Pubblichiamo oggi l’intervento che Stefano Zanella ha tenuto al webinar “Potere, possesso, dominio sfruttamento. Cosa insegna il caso Epstein” tenutosi lo scorso 18 marzo e organizzato da transform!Italia – Intersezioni Femministe.
La vicenda che ha riguardato il finanziere statunitense può essere considerata esemplare delle attuali forme di dominio e potere.
Le accuse di violenza e sevizie che coinvolgono una classe dirigente – bianca ricca, maschile e anche colta in certi casi – non sono una devianza del sistema capitalista ma il suo volto più espressivo. Un sistema di potere economico e politico dove il corpo di chi è più vulnerabile può diventare terreno di appropriazione: non solo come forza lavoro, ma come vita a disposizione del più forte. Un capitalismo che torna a considerare la guerra una modalità di risoluzione delle proprie contraddizioni interne.
Il caso Epstein, forse sottovalutato specie in Italia, è anche rivelatore del patriarcato nell’epoca dei re e dei tiranni. Un apparato simbolico , per nulla smantellato e che, anzi, nell’attuale contesto internazionale, sembra rafforzarsi.
É tempo che il maschile interroghi se stesso, mettendo in discussione quella “virilità obbligatoria, invasiva e colonizzatrice” che è stata, nei secoli, uno dei suoi tratti distintivi. Vi sono stereotipi da smontare, gerarchie lessicali e relazioni di dominio da smantellare perché essi sono il brodo di coltura dentro il quale continua a formarsi una maschilità tossica.
Stefano Zanella parla proprio di questo.
Abbiamo pensato fosse utile pubblicare il suo intervento dopo che le grandiose manifestazioni No Kings di sabato 28 marzo, in Italia e in altre parti del mondo, hanno dimostrato che la deriva autoritaria e misogina delle destre al comando può essere fermata e che un movimento sociale, potenzialmente in grado di cambiare l’ordine delle cose, è sceso in campo.
Però se per poter immaginare un altro modo di stare al mondo è necessario cambiare il modo di produrre e di vivere che il capitalismo di guerra impone è altresì improrogabile prendere le distanze da quel perverso apparato simbolico che il patriarcato continua a perpetuare.
Paola Guazzo e Nicoletta Pirotta
Mi fa molto piacere poter parlare con voi in italiano di mascolinità critica. In Italia gli studi sul maschile praticamente non esistono, il formatore sulle questioni di genere non è un lavoro e i pochi uomini che fanno divulgazione, forse proprio perché coprono da soli una domanda enorme, si stanno già abbandonando alla vecchia sindrome dell’editorialista. Ma su questo tornerò poco più avanti.
Il caso Epstein è forse una delle violenze che intrecciano capitale e patriarcato meglio documentate, e allo stesso tempo più distorte, dell’era recente. Se seguiamo quel filone della critica che vede l’intervento di Trump in Iran anche come un tentativo di sfuggire allo scandalo del suo coinvolgimento diretto, il quadro si completa con guerra e morte, oltre che con il suicidio in carcere del maschio bianco e attempato che dà il nome a tutta la faccenda.Ma cadere nella tentazione dell’editoriale tutto critica, logica e bibliografia è facile, soprattutto per un uomo bianco etero cis. Ed evidentemente non ci serve quell’editorialista che può fare un qualche tipo di explaining su tutto senza perdere l’aplomb, l’uomo logos. Quello che secondo me è più stringente non è reagire a questa notizia da uomini etero cis: è chiedersi come reagisco ad una notizia come quella del caso Epstein IN QUANTO uomo etero e cis.
Ci sono due modi per non sentirsi coinvolti.
Il primo è sentire la realtà della rete sociale di Epstein come lontana da noi, una roba da criminali miliardari americani (questa variante si sposa bene anche con le teorie del complotto). Ma ormai sappiamo che la piramide della violenza patriarcale prevede vari gradini di persone, più o meno inconsapevoli, che rinforzano reciprocamente la struttura, e alzare le mani dicendo che però io non abito il vertice, quello che prevede stupro e femminicidio, è francamente inaccettabile.
Ma c’è un secondo modo per non sentirsi coinvolti. Il sentirsi già oltre, e qualcuno dirà che è perché ha studiato la letteratura (“la letteratura è l’unica educazione alla sessualità che serve”, cit. qualche professore classista, sprezzante verso chi fa attivismo di base per portare l’educazione al desiderio nelle scuole). Qualcuno dirà che è già oltre perché ha letto tanti saggi femministi e ha visto tutti i film di Agnes Varda: “ho studiato e detto un sacco di cose belle e giustissime, ora devo anche farle? Ho subappaltato la responsabilità della mia mascolinità a un sacco di scrittrici e qualche scrittore”, con la variazione in presenza: “ho subappaltato la responsabilità della mia mascolinità a qualche compagna e forse a qualche compagno sensibile. A posto”.
