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Afghanistan chiama politica

di Roberto
Musacchio

Solo Emergency rimane in Afghanistan con i suoi ospedali. Un fatto che ci dice che era quella la via da seguire e non la guerra sciagurata. Venti anni fa siamo stati bombardati da chi ci accusava di non avere cose concrete da contrapporre alle bombe. Oggi la via delle bombe è in rotta e solo chi ha praticato l’altra strada può continuare la sua opera. A chi ha sostenuto che la guerra è la continuazione della politica con altri mezzi possiamo oggi dire, con forza e rabbia, che è vero il contrario. La guerra uccide la politica. Al contrario la pace, che si guadagna con la giustizia, costruisce buona politica.

Fanno parte della politica la battaglia delle idee e la costruzione di soluzioni.

Noi abbiamo bisogno di entrambe. Abbiamo bisogno di verità e giustizia.

Verità sulla guerra. Giustizia come via alla pace.

L’Afghanistan è stato un crocevia. Si è consumata lì una parte significativa della guerra dichiarata dal capitalismo al comunismo ponendo fine alle speranze aperte dalla lotta e dalla vittoria contro il nazifascismo. Si leggono cose incredibili che solo la falsa coscienza del pensiero unico di questo trentennio nero del capitalismo reale può partorire. La messa insieme della lotta al nazifascismo con le vicende del Vietnam, dell’Afghanistan e delle guerre “umanitarie”. Pura mistificazione. La guerra dichiarata dal capitalismo al comunismo, al di là delle responsabilità di quest’ultimo, ha tradito e travolto le promesse della vittoria sul nazifascismo. Ha mostrificato sia il capitalismo sia ciò che si è contrapposto senza più quell’orizzonte. La spirale guerra-terrorismo è il frutto più avvelenato di questo misfatto.

Oggi i dominanti cercano di sopravvivere al trentennio nero, ma la loro è una autentica bancarotta.

La battaglia per una ricostruzione sensata della Storia ha bisogno di una nuova agenda politica.

Il ritiro dall’Afghanistan, per quanto si possa criticare il cinismo della sua conduzione e delle prospettive di ricollocare la propria egemonia da parte degli USA, magari in chiave anti-cinese, pure dice che c’è bisogno di altro che la guerra.

La sinistra di Sanders lo ha detto con chiarezza. Il ritiro ci dà ragione. Storicamente. Al punto che il ritiro è apprezzato da chi, praticamente da solo, si oppose in Congresso a dare inizio alla guerra. La discussione in USA è aperta. C’è una riflessione su chi si è avvantaggiato veramente da decenni di guerre, chi sono i benificiari del famigerato blocco industriale militare. Si parla di una diversa politica estera per la classe media, che negli USA comprende quella operaia. Naturalmente bisogna guardare con attenzione perché le riconversioni di strategia nel potentissimo complesso militare industriale sono continue. Se però si crea una frattura nel suo blocco sociale e la classe operaia non è più cooptata per intero e senza discussioni ciò apre uno spazio. Non a caso Sanders lega il ritiro dall’Afghanistan al nuovo pacchetto sociale di investimenti pubblici e diritti sociali e sindacali che considera il più importante dai tempi del New Deal e si sta battendo alla morte per la sua approvazione girando tutto il Paese.

La Sinistra europea deve interagire con questa dinamica. L’Europa è insieme sconfitta e orfana della guerra. Non conta niente, ma rimpiange l’umanitarismo bellico. Legge gli USA tra generosità bellica e egoismo del ritiro. Una follia frutto della rimozione storica che l’Europa, compresi i socialisti europei con Blair in testa, ha fatto. Gli USA hanno combattuto il comunismo. L’Europa l’ha rimosso. Negli USA socialismo e marxismo conoscono una nuova centralità politica e culturale. In Europa sono rimossi. In Italia negletti.

Draghi si affanna a portare le crisi nel multipolarismo del G20. Ma il nullismo suo e della UE rende evidente che questo multilateralismo subalterno è solo una variante dell’unilateralismo. E soccombe nel gioco sul campo delle grandi potenze.

Per questo la Sinistra europea non sprofondata nella rimozione e non cooptata nel neoliberismo e nelle sue guerre militari e sociali e la nuova sinistra USA dovrebbero provare a costruire una agenda comune sui grandi temi.

Ad esempio riprendere l’idea di conferenze per la pace e la giustizia per l’Afghanistan, ma anche per la Palestina e altri scenari di conflitto. O per affrontare diversamente la pandemia, togliendo i brevetti. O la crisi climatica con misure di giustizia ecologica. Una nuova politica globale costruita su un punto di vista di classe e internazionalista. Cioè tornando a Marx.

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