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Afghanistan, guerra e diplomazia

di Mario
Boffo

Sul rapporto fra guerra e diplomazia, Carl von Clausewitz ci lasciò un’affermazione che fece fortuna: la guerra è la continuazione della politica con altri mezzi. Oggi, dopo la catastrofe afghana, potremo forse affermare che la diplomazia è la riparazione della guerra con altri risultati. Perché sembra molto chiaro che la diplomazia, che ha taciuto in tempo di guerra (attacco, invasione, occupazione), e che ora cerca di riempire il vuoto lasciato dagli eserciti, non potrà raggiungere che risultati profondamente diversi rispetto agli iniziali obiettivi della ventennale impresa militare, quali e per oscuri che questi siano stati.

Bene ha fatto Draghi, nell’esercizio di presidenza italiana, ad attivarsi per una riunione di vertice del G 20. Le auspicate consultazioni dovranno tuttavia scontare uno scenario che si sta già delineando; in questo, i Paesi protagonisti saranno la Cina (che ha già intrapreso accordi con i talebani, timorosa di possibili effetti sulla comunità uiguri); la Russia (che rivendica apertamente un ruolo, come Lavrov ha detto a Draghi e a Di Maio); l’Iran (dove molti afghani si sono rifugiati nel corso delle complesse vicende del Paese e che vorrà contenere i danni dell’instabilità alle proprie frontiere); e il Pakistan (da sempre attore informale  nella storia afghana recente e che ora, come richiesto dalla stessa Russia, rivendicherà un protagonismo più aperto e incisivo).

Altri due Paesi, inoltre, avranno ruolo e voce in capitolo: l’India, se non altro per reagire ai posizionamenti pakistano e cinese, anche in ragione degli storici attriti di Delhi con Pechino e Islamabad; e la Turchia, preoccupata del possibile contagio della crisi verso la regione pan-turca dove estende la propria influenza, e che sta riflettendo su come rispondere alla richiesta dei talebani di restare a Kabul per gestire l’aeroporto (ipotesi che offrirebbe alla Turchia “neo-ottomana” una straordinaria e supplementare presenza strategica).

In tutto questo c’è l’Europa, o almeno i Paesi europei. Questi, come membri della Nato, hanno pedissequamente seguito gli Stati Uniti in tutto il ventennio, senza mai avanzare proposte alternative all’inutile occupazione, senza adoperarsi se non altro per il chiarimento degli obiettivi o per la loro rimodulazione, senza magari spingere per l’avvio di una cooperazione non militare a sostegno dei governi e della società afghana. La richiesta di posporre oltre agosto il ritiro di questi giorni, richiesta non accolta da Washington, non serve a evitare l’accusa di aver acriticamente seguito vent’anni fa il “grande fratello” perché era il più forte e non gli si poteva dire di no; come in Somalia, come in Kossovo, come in Iraq, come in Libia. Il risultato è che adesso gli smarriti membri europei della NATO si ritrovano ad aver seguito un “grande fratello” ora duramente ferito nel proprio prestigio, nella propria capacità di dirigere grandi azioni geopolitiche, e sostanzialmente nella propria potenza.

Adesso, mentre gli USA, soprattutto dopo gli attentati a Kabul, fanno i conti con un Presidente azzoppato dopo appena pochi mesi dall’elezione, e mentre l’Europa dovrà gestire i soccorsi economici e i flussi di rifugiati (e forse qualche ondata terroristica), le potenze concorrenti compiono importanti avanzamenti in questa guerra fredda non dichiarata che attraversa il mondo lungo incerte e indistinte frontiere geografiche e tematiche.

