strapotere delle multinazionali europee in America centrale e latina.
Io ho avuto la fortuna di conoscerla durante la Cumbre de los Pueblos – il vertice dei popoli – organizzata nel 2010 a Madrid, durante i negoziati per accordi di libero commercio tra Unione Europea e America Latina e Caraibi, dalla rete Enlanzando Alternativas, dove avevo organizzato proprio un seminario sull’Honduras, a un anno dal colpo di stato – definito “rimozione costituzionale” – contro il presidente legittimo Manuel Zelaya “colpevole” di aver pensato di consultare la popolazione honduregna sull’opportunità di aderire al progetto dell’Alleanza Bolivariana per le America (ALBA) promosso da Hugo Chavez, dando così vita ai processi di rimozione, lawfare e colpi di stato “soft” che hanno caratterizzato gli attacchi ai governi progressisti in America Latina, e che sono culminati nel sequestro di Nicolas Maduro nel gennaio del 2026.
Durante i mesi successivi al colpo di stato, avvenuto il 29 giugno 2009, il presidente ad interim Micheletti, ha approvato il 24 agosto 2009 la Ley General de Agua (la legge generale sull’acqua) che sanciva la definitiva privatizzazione delle fonti idriche in Honduras. In un paese strettamente legato all’estrattivismo è stato un ulteriore passo avanti nella devastazione ambientale contro cui lottava Berta.
La campagna globale nata dopo l’omicidio di Berta ha contribuito ad aprire un dibattito più ampio sul ruolo delle banche di sviluppo nei progetti infrastrutturali in territori indigeni. Tema su cui si dice ancora troppo poco, che tocca direttamente il concetto di sviluppo e di gestione dello stesso da parte delle finanziarie e delle multinazionali occidentali.
Nel 2022, con la vittoria della presidenta Xiomara Castro, la figura di Berta Cáceres ha ricevuto un riconoscimento istituzionale, e la stessa presidenta aveva promesso “giustizia per Berta”.
Berta è stata dichiarata eroina nazionale, e nel 2026 la banca centrale ha lanciato una nuova banconota da 200 lempiras con il suo volto: è la prima volta che una donna compare sulla moneta nazionale del paese. Piccoli gesti che non sono sufficienti, e nel frattempo l’Honduras è tornato in mano alla destra nelle elezioni di novembre 2025. Il neo eletto presidente Nasry Asfura, alleato del presidente Trump ha reso l’Honduras uno tra i paesi che hanno interrotto i loro progetti di cooperazione medica con Cuba a seguito delle pressioni di Washington, accordo che era stato promosso proprio dalla presidenta Xiomara Castro. Secondo un rapporto del Ministero degli Esteri honduregno pubblicato a gennaio, Cuba contava complessivamente 150 medici nel Paese e gestiva cinque laboratori di oculistica. 278 studenti honduregni sono iscritti a percorsi di formazione medica a Cuba.
Nel movimento lenca e nel Copinh non si parla di anniversario della morte, ma di “siembra”, la semina. Si usa questo termine non solo perché la vita e la lotta di Berta continuano a germogliare nei movimenti sociali, ma perché se l’intento era quello di silenziare la voce di Berta, in realtà questa si è moltiplicata, come semi che si spargono per il mondo. Berta siamo milioni è uno degli slogan più usati.
Per il decimo anniversario, tra l’1 e il 2 marzo 2026 centinaia di persone si sono riunite nel centro comunitario Utopía, vicino a La Esperanza, per due giorni di incontri, cerimonie spirituali indigene, assemblee politiche e attività culturali dedicate alla difesa dei territori. E ci sono state manifestazioni a Tegucigalpa, che sono arrivate fin sotto il Palazzo di Giustizia ricordando che non vi sarà né oblio, né perdono.
Durante le commemorazioni, il Copinh ha ribadito la richiesta di verità e giustizia. «La siembra di Berta non è solo memoria», ha affermato Bertha Zúñiga Cáceres. «È un impegno collettivo a continuare la difesa della terra, dell’acqua e della vita».
A dieci anni dalla sua morte, Berta Cáceres resta uno dei simboli più potenti della difesa dei diritti dei popoli indigeni e dell’ambiente in America Latina e non solo. Sono tantissimi i comitati e le iniziative che sono nate in giro per il mondo e che portano il nome di Berta.
La mobilitazione guidata da Berta e dal Copinh ha contribuito alla sospensione del progetto Agua Zarca e ha rafforzato una rete internazionale di solidarietà tra movimenti che si oppongono a progetti estrattivi e infrastrutturali imposti senza consultazione delle comunità locali.
Ma per la famiglia e per le organizzazioni che continuano a chiedere giustizia, il decennale è anche un promemoria della distanza che separa il riconoscimento simbolico dalla piena verità.
Come ripetono ogni anno le comunità lenca durante la siembra: “Berta non è morta, si è moltiplicata”.
Anche a Milano è nato un Comitato Berta Vive, subito dopo il suo omicidio. Il 15 giugno 2016 in occasione della prima mobilitazione internazionale dedicata a Berta. Il Comitato da allora ha realizzato molti eventi, iniziative, cercando sempre di collegare le lotte di Berta a quelle locali e internazionali. Senza mai cadere nella sterile commemorazione ma cercando sempre di far intendere le ragioni della sua lotta, che è la nostra, e le ragioni dietro il suo omicidio. Negli anni il Comitato ha incrociato reti, singole persone, artisti. Nel 2024 Berta Caceres è stata inserita nell’elenco delle vittime innocenti della Mafia, redatto da Libera, con cui il Comitato ha avviato una serie di collaborazioni, portando il nome e la storia di Berta, tra le giovani generazioni.
Dieci anni sono volati senza Berta, ma con Berta siamo milioni.
Anna Camposampiero
