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Bologna, Draghi e Askatasuna

di Roberto
Rosso

Riprendiamo dalle conclusioni del convegno di Bologna del 24 -25 gennaio.
Poniamoci il problema di come sabotare realmente i nodi strategici della filiera del capitalismo bellico e pensiamo a come costruire uno sciopero generale europeo. Stanno costruendo un apparato repressivo che attacca direttamente la possibilità di ribaltare i rapporti di forza; stanno delineando un clima intimidatorio e patriarcale che dietro l’inevitabilità della guerra nasconde l’inarrestabile smantellamento dei nostri diritti sociali e della nostra industria civile; stanno imponendo un approccio predatorio che sta devastando il nostro sistema industriale promettendo ai padroni la tutela dei profitti attraverso la riconversione bellica, e schiacciando la dignità del lavoro. E riconversione bellica vuol dire per sua natura impossibilità di riconversione ecologica e sociale, quella riconversione imprescindibile che ci faccia uscire dal fossile mortifero. Non dobbiamo essere movimento di opposizione al riarmo, ma essere rapporto di forza che ribalta il riarmo.
Dobbiamo costruire l’ipotesi di un’Europa transfemminista dei territori confederati e delle nuove soggettività in opposizione all’Europa dei nazionalismi e della guerra.”

Possiamo in relazione a questa proposizione l’articolo in cui ci siamo posti la domanda sull’efficacia dell’azione di questo, di questi movimenti “Tra convergenze e differenze quale efficacia del movimento?1; una domanda sul proposito emerso da quel convegno di ‘ribaltare il riarmo’ e non solo.

Del confronto emerso nei due giorni si diceva in conclusione dell’articolo “Chiunque pensi di classificare in schemi rigidi, dall’alto del proprio sapere e della propria esperienza questa esperienza sbaglia di grosso, è uno straordinario processo di elaborazione di una minoranza che deve trovare il proprio popolo, se così si può dire, nel cammino della propria molteplice elaborazione. Dopo la mutazione antropologica degli anni ’60 e ’70 del secolo scorso dopo quelle più graduali e complesse dei decenni successivi, non possiamo pensare di non essere in un passaggio di trasformazione antropologica nella crisi-trasformazione globale che stiamo vivendo. Dovremmo avere l’avvertenza di avere l’atteggiamento di chi deve usare un patrimonio, peraltro plurale, di conoscenze acquisite per maturarne uno nuovo, nella pratica, nella sperimentazione nella riflessione che la nuova situazione di impone.”
La ricchezza del confronto di Bologna, una sezione del confronto che anima il nostro paese, sta nella sua trasversalità generazionale e culturali. Il contenuto delle ultime due righe del passo citato ‘l’ipotesi di un’Europa transfemminista dei territori confederati e delle nuove soggettività’ sintetizza molti degli interventi nei gruppi di lavoro e nelle assemblee generali.

Sabato 31 gennaio ha visto in piazza a Torino decine di migliaia di persone in piazza contro lo sgombero del centro sociale Askatasuna assieme a due ore di duro confronto di pizza condotto contro il presidio delle forze dell’ordine da circa un migliaio di persone, con la conseguente ondata di polemiche di questi giorni, in attesa del nuovo decreto sicurezza del governo Meloni che si fa forte di quegli scontri le cui immagini hanno invaso i media.
Questa dualità della manifestazione certo non è una novità, ma il suo impatto è relativo alla situazione concreta in cui ci troviamo, certo non paragonabile alle giornate del G8 di Genova 2001.
Le domande che emergono, il confronto di opinioni e di valutazioni che ne deriva possiamo connetterlo al confronto politico su obiettivi, forme di lotta e organizzazione che a Bologna si è sviluppato dopo le mobilitazioni dei mesi precedenti, tra scioperi generali e mobilitazioni sulla Palestina, e più in profondità le esperienze di conflitto sociale e autorganizzazione territoriale sociale degli ultimi anni; potremmo persino fare un esercizio controfattuale immaginando che Torino fosse avvenuto prima di Bologna, peraltro a Bologna gli interventi su Askatasuna e la repressione nei confronti dei centri sociali non sono stati al centro del dibattito.
Possiamo aggiungere che l’orizzonte europeo evocato nelle conclusioni e che è stato al centro di una plenaria a Bologna, vede in queste ore l’ennesimo intervento di Mario Draghi2 in occasione della attribuzione della laurea honoris causa da  parte dell’Università di Lovanio, nel quale propone la sua ricetta alla evidente crisi di direzione strategica dell’Unione Europea nel contesto turbolento in cui si intrecciano i processi di crisi-trasformazione e si sviluppa il confronto innanzitutto tra Cina e Stati Uniti, con il contorno delle altre medie potenze. Una presa di posizione, quella di Draghi, nel quale come qualcuno ha osservato non è citato il sostantivo democrazia o l’attributo democratico/a.

