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Che fare con Putin? “Realisti” contro “liberal-imperialisti”

di Franco
Ferrari

Quali sono gli obbiettivi di Putin e in che modo va interpretata la decisione di aggredire militarmente l’Ucraina? Dando risposta a queste domande si possono trarre implicazioni politiche molto diverse e questo è il tema di un dibattito che negli Stati Uniti procede da diversi anni. Se finora il confronto tra le diverse posizioni poteva sembrare avere una rilevanza più che altro accademica, in questo momento si afferma come una delle questioni chiave che avrà pesanti conseguenze per tutti i popoli europei, in primo luogo, e per la scena globale.

L’interpretazione ufficiale è quella che si può trarre dai discorsi dei governanti occidentali in questi giorni. Per Biden, Putin vuole ricreare l’Unione Sovietica. Per altri l’impero zarista. In ogni caso esisterebbe un imperialismo russo aggressivo che metterebbe in pericolo tutta l’Europa, che quindi si deve mobilitare aumentando le spese militari, rafforzando la Nato, procedendo ad uno scontro senza risparmio di colpi verso la Russia. Questa interpretazione non è di oggi ma ha corso almeno da una quindicina di anni.

In pratica da qualche anno dopo la fine della leadership di Eltsin che, avendo attivamente contribuito a disfare l’Unione Sovietica, non poteva essere accusato di mire imperiali. Putin, pur essendo di Eltsin l’erede designato, ha manifestato per alcuni anni la piena disponibilità a collaborare con gli Stati Uniti in politica estera. Contemporaneamente ha iniziato a ridefinire il blocco di potere interno, riducendo la componente oligarchica troppo legata all’occidente (in altri tempi si sarebbe detto l’ala “compradora”), al fine di fare della Russia un partner riconosciuto perlomeno in una dimensione regionale e non di suddito subalterno e passivo.

Questo mutamento di prospettiva ha costituito una delle ragioni che hanno consentito a Putin di godere per tutta una fase di un forte consenso popolare (poi puntellato con un crescente autoritarismo e con la repressione). Ma ha anche cominciato ad incrinare i suoi rapporti con l’Occidente.

Alla corrente interpretativa dominante sulla natura aggressiva della politica russa, che in questi giorni trova ampio spazio sui media italiani, con gli abituali schemi propagandistici già attivati in tutte le occasioni in cui si è aperta la strada ad un conflitto di tipo militare (Serbia, Iraq, Libia, Afghanistan, ecc.), se ne è opposta un’altra, negli Stati Uniti, che ha dato da una lettura completamente diversa degli avvenimenti. Qualche flebile voce in tal senso si ritrova anche in Italia, pur sommersa dalla narrazione dominante.

Si tratta, va detto, di una corrente largamente minoritaria nell’establishment USA e nella quale confluiscono orientamenti politici diversi. Un critico di sinistra di quella che ha definito la “demonizzazione” di Putin, era Stephen Cohen, recentemente scomparso. Storico della Russia, noto in Italia al di fuori della cerchia specialistica per la sua biografia di Bucharin, sosteneva già nel maggio del 2012 che il “ritualistico Putin-bashing” (qualcosa come “bastonare”) contrastava con la necessità vitale per la sicurezza degli Stati Uniti di mantenere una cooperazione di lungo termine con Mosca su molti fronti vitali e aveva l’effetto di rendere più difficile la definizione di una politica razionale.

Cohen polemizzava con coloro che paragonavano la politica di Putin con quella di Saddam Hussein, Stalin e Hitler e sostenevano che la sua intera politica estera, passata e presente, consistesse nel cercare di “restaurare l’impero russo”. Questo intervento del 2012, riaffermato su “The Nation” l’anno successivo, era antecedente all’annessione russa della Crimea. Ma questa posizione è stata mantenuta ed argomentata da Cohen fino alla sua scomparsa.

Proprio l’annessione della Crimea ha portato un’altra corrente intellettuale americana, quella dei cosiddetti “realisti” a criticare la politica prevalente negli Stati Uniti nei confronti della Russia. Il suo principale e più brillante interprete è John Mearsheimer che pubblicò un saggio nel 2014 sul “perché la crisi ucraina è colpa dell’occidente”. Un tema ripreso in una conferenza tenuta all’Università di Chicago e che, pubblicata su YouTube, ha già raggiunto 11 milioni di visualizzazioni.

