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Cosa ne è della pretesa di pianificare la trasformazione sociale?

di Roberto
Rosso

Tra le mille considerazioni che si possono fare sullo stato delle cose del mondo mi torna sempre alla mente la contraddizione lampante tra il sovrapporsi, il reciproco aggravarsi tra i processi di crisi che attraversano il globo e la straordinaria capacità di raccogliere- in tempo reale rispetto all’andamento di micro e macro processi- moli dati e di elaborarli producendo modelli, rappresentazioni del reale e previsioni sul suo futuro. Certo a questa considerazione si può affermare che la complessità del mondo è comunque superiore a qualsiasi modello interpretativo e che il  dispositivo digitale, lo stato delle conoscenze che se ne derivano assieme ai processi decisionali che ne usufruiscono, fanno parte dello stato del mondo, ne aumentano la complessità; la considerazione primaria è che l’osservatore è parte del contesto osservato ne influenza l’andamento, questo è vero a livello macro senza dover scomodare la meccanica quantistica ed il principio di indeterminazione di Heisenberg.

Marx a suo tempo qualcosa ha detto sulle contraddizioni insanabili del sistema capitalistico e lo stato del mondo, il livello delle diseguaglianze, dello sfruttamento, della concentrazione della ricchezza a livello globale ce ne da’ conferma. Tuttavia la potenza di quello che definiamo per comodità e in sintesi ‘il dispositivo digitale globale’ indubbiamente ci fa riflettere; il cambiamento climatico -effetto del riscaldamento globale indotto dalle emissioni di gas climalteranti provocate dall’uso dei combustibili fossili- è ormai descritto con sufficiente approssimazione, dai modelli che ne prevedono l’andamento in funzione del livello delle emissioni. Ciò nonostante il sostanziale fallimento della conferenza COP26 ha dimostrato come lo  stato delle relazioni globali, la divisione internazionale del lavoro, il livello dei conflitti geopolitici impediscono qualsiasi forma di collaborazione globale –come il problema per sua natura richiederebbe- lasciando ogni regione del globo ad affrontarne in splendido isolamento le conseguenze sempre più drammatiche; di più le diverse condizioni ed i diversi mezzi a disposizioni nell’affrontare il cambiamento vengono giocati nel confronto geo-strategico.

Con tutte le varianti possibili nel rapporto tra stato e imprese, tra pubblico e privato, nelle forme di governo politico in buona sostanza il mondo è dominato dall’economia di mercato; la domanda da cui parte la nostra riflessione può essere tradotta in quella che si pone l’interrogativo sulla attualità e la possibilità della pianificazione nell’epoca degli algoritmi, domanda che ad esempio si pongono Cédric DURAND et Razmig KEUCHEYAN nell’articolo ‘PLANIFIER A L’ÂGE DES ALGORITHMES’1 dove riepilogano velocemente le vicende della pianificazione nell’URSS, dal primo piano quinquennale del 1928 alla dissoluzione del Gosplan nel 1991, con i suoi grandi successi nel trasformare un paese sostanzialmente agricolo, salvo alcuni centri  industriali e urbani con la loro concentrazione di classe operaia e borghesia,  attraverso vicende tragiche e complesse che comprendono il secondo conflitto mondiale; l’economia dell’URSS entrò a partire dagli anni ’70 in una fase di stagnazione crescente.

Negli anni 1950-1960 nell’URSS si cercò di attuare, da parte di economisti ed informatici, una sorta di ‘gestione automatica dell’economia’ allo scopo di porre rimedio alle disfunzionalità del processo di pianificazione, che non si attuò sostanzialmente per l’opposizione dell’apparato burocratico che non volle rinunciare alle proprie prerogative oltre che ai limiti nelle capacità di elaborazione. I due autori, la cui analisi non si può riassumere, sottolineano comunque la separazione verticale tra i produttori e l’apparato centrale di governo dell’economia e l’uso della moneta nel funzionamento dell’economia. Gli autori in un certo senso ripercorrono l’analisi di Charles Bettelheim sull’economia dell’URSS e l’incapacità di espungere la moneta dal processo economico, fondandolo su una sorta di calcolo economico sociale2.