Ma non si sostiene un esame che poi ci regala un distintivo, non c’è nessun gesto o libro definitivo che ci sistemi per la vita: si è sempre a rischio di ricadere in comportamenti machisti. Per le pressioni sociali e per come la società ci ha educato, ma anche perché la violenza si incarna sempre in nuove forme e con nuovi protagonisti a seconda della situazione, e l’unico modo per evitare di agirla è quello di restare empatici e in ascolto, e non sentirsi esenti.
Ma anche nel momento in cui sento che il caso Epstein parla un po’ di me, si ritorna al punto di partenza: cosa ne faccio della mia mascolinità?
Serve tantissima autocoscienza, tanto contatto con i propri pensieri e le proprie emozioni per far fare anche solo un centimetro al proprio corpo. Lo sento sulla mia pelle, lo abbiamo sentito insieme con i gruppi di autocoscienza maschile che ho attraversato, e nelle chiacchiere con la mia rete stretta di amicizie.
E questa cosa può sembrare snervante, può farti convincere che non se ne possa uscire mai. Può farti sentire sommerso dai sensi di colpa, o può riempirti di nuova rabbia.
Ma una decostruzione immobile per i sensi di colpa non serve proprio a nessuno, e la rabbia è di nuovo l’unica emozione maschile che ha sempre avuto legittimità ad essere politicizzata. E invece ci sono tante altre emozioni che provano gli uomini e che aspettano di essere politicizzate, ad esempio la tristezza, il senso di vulnerabilità, l’affetto. E sono necessità che gli uomini hanno un disperato bisogno di esternalizzare e discutere con altri uomini.
Non dobbiamo “solo” rielaborare il privilegio, non dobbiamo “solo” seguire una profilassi giustissima, ma pur sempre una profilassi, e tutta in negativo.
Una banalità: non dover aspettare di trovare una donna con cui poter parlare di emotività, ma poterlo fare con i miei amici è incredibilmente liberatorio, crea salute personale e collettiva.Poter parlare con i miei amici non di “sesso” (tono goliardico) o di “sesso” (tono pudico e decoroso), ma di sesso, senza nessuna performance e con attenzione all’emotività, con autoironia, è ancora rivoluzionario. Dovrebbe diventare la base.
E questo serve a bilanciare il costante senso di essere fuori tempo massimo, perché stiamo ancora provando a capirci qualcosa mentre traduciamo le scrittrici femministe e non sappiamo ancora proporre un gran che. Mentre il maschile è ancora il genere neutro, che definisce tutto ma non sa definirsi, che non ha parole per esprimere il proprio desiderio, le proprie necessità e i propri consensi, e quindi non sa rispettare quelli delle altre e degli altri. E però allora di nuovo, quanto è importante chiedersi “come stai” insieme, con i miei amici.
Il maschile è un enorme territorio inesplorato, serve darsi nuove pratiche insieme, essere creativi, usare molta autoironia, se non altro per disinnescare tutti i significati simbolici che il nostro corpo proietta in una situazione sociale (e qui arriva una parte spaventosa), anche al di fuori della nostra volontà.
Non serve cercare di diventare degli eroi o degli anti-eroi, ed è molto dannoso sentirsi dei preti predicatori della decostruzione. Proporre nuovi modelli di maschili sostenibili significa anche partire dalla consapevolezza che si sbaglierà, mettersela via senza cercare troppe giustificazioni e chiedersi cosa si può fare dopo.
L’esempio è quello che mi faceva una compagna di un collettivo femminista quando vivevo a Bologna. Un ragazzo le aveva raccontato che era per strada a tarda notte, e ad un certo momento era apparsa una ragazza che camminava davanti a lui. Subito si era reso conto che lei si sentiva a disagio per la sua presenza, e così ha pensato di aumentare il passo per raggiungerla e dirle che lui in realtà era un tipo tranquillo. E così la ragazza ha aumentato il passo, e lui di conseguenza, fino a che quasi stavano correndo. La mia amica me lo raccontava ridendo ma con anche un evidente senso della tragedia.
Se ci sono degli uomini, dei maschi, magari bianchi etero e cis collegati: trovatevi con altri uomini per parlare, create dei gruppi informali di autocoscienza. Per rielaborare il privilegio, per cercare dei modelli di mascolinità più sostenibili. Per parlare di emozioni, per mettercela via insieme che si sbaglia sempre un pò. Perché le dinamiche di cura creano benessere, e perché siamo evidentemente fuori tempo massimo.
Stefano Zanella ha svolto servizio civile come educatore in Perù.
Ha studiato lettere e italianistica tra Bologna e Granada.
È stato ciclo fattorino, libraio, cameriere, guida e ricercatore.
Attualmente risiede a Colonia, dove sta cercando di diminuire ulteriormente l’importanza del lavoro nella sua vita.
Ha fatto parte di diverse esperienze di attivismo dal basso, tra cui un laboratorio di nuove mascolinità e un gruppo di autocoscienza maschile. Attualmente sta cercando di replicare la stessa esperienza nel nord ovest della Germania.
Considera “cura” e “anticolonialismo” due parole fondamentali per accedere ad una nuova realtà e per darle ordine.