La crisi afghana rischia per giunta di avere effetti negativi anche su altre aree di grande rilevanza per gli equilibri del mondo. Nel corso degli ultimi mesi era parso che Biden stesse intraprendendo una discreta azione di stabilizzazione dell’area del Golfo: ripresa dei negoziati nucleari con l’Iran; pressioni sull’Arabia Saudita per una via d’uscita dalla guerra nello Yemen; consolidamento degli “Accordi di Abramo”, che legano Israele ai Paesi della Penisola Arabica in chiave di contenimento delle mire egemoniche iraniane. A molti commentatori questa è parsa una strategia intelligente, in grado di conseguire risultati stabilizzatori: la moderazione della politica nucleare iraniana in cambio dell’alleviamento delle sanzioni; l’attenuazione della rivalità di Teheran con l’Arabia Saudita; il perseguimento a favore di Riad di una soluzione salva faccia per l’uscita dalla guerra nello Yemen. Gli eventi afghani minacciano però di sparigliare le già complesse carte di quest’azione. L’Iran, per esempio, dovrà concentrarsi sulle frontiere con l’Afghanistan; questo ne distoglierà l’interesse da altre aree di confronto con Riad, come il Libano, la Siria, l’Iraq, lo Yemen, oppure ne aggraverà il senso di accerchiamento, inducendolo a continuare nelle azioni destabilizzatrici nei Paesi di suo interesse? L’Arabia Saudita vorrà o meno riprendere, magari in chiave anti-iraniana, la politica di ingerenza in Afghanistan a sostegno dei talebani, come già fece in passato, visto che questi sono anche avversari del comune nemico Isis (oltre che legati dalla comune fede wahabita)? Che fiducia i vari attori del Golfo potranno attribuire al grande regista dei negoziati nucleari e dei patti di Abramo dopo lo scorno subito in Afghanistan?

Ecco; è più o meno questa la matassa che la diplomazia dovrà ora districare; e vedremo che cosa succederà. Il che induce a riflettere sul sempiterno e talvolta confuso e malinteso rapporto fra la guerra (o comunque le azioni militari) e lo strumento diplomatico (multilaterale, ovviamente): è veramente la guerra che segue la politica, o è la diplomazia che segue la guerra? Oppure entrambe si susseguono in un’alternanza che – almeno in questi nostri indecifrabili tempi – appare del tutto priva di sistematicità e di logica?

Al di là delle circostanze e degli obiettivi specifici, nella geopolitica si affrontano da sempre, sia detto a spanne, due direttrici: quella delle armi, che fa capo ai grandi apparati dell’industria militare mondiale e ai grandi interessi economici costituiti; e quella della diplomazia, che auspica la stabilità, per i meriti insiti, ma anche a fini di sviluppi commerciali. Nell’attuale logica ciecamente neo-liberista, per la quale ciascuno punta a massimizzare i profitti (economici, di stabilità, di commercio…) senza impegnarsi che al minimo, o affatto impegnandosi (per esempio per far cessare la predazione delle multinazionali sulle terre coltivabili, sui minerali rari, sulle risorse dei Paesi meno favoriti), l’alternanza fra guerre altrimenti insensate, e inutile o insufficiente diplomazia, diventa una struttura fondamentale della governance del mondo.

Adesso, certo, è l’ora della diplomazia. Si metterà qualche toppa; si troveranno intese fra i vari Paesi interessati; si cercherà di non far dilagare l’instabilità ai paesi prossimi all’Afghanistan. Ma non si interverrà sui devastanti temi di sfruttamento e di diseguaglianza che il modello economico imperante impone al mondo, e che alla fin fine sono tra i principali fattori di crisi.

Ora tutti pensano con orrore al destino degli afghani; e qualcosa certo si farà per sostenerli, nella misura del possibile, in patria o nei paesi dove abbiano trovato rifugio. Gli Stati Uniti dovranno elaborare il lutto e l’umiliazione. Poi, pian piano, gli apparati militari e dell’industria della difesa (non solo statunitensi), e i grandi poteri multinazionali e finanziari che accumulano mostruose ricchezze imponendo al mondo mostruose povertà, si risveglieranno.

Dio non voglia che accada, ma molti scenari sono già disponibili nello Yemen, nel Corno d’Africa, nel Sahel, mentre altri potrebbero aprirsi in Nord Africa e nell’Africa subsahariana.  O altrove. Basta che vi sia da guadagnare e da uccidere; mentre per l’Iran continua ad aleggiare il fantasma non detto di una possibile (dal punto di vista americano) “madre di tutte le guerre”, in una visione atroce che persegue il potere attraverso la guerra per principio, la devastazione, la destabilizzazione continua.


Mario Boffo, laureato in Scienze Politiche alla Federico II di Napoli, ha intrapreso la carriera diplomatica nel 1978, alternando periodi di lavoro in Italia con periodi nelle sedi di Kinshasa (Congo), Madrid (Spagna), Bruxelles, presso la NATO, (Belgio), Ottawa (Canada), e, con il ruolo di Ambasciatore d’Italia a Sana’a (Yemen) e Riad (Arabia Saudita). In tutte le sedi ha curato questioni politiche, strategiche, negoziali, economiche e culturali.

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