Ben altro è il panorama attuale, ovviamente, nel quale la competizione sul piano dell’innovazione tecnologico-digitale costituisce il cuore del confronto geo-strategico; è in questo contesto che si pongono tutti gli interrogativi sull’uso del digitale per ‘pianificare’ l’andamento complessivo delle formazioni sociali, dell’economia in senso lato. Il cambiamento climatico, la devastazione degli ecosistemi, la riduzione della biodiversità, l’incremento demografico -che ha portato la popolazione mondiale a superare gli otto miliardi correndo verso i dieci, sempre più concentrata in aree metropolitane e megalopoli- la disponibilità limitata di materie prime necessarie allo sviluppo di nuove tecnologie, tutto ciò rende allo stesso tempo sempre più problematica e assolutamente necessaria una qualche forma di ‘pianificazione’.

L’andamento del riscaldamento globale ci avverte che la ‘pianificazione’ necessaria consiste in una riconversione profonda, di una ristrutturazione radicale dei processi produttivi e riproduttivi, senza la quale non si arresta la deriva ormai in atto; un cambiamento di quella radicalità richiede una piena convergenza di scelte strategiche da parte delle potenze del globo, stati e/o imprese oligopolistiche capaci comunque di esercitare una sovranità aspetti sostanziali della riproduzione sociale. Purtroppo come abbiamo visto non è ciò che accade nonostante la piena consapevolezza dello stato delle cose; o meglio, se pensiamo alla possibilità di una vittoria politica alle prossime lezioni di metà mandato (midterm) negli Stati Uniti da parte dei repubblicani di orientamento trumpiano, potremmo assistere ad una brusca frenata nelle già insufficienti politiche di contrasto al cambiamento climatico da parte della prima potenza economica. Gli orientamenti della Corte Suprema a loro volta non depongono a favore di scelte ecologiste.

Il governo dei processi oggi possibile da un lato si basa sulla capacità di acquisire e trattare centralmente una mole di dati che cresce esponenzialmente in termini di pervasività, raccolta ed elaborazione, dall’altro il governo di una formazione sociale, la sua riconversione radicale nel giro di pochi anni richiede un fortissimo grado di partecipazione, di cui il dispositivo digitale dovrebbe essere strumento, garantendo connessione, condivisione di conoscenze, coordinamento in tempo reale; l’alternativa sarebbe il totale dominio di un sovrano illuminato dotato di straordinari poteri tecnologici. La condizione di gran parte dell’umanità non sembra coincidere con nessuna delle alternative proposte.

L’intreccio delle crisi in atto mostra una frammentazione delle relazioni interne alla globalizzazione, alle interdipendenze che l’hanno costituita; questa frammentazione ha mostrato le conseguenze drammatiche della mancanza di forme sovranità da parte di piccole e grandi regioni del globo rispetto alle risorse di base necessarie per la propria riproduzione, quelle energetiche ed alimentari in primo luogo; laddove, la forma finanziarizzata dei mercati di tutte le merci a circolazione globale, ha moltiplicato gli effetti del blocco delle catene globali di approvvigionamento dovuto alla pandemia, alla guerra  o alla crisi climatica, con il conseguente andamento sussultorio del rapport tra domanda ed offerta.

Dentro i conflitti e le crisi che lacerano il tessuto della globalizzazione si ricercano nuove alleanze, nuove configurazioni strategiche, magari a geometria variabile, come di mostra l’iniziativa dei BRICS di cui tratta in un altro articolo di questo numero Alessandro Scassellati o il contemporaneo aggiornamento della strategia che emerge dall’incontro del G7 che mira a contrastare l’influenza della Cina che si esprime ni BRICS e nella strategia della ‘nuova via della seta’.

L’andamento sempre più imprevedibile dei cicli economici e dei mercati, l’incapacità di intervenire sui processi inflazionistici da parte delle banche centrali in Europa e negli USA se non con i tradizionali strumenti deflazionistici dell’innalzamento dei tassi e la riduzione drastica dell’immissione di liquidità, dei finanziamenti all’economia -da cui una prospettiva di rallentamento significativo dell’attività economica ed innalzamento del costo del debito- impone la ricerca di nuovi approdi o quantomeno convogli a cui aggregarsi per attraversare i mari agitati delle crisi.