Draghi parla di una politica di potenza europea, in risposta ad un rischio imminente.
“Questo è un futuro in cui l’Europa rischia di diventare subordinata, divisa e deindustrializzata—tutto in una volta. E un’Europa che non è in grado difendere i propri interessi non preserverà a lungo i propri valori. La transizione da questo ordine a qualunque cosa venga dopo non sarà facile per l’Europa. Affronteremo un lungo periodo in cui le interdipendenze persisteranno nonostante l’intensificarsi delle rivalità. Restiamo fortemente dipendenti dagli Stati Uniti per energia, tecnologia e difesa. La Cina fornisce oltre il 90% delle nostre importazioni di terre rare e domina le catene del valore globali nel solare e nelle batterie che sostengono la nostra transizione verde”

Sulla riorganizzazione necessaria dell’UE afferma: “Sia chiaro: mettere insieme più paesi piccoli non produce automaticamente un blocco potente. Questa è la logica della confederazione, la logica che l’Europa segue ancora nella difesa, nella politica estera, nelle questioni fiscali. Questo modello non produce potenza. Un gruppo di stati che si coordina rimane un gruppo di stati: ciascuno con un diritto di veto, ciascuno con i suoi propri calcoli, ciascuno – uno dopo l’altro – esposto al rischio di essere isolato. La potenza presuppone che l’Europa passi dalla confederazione alla federazione. Laddove l’Europa si è federata – nel commercio, nella concorrenza, nel mercato unico, nella politica monetaria – siamo rispettati come potenza e negoziamo come un’entità unica. Lo vediamo nei successi degli accordi commerciali attualmente in fase di negoziazione con India e America Latina.”

E sulla difesa, vedi riarmo. “E dove commercio e sicurezza si intersecano, i nostri punti di forza non riescono a proteggere le nostre debolezze. Un’Europa unita sul commercio, ma frammentata sulla difesa vedrà la sua forza commerciale usata contro la sua dipendenza in materia di sicurezza, come sta accadendo ora.”

Bologna vs Draghi passando per Torino, quali rapporti di forza da costruire, quale organizzazione, quale processo di crescita culturale, politica, organizzativa, quale reale intersezionalità, nuovo termine molto usato, forse abusato?
Differenze nelle tappe tra chi le condivide, separazioni tra chi non le condivide, il processo di confronto, condivisione di conoscenze e di esperienze avanza con difficoltà; per esperienza diretta posso dire che a divisioni sul piano delle scadenze nazionali fanno riscontro capacità di cooperazione, mobilitazione e confronto sul piano territoriale locale; il tessuto di relazione lungo la cui trama si verifica la crescita culturale e politica delle diverse generazioni è molto più complesso di quel che appare osservandolo su grana grossa. Per usare un altro termine abusato possiamo dire di essere in una fase di transizione, alla quale è necessario contribuire con tutte le proprie risorse, mettendole in gioco e a rischio, assumendosi la responsabilità delle proprie posizioni, tuttavia senza recinzioni. Siamo minoranza, frammentata in minoranze, in un paese nel quale la grande maggioranza della popolazione è sostanzialmente passiva. Un vero sciopero generale che blocchi realmente il paese, nonostante lo slogan ripetuto ‘blocchiamo tutto’ è ancora da venire. Un corpo sociale centrale minoritario, sostanzialmente conservatore, abbarbicato alla propria condizione di relativo privilegio, sostiene una maggioranza politica, differenziata al proprio interno variamente conservatrice e reazionaria.