La visione di Mearsheimer è che continuino a valere i principi e le logiche dei rapporti tra le grandi potenze che hanno orientato le politiche del ventesimo secolo. La politica americana di espansione della Nato all’est, la dichiarazione assunta a Bucarest dalla Nato stessa di una futura (anche se indeterminata nel tempo) adesione di Ucraina e Georgia e l’intervento politico diretto degli Stati Uniti per spostare l’assetto politico interno dell’Ucraina in direzione dell’Occidente, abbiano portato la Russia ha scegliere una linea di scontro e non più di collaborazione con le potenze occidentali.

Questa valutazione molto critica della scelta compiuta nel 2008 a Bucarest dalla Nato, come passaggio fondamentale nel cambiamento dei rapporti con la Russia, che avrebbe posto le basi per la crisi ucraina, è condivisa anche da altri come l’ex ambasciatore Usa presso la Nato Robert Hunter, di cui parla più diffusamente Mario Boffo in un altro articolo su questo numero di Transform! Italia.

Secondo quanto riferiscono le diverse analisi, fu Bush a premere per quella dichiarazione di apertura all’ingresso nella Nato di Ucraina e Georgia, contro l’opinione della stessa intelligence USA e di Francia e Germania. La soluzione finale fu un compromesso dato che non si indicava l’avvio di un percorso preciso, ma in ogni caso si andava contro quella che la Russia considerava una propria “linea rossa”. Secondo le stesse fonti americane, il successivo conflitto tra Georgia e Russia fu un’immediata conseguenza di quella decisione. Il Presidente georgiano di allora ritenne di poter cogliere l’occasione per mettere fine con la forza militare all’esistenza di due enclave di minoranze russe. L’immediato intervento militare della Russia costrinse la Georgia ad accettare il mantenimento dello status quo.

La critica di Mearsheimer e di altri non è frutto di una visione “pacifista” (non sono affatto “buonisti” come scriverebbero gli editorialisti nostrani) perché legittimano il ricorso alla guerra per quelli che vengono ritenuti gli “interessi vitali” degli Stati Uniti, ma sulla base della stessa logica riconoscono l’esistenza di analoghi interessi vitali anche per le altre grandi potenze. Inoltre ritengono che essendo la Cina il vero competitore strategico di lungo periodo, sia un errore spingere la Russia nel campo avverso.

Stephen Walt, che si muove sulla stessa linea di pensiero di Mearsheimer, ha riproposto le stesse critiche in un articolo su Foreign Policy del gennaio scorso (prima dell’azione militare russa di fine febbraio) sostenendo che la “più grande tragedia della potenziale invasione russa è quanto facilmente essa potrebbe essere evitata”. Walt definisce come causa della crisi “l’illusione liberale”, ovvero l’idea che dopo il crollo dell’Unione Sovietica si fosse entrati in un ordine mondiale in cui tutte le nazioni si sarebbero concentrate nel diventare più ricche in un “ordine liberale sempre più aperto, armonioso, basato sulle regole, formato e garantito dalla potenza benevola degli Stati Uniti”.

A questo Mearsheimer e Walt contrappongono invece l’idea che tutte le grandi potenze fronteggino più o meno gli stessi problemi ovvero “la necessità di essere sicuri in un mondo nel quale la guerra è sempre possibile”.

Si tratta di una visione sostanzialmente conservatrice che presuppone un mondo nel quale le regole fondamentale basate sui rapporti tra gli Stati e le logiche di potenze non cambino, ma ha quanto meno il pregio, soprattutto in questa fase, di non alimentare l’isteria bellicista sulla quale si stanno sintonizzando le classi politiche europee.

Significativo di questa tendenza è il richiam di Draghi, nel discorso in Parlamento, a Robert Kagan, quale ispiratore ideologico della nuova fase politica internazionale. Kagan è stato promotore di quel “Progetto per il nuovo secolo americano” che ha convogliato il rilancio di un ruolo neo-imperiale degli Stati Uniti, dopo la fine della “guerra fredda”, nel quale si è riconosciuta la corrente ideologica neoconservatrice.

Kagan, sostenitore dell’uso della forza militare come strumento normale della gestione dei conflitti globali, è stato consulente e sostenitore di diversi presidenti o candidati repubblicani. Ultimo in ordine di tempo John McCain. Ma si è distaccato dai repubblicani con l’ascesa di Trump. E’ stato un grande sostenitore della guerra in Iraq, voluta da Bush figlio.