La competizione in questi giorni è tra G7 e BRICS, con tutte le varianti e gli equilibrismi del caso. Dal G7 esce la proposta di finanziare opere strutturali per 600 miliardi di dollari da qui al 2027, confermando la proposta del presidente Biden al G7 del 2021 ‘ denominata ‘Build Back Better World’, l’obiettivo evidente è quello di contrastare l’iniziativa Cinese che costituisce l’architrave del progetto definito nell’ultimo documento dei BRICS. In questo fiorire di proposte di collaborazione e di soccorso ai paesi più in crisi, è necessario andare oltre alle intenzioni dichiarate nei documenti per individuarne il tessuto concreto i rapporti di forza e gli interessi soggiacenti. In particolare il documento dei BRICS espone una architettura molto articolata su diversi piani di iniziativa e collaborazione che richiede una analisi approfondita che vada oltre le buone intenzioni dichiarate, che in quanto tali lasciano il tempo che trovano. In dubbiamente l’iniziativa cinese è molto più strutturata dell’improvvisata del G7. Il punto di riferimento ad oggi è l’impatto che storicamente hanno gli interventi di Banca Mondiale e Fondo Monetario sui paesi in crisi con le loro strategie di ristrutturazione delle economie, con il loro carico di aumento delle diseguaglianze, privatizzazioni e alienazione delle risorse nazionali a favore di società multinazionali.

La creazione di circuiti monetari e finanziari alternativi al dollaro ed allo SWIFT, che le sanzioni alla Russia hanno ulteriormente sollecitato, costituisce forse la posta principale e la più difficile; difficile da creare benché oggi ce ne siano le premesse, ma per ora poco di più, soprattutto difficile da creare in una forma alternativa che eviti la trappola del debito per i soggetti più deboli, stante che non si vive di buone intenzioni. La vicenda dello Sri Lanka costituisce un buon esempio, stanti i suoi stretti rapporti con la Cina ed il peso che ha avuto nella sua vicenda la realizzazione di infrastrutture forse utili più che al paese alla Cina nel suo dispiegamento strategico3.

Il flusso di informazione ha sempre accompagnato necessariamente qualsiasi forma economica, la moneta costituisce nelle sue tre determinazioni un processo di astrazione delle qualità concrete delle relazioni sociali, e quindi una astrazione ed una semplificazione delle complessità della materia sociale soggiacente agli scambi. Nell’economia, definita ormai come algoritmica nelle sue diverse funzioni, il flusso di informazioni accompagna ogni singolo minimo atto, il governo di questo flusso determina i rapporti di forza in campo; quando si parla di forme di cooperazione e collaborazione tocca analizzare, comprendere la natura le proporzioni di questi flussi di informazione per dedurne il quadro reale dei rapporti di forza. Purtroppo la lettura dei documenti e dei patti questo non ce lo dice, almeno esplicitamente.

I flussi finanziari molto ci dicono, tuttavia l’incombere di ulteriori effetti destabilizzanti da parte di innovazioni tecnologiche (disruptives) assieme alla necessità di appropriarsi di risorse legate alla biodiversità, alla fertilità dei suoli oltre che alle materie prime, a fronte della crescita e della composizione demografica dei diversi paesi, rende il flusso di informazioni lo strumento principe per governare  i processi, determinare la posizione di ogni singolo paese nei rapporti di forza globali.

La dichiarazione finale del XIV BRICS Summit a Pechino, è ricca di indicazioni e deve essere analizzata con la lente di ingrandimento e soprattutto seguita nel processo che ne consegue. Significativo è il passo seguente.

Prendiamo atto dell’ospitalità da parte della Cina di “Acquista BRICS” evento di promozione online e sostegno all’economia digitale BRICS Quadro di partenariato, Iniziativa BRICS sul commercio e gli investimenti per la sostenibilità Sviluppo e iniziativa BRICS per rafforzare la cooperazione sulle catene di approvvigionamento.

Riconosciamo le sfide che devono affrontare lo sviluppo del commercio e degli investimenti nel digitale

e riconoscere che i membri BRICS sono a diversi livelli di digitale sviluppo, e quindi riconoscere la necessità di affrontare le rispettive sfide compreso il divario digitale. Accogliamo con favore l’istituzione del Gruppo di lavoro sull’economia digitale aggiornando il gruppo di lavoro sull’e-commerce.”

 

A proposito di digitale e infrastrutture significativo è anche il seguente passo, dove è sottolineato il ruolo delle Public Private Partnerships.