L’orizzonte delle lotte, delle mobilitazioni, delle elaborazioni politiche si allarga necessariamente dal livello locale a quello nazionale, europeo e con questo globale, quando facciamo i conti con le forze che agiscono sulle realtà in cui noi operiamo. C’è una enorme difficoltà a risalire questa scala a tener conto assieme di processi decennali che questa realtà hanno prodotto e le rotture che ci investono e si annunciano. Movimenti metropolitani e territoriali cercano di connettere i più diversi aspetti dei conflitti che via via si accendono, le metodologie organizzative che si adottano, si inventano e si sperimentano sono le più diverse. Le realtà territoriali sono a loro volta molto differenziate, benché tutte caratterizzate dalla crescita delle diseguaglianze. Collegare oggi la Milano della concertazione della ricchezza  e dei grandi eventi -dall’EXPO alle olimpiadi Invernali- con le coste siciliane devastata e Niscemi che frana, con la val di Susa, non è semplice, ma può spiegare la necessità di dare forza e contenuto e movimenti locali, fortemente radicati e rappresentativi, assieme alle connessioni che le trasformazioni globali impongono, poiché spiegano ciò che localmente accade; può spiegare il tentativo di costruire, sperimentare inventare forme organizzative sul piano del conflitto e della rappresentanza che siano in grado di consolidare e legare la diffusività dei conflitti e la connessione dei livelli successivi di realtà sui quali i conflitti sono costretti ad arrampicarsi. Dal territorio, dal municipio al globo e ritorno, non è un percorso facile. Per aiutare questi percorsi accidentati ci vuole la piccozza, il sapere e la pazienza del montanaro non il ditino alzato dell’insegnante deputato al proprio ruolo.

Infine. La cura della crescita culturale, politica e organizzativa di quella minoranza che si è variamente riconosciuta nelle scadenze di mobilitazione e di confronto politico degli ultimi mesi è la condizione necessaria per dare quantomeno continuità al conflitto sociale, culturale e politico nel nostro paese, per tenere aperto un orizzonte di rottura radicale con lo stato di cose presenti. Tuttavia non si tratta solo di un processo di media lungo periodo, si tratta anche della capacità di contrastare una rottura reazionaria di questo stato di cose, in un momento in cui in Europa, ma anche in Italia, si prospetta la possibilità di svolte reazionarie e autoritarie che vanno oltre ciò che noi conosciamo. La storia ci insegna che i processi non sono semplicemente graduali, ma anche per rotture improvvise.

La posta in gioco è l’esito delle trasformazioni radicali che le nostre società stanno attraversando, quelle trasformazioni che abbiamo definito col termine suggestivo, ma ormai consolidato, di policrisi,  nelle quali i settori sociali relativamente garantiti possono scorgere la fonte della propria rovina, nelle quali l’ultra minoranza di coloro, che sono realmente potenti e accumulano sempre più potere e ricchezza, sono fautori di una strategia che possiamo definire volgarmente neodarwiniana per cui solo a loro e alla loro servitù è garantito un futuro di vita piena.

Roberto Rosso

  1. https://transform-italia.it/tra-convergenze-e-differenze-quale-efficacia-del-movimento/.[]
  2. Il discorso originale https://www.corriere.it/economia/finanza/26_febbraio_02/draghi-europe-s-goal-not-looser-cooperation-but-genuine-federation-083b742b-2bea-46a5-b6ed-9f288dbfexlk.shtml.[]
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