Suo fratello Frederick Kagan è stato a sua volta il principale architetto della strategia militare americana per cercare di prendere il controllo dell’Iraq dopo la sconfitta di Saddam Hussein: la cosiddetta “surge”. Come denunciava sarcasticamente Glenn Greenwold sulla rivista Salon, Robert Kagan scriveva editoriali sul Washington Post per sostenere quanto successo avesse avuto la strategia ispirata dal fratello. Mentre su un’altra rivista autorevole era la moglie di Frederick Kagan a illustrare i benefici della “surge” (e considerato il ruolo di primo piano avuto da Victoria Nuland, moglie di Robert Kagan, nella gestione diretta del ribaltone politico avvenuto in Ucraina nel 2014, si potrebbe parlare di un caso di “imperialismo in una sola famiglia”).

Greenwold, la cui lettura potrebbe forse essere consigliata al nostro Presidente del Consiglio, spiegava già diversi anni fa che nessuna persona ragionevole avrebbe dato credito alle opinioni di Kagan su qualsivoglia argomento. Per quattro anni aveva “sputato menzogne” per nascondere agli americani il totale fallimento della politica da lui sostenuta in Iraq.

Robert Kagan si è schierato contro Trump e ha sostenuto Hillary Clinton. Nel caso dell’ex Presidente ha parlato di “fascismo incipiente”. Il passaggio di Kagan dall’ala neocon dei repubblicani a quella che Mearsheimer definisce “liberal-imperialista” della Clinton non è particolarmente sorprendente. La Clinton d’altra parte ha sostenuto la guerra in Iraq, ha spinto per l’intervento USA in Libia (mentre Obama e gran parte dell’establishment militare erano piuttosto scettici) e ha fatto pressione per un maggiore coinvolgimento militare in Siria (in questo caso prevalse l’opposizione di Obama). In questi giorni ha indicato per l’Ucraina il modello Afghanistan, paese nel quale gli Stati Uniti hanno armato l’opposizione fondamentalista all’Unione Sovietica negli anni ‘80. Certamente l’Afghanistan ha contribuito al crollo dell’URSS, ma gli afghani l’hanno pagata con quaranta anni di guerra (trenta dei quali dopo l’abbandono dei sovietici), milioni di morti e di profughi, per poi essere riconsegnati ai talebani.

Per Kagan non c’è dubbio che la Clinton sia meglio di Trump, il quale rappresenta un altro indirizzo di politica estera che rielabora in termini aggiornati la visione della corrente “isolazionista” dell’establishment statunitense. Un isolazionismo che nel contesto dell’espansione del capitalismo globalizzato non consente realmente nemmeno agli Stati Uniti di chiudersi nelle proprie frontiere. Ma per Trump la priorità è affermare l’interesse degli Stati Uniti sopra tutto. In secondo luogo era interessato a mantenere il consenso di quelle aree di elettorato americano particolarmente sensibili alla politica estera (i cristiani fondamentalisti sionisti e la comunità degli esiliati cubani).

La politica estera di Biden differisce da quella dei neoconservatori su due punti. Il primo riguarda la necessità di evitare di impigliarsi in conflitti militari in settori considerati non strategici e di evitare conseguentemente l’impiego di militari USA all’estero. Il secondo evidenzia la convinzione che per svolgere realmente il ruolo di potenza imperiale egemone si debba ridefinire anche l’assetto interno, ricostruendo la cosiddetta “classe media” (che comprende anche la parte più stabile del lavoro dipendente) e recuperando una legittimazione ideologica come modello di democrazia “esportabile”.

In questo Biden si ricollega a quel filone ideologico costituito dai cosiddetti “cold war liberal”, o liberali della guerra fredda. Relativamente progressisti sulle questioni interne (welfare, diritti civili) ma oltranzisti e interventisti sulla scena globale (allora in funzione anticomunista oggi secondo il fronte democrazia/autoritarismo). Un classico esempio di questo filone fu Hubert Humphrey, candidato democratico progressista sconfitto per il suo indefettibile sostegno alla guerra in Vietnam, quando ormai si era già capito che si sarebbe risolta in un disastro.

La radicalizzazione della crisi ucraina ha l’indubbio vantaggio per Biden di rilanciare la Nato, che era data per moribonda, e di chiudere la porta a qualsiasi gestione autonoma del rapporto con la Russia da parte dell’Unione Europea. Il tutto senza impiegare militari Usa, né subire (ma qui forse sbaglia i calcoli) grandi effetti negativi sulla propria economia.

Gli effetti negativi della crisi ucraina avranno soprattutto per l’Europa un impatto negativo che probabilmente sopravvivrà alla stessa, barcollante, presidenza Biden. Ma non sarà certo il ritorno di Trump o di un candidato repubblicano che si muoverà nella stessa direzione a togliere le castagne dal fuoco per noi.

Franco Ferrari

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