“We recognize the key role that infrastructure investment can play in facilitating sustainable development. We reaffirm our understanding that PPPs are,an effective approach to leveraging the private sector to address infrastructure gaps, and scaling up infrastructure assets. We endorse the Technical Report on Public Private Partnerships for Sustainable Development. We welcome the exchange and sharing of good practices and experiences, and encourage further cooperation

on infrastructure investment and PPPs. We look forward to resuming technical engagements with the NDB and the BRICS Task Force on PPP and Infrastructure n the Integrated Digital Platform on infrastructure investment projects and call for intensification of work in this area.”

I punti 44-45-46 della dichiarazione si soffermano sui processi di innovazione digitale, tecnologica ed industriale, il punto 57 sui Big data e Intelligenza Artificiale.

Indubbiamente si apre un grande mercato per chi ha il controllo sulle filiere tecnologiche e produttive più avanzate, dai vaccini al digitale, all’industria 4.0, Quale sarà il risultato in parte è già scritto in parte è tutto da determinare.

Lo sviluppo delle istituzioni e delle soluzioni comuni sul piano finanziario e monetario costituiscono assieme premessa, contesto e risultato dei processi di cooperazione messi  in progetto e in atto; a loro volta dipendono dalla loro implementazione su infrastrutture digitali e dalle forme di controllo su queste ultime; vedi lo sviluppo delle monete digitali emesse dalla banche centrali le cosiddette CBDC, su cui la Cina  è molto avanti al punto che la sua realizzazione è vista dagli USA come uno strumento di egemonia sul piano globale.

Dal quesito iniziale, vale a dire la capacità di pianificare la trasformazione sociale nel contesto delle crisi correnti  coin gli strumenti che il digitale mette a disposizione, abbiamo fatto un breve percorso che ha preso in esame i conflitti e la competizione geo-strategica che impedisce un affrontamento globale e solidale di queste crisi, anzi le alimenta, assieme alle forme di collaborazione che aggregano quote significative di paesi, come G7 e BRICS, in forme più innovative ed efficienti di cooperazione.

Se un affrontamento unitario delle crisi non è in vista anzi siamo in presenza di un crescente grado di conflittualità e della tendenza alla guerra assieme ad una crescita delle diseguaglianze su scala planetaria, dobbiamo guardare alla sostanza delle forme di cooperazione che si stanno mettendo in atto, in partizioni più meno separate del vecchio mondo globalizzato, quali le forme di governo, di sviluppo solidale piuttosto che diseguale e gerarchizzato si vanno realizzando al loro interno, con quale solidità e prospettiva ed infine se si manifesteranno come strumenti di aggravamento o di riduzione dei conflitti e delle guerre, come sino ad ora  è  stato.

Roberto Rosso

 

  1. https://www.cairn.info/revue-actuel-marx-2019-1-page-81.htm  []
  2. Bettelheim, nel suo lavoro di intellettuale marxista, consulente economico a Cuba, in Algeria, in Egitto e in India, docente universitario irregolare, prende le mosse dalla necessità di mettere in discussione il paradigma dell’economia capitalistica secondo cui solo un mercato autoregolato avrebbe inscritto nel proprio destino uno sviluppo privo di crisi e deragliamenti. Contro Friedrich Hayek e Ludwig von Mises, e rifacendosi alle argomentazioni di Engels secondo il quale la produzione immediatamente sociale esclude la trasformazione dei prodotti in merci e quindi, in assenza di scambio, in valori, l’economista francese ribadisce la necessità di organizzare la produzione in base ad un piano che tenga conto dell’utilità degli oggetti in uso, considerati in rapporto alla quantità di lavoro necessario alla loro produzione. Il che significa che la pianificazione degli investimenti non deve essere sottomessa a un criterio di redditività monetaria ma a un criterio di efficacia sociale e, quindi, politica. Da qui la differenza tra modo di produzione capitalistico, nel quale valore e prezzi sono finalizzati all’appropriazione di plusvalore, e modo di produzione socialista fondato sulla legge di regolazione sociale dell’economia e implicante il controllo crescente dei produttori immediati sulla produzione in funzione dei loro bisogni presenti e futurihttp://www.palermo-grad.com/leggere-bettelheim-nel-2015.html []
  3. https://abcnews.go.com/International/wireStory/china-wild-card-sri-lankas-debt-crisis-84851676  []
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