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La normalizzazione della guerra nella scuola caserma

di Marco
Bizzoni

Viviamo un tempo sospeso e drammatico, in cui l’Orologio dell’Apocalisse (Doomsday Clock) — lo strumento simbolico che misura la vicinanza del genere umano all’autodistruzione — è stato fissato a soli 89 secondi dalla mezzanotte. Dalla sua ideazione nel 1947 da parte del Bulletin of the Atomic Scientists, non siamo mai stati così prossimi al baratro. Oltre a osservare le lunghe ombre del disagio sociale e della povertà educativa, assistiamo attoniti al ritorno della guerra come orizzonte cognitivo ed esistenziale percepito ormai come “naturale”.

In questo fosco scenario, la Scuola Pubblica Statale non è più soltanto l’obiettivo di un’offensiva neoliberista volta a trasformarla in un servizio di mercato (la “scuola-azienda”). Oggi, l’istituzione scolastica diviene strumento privilegiato per la costruzione di un nuovo “senso comune”, funzionale al complesso militare-industriale. Tale processo si attua anche attraverso la riscrittura della storia: le celebrazioni del 4 Novembre, ad esempio, sono state trasformate da momento di riflessione sull'”inutile strage” in una esibizione muscolare delle Forze Armate.

Si assiste a una progressiva occupazione, tanto ideologica quanto fisica, degli spazi educativi da parte delle Forze dell’Ordine e delle Forze Armate; una convergenza che operazioni come “Strade Sicure” confondono in un’unica prospettiva securitaria. Così la scuola, organo costituzionale deputato alla rimozione degli ostacoli di ordine economico e sociale, rischia di mutare in ufficio di arruolamento e propaganda.

L’invasione sempre meno discreta delle aule da parte di militari e forze di polizia non è un fenomeno occasionale, bensì l’esito di una duplice spinta: una politica interna che esalta il paradigma securitario e una politica estera allineata alle richieste statunitensi di ripartizione dei costi NATO. Le scuole recepiscono circolari che invitano a celebrazioni intrise di retorica nazionalista, focalizzate su “Eroi” e “Sacri Confini”, a discapito della memoria di disertori, fucilati e vittime civili. Anche l’istituzione del “Giorno del Ricordo” viene talvolta strumentalizzata come clava ideologica per decontestualizzare gli eventi storici, equiparando crimini diversi in una memoria condivisa che rischia di appiattire la complessità storica.

I dati disegnano una realtà impietosa. Mentre l’edilizia scolastica appare spesso vetusta e priva di certificazioni di sicurezza, e mentre gli istituti sono costretti a richiedere alle famiglie il contributo “volontario” per il mero funzionamento o per i progetti didattici, la spesa militare italiana continua a crescere inesorabilmente. Secondo le analisi di PeaceLink, assistiamo a un travaso di risorse che appare eticamente insostenibile: si taglia su welfare e istruzione per finanziare nuovi sistemi d’arma. Non si tratta solo di bilancio, ma di una precisa scelta ideologica che comunica alle giovani generazioni le nuove priorità dello Stato: non la cura, la cultura o l’emancipazione dei cittadini, ma la preparazione al conflitto.

Nella scuola, il “Cavallo di Troia” di questa operazione ha un nome burocratico: “Protocollo d’Intesa”. Non è un caso che, negli ultimi anni, si siano moltiplicati gli accordi tra il Ministero dell’Istruzione e del Merito (MIM) e il Ministero della Difesa. Questi accordi portano nelle aule le Forze dell’Ordine per parlare di “legalità” e “cybersecurity”, o soldati che presentano le Forze Armate come “strumenti di pace”, attraverso progetti sovente finanziati dall’industria bellica, come Leonardo Spa.

Un esempio plastico di questo corto circuito etico è rappresentato dalla proposta, rivolta alle scuole, di un noto parco divertimenti a Valmontone. Attraverso accordi con i corpi militari, il parco ha allestito, in un luogo destinato allo svago di bambini e adolescenti, una vetrina per l’esposizione di mezzi militari, simulatori di volo e armamenti. Portare le scolaresche in visita presso questa operazione di marketing bellico non è “orientamento”, ma un addestramento precoce al consenso che tradisce il mandato educativo. Vedere dei bambini arrampicarsi su macchine progettate per scopi bellici, in un contesto ludico, opera una scissione cognitiva pericolosissima: la violenza, depurata dal sangue e dal dolore, diventa “gioco”, “tecnologia”, “avventura”, attuando una nuova banalizzazione del Male.

È necessario comprendere che la guerra è un mercato. In quest’ottica, una certa visione di scuola serve a preparare manodopera tecnica e docile. Non sorprende che l’attuale narrazione ministeriale faccia riferimento a un modello gerarchico, basato sulla disciplina e temporalmente ridotto, atto a formare lavoratori precari e poco inclini alla rivendicazione dei diritti. L’apice di questa deriva è stato raggiunto con i percorsi di alternanza scuola-lavoro (PCTO) svolti in basi militari operative, talvolta persino in basi NATO come Sigonella.

Di fronte a tale deriva, diventa imperativo per i Dirigenti Scolastici e i docenti democratici lavorare per la realizzazione della “Scuola della Costituzione”. Ciò implica un cambio di paradigma che ponga al centro l’Educazione alla Pace, intesa non come mera assenza di conflitto armato, ma come giustizia sociale e garanzia dei diritti. Tale visione si concretizza attraverso una pedagogia della cooperazione — ispirata ai modelli di Dewey, Freinet e Lodi — che sostituisca la logica della competizione, e attraverso lo sviluppo di un pensiero critico capace di svelare, mediante lo studio della storia e della geopolitica, gli interessi economici celati dietro i conflitti. È necessario, inoltre, promuovere l’inclusione degli ultimi contro la dicotomia “amico/nemico” e operare una netta smilitarizzazione dei saperi, rifiutando quei protocolli d’intesa che impropriamente delegano compiti educativi alle forze armate.

Nonostante le pressioni del Ministero attraverso le Nuove indicazioni nazionali, tutto questo è ancora possibile. Come recentemente osservato dal Prof. Italo Fiorin, è necessario riassegnare una virtù all’obbedienza rivendicando però il dovere primario delle istituzioni scolastiche: il rispetto della Costituzione e del regolamento sull’autonomia scolastica.

Marco Bizzoni

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