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La proposta di Strazzari non supera la logica del riarmo?

di Herta
Manenti

Una deterrenza più efficiente non è una diversa concezione della sicurezza. Perché l’alternativa europea deve partire dalla trasformazione delle relazioni internazionali.

Il problema è nelle premesse

Il dibattito aperto da Francesco Strazzari sul manifesto pone oggi una questione imprescindibile per la sinistra: intendiamo opporci alla militarizzazione europea o soltanto individuarne una differente sfumatura di grigio? La sua proposta di «dissuasione per negazione» riconosce le storture della spesa militare e la dipendenza dagli Stati Uniti, ma conserva come premessa organizzatrice la minaccia russa e come risposta la necessità di renderne inefficace l’azione attraverso una deterrenza credibile.
Il secondo intervento di Strazzari, dedicato anche alla subordinazione europea a Trump e alle destre, rende più esplicite queste contraddizioni senza trarne, a mio giudizio, la conseguenza politica necessaria: cambiare le relazioni internazionali che producono insicurezza, non perfezionare soltanto il dispositivo che dovrebbe contenerla. Se la credibilità della deterrenza resta il presupposto politico dell’efficacia del negoziato, la possibilità di raggiungere un accordo continua a dipendere dalla valutazione di equilibri militari che può essere continuamente rinviata, e con essa la cessazione delle ostilità e la normalizzazione delle tensioni sul nostro continente.
Certo, possiamo immaginare una deterrenza meno offensiva, meno costosa e democraticamente controllata. Strazzari richiama anche la sicurezza comune, il controllo degli armamenti e la riduzione dei rischi. Ma se questi strumenti restano organizzati intorno alla dissuasione di una minaccia assunta come premessa, non avremo per questo una nuova architettura della sicurezza. Si cambia l’ordine degli addendi, non il risultato. L’articolo 11 della Costituzione italiana ripudia la guerra «come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali» e indica l’orizzonte di un ordinamento che assicuri pace e giustizia fra le Nazioni. È in quell’orizzonte che si deve costruire un’alternativa politica, non in una sfumatura più accettabile del riarmo.

Ucraina: il negoziato non può attendere la deterrenza

Strazzari ammette compromessi concreti: una linea di contatto stabilizzata, il non riconoscimento giuridico delle annessioni, garanzie verificabili e una revoca condizionata delle sanzioni. Il problema non sono dunque le singole formule negoziali. È il rapporto politico che stabilisce tra la loro praticabilità e una capacità di dissuasione ritenuta sufficiente.
Il documento collettivo «Difesa e sicurezza in Europa. Il contributo di Rifondazione Comunista» propone invece di partire da un cessate il fuoco e da una trattativa fondata sulla situazione concreta, senza imporre come condizioni preventive assolute né il ritorno integrale ai confini precedenti né le acquisizioni militari. La prospettiva è la ricostruzione dell’Ucraina, la ripresa delle relazioni con Mosca e un’architettura di sicurezza comune e indivisibile. La pace non può essere il premio finale della deterrenza: la diplomazia deve intervenire per modificare essa stessa i rapporti di forza.

La Cina, grande assente: le differenze russo-cinesi precedono il 2022

Come si può discutere di sicurezza europea prescindendo dalla connettività eurasiatica e dalla Cina? La differenza fra i progetti strategici di Pechino e Mosca non è nata con la guerra in Ucraina. Insisto su questo punto dal 2023: emerge da una ricerca su oltre venti studi selezionati, pubblicati fra il 2006 e il 2026 presso importanti centri cinesi di analisi strategica e di riferimento per il dibattito di policy: l’Accademia Cinese delle Scienze Sociali (CASS), gli Shanghai Institutes for International Studies (SIIS), i China Institutes of Contemporary International Relations (CICIR), il China Institute of International Studies (CIIS), insieme a centri universitari come Fudan e l’Università del Petrolio.
Già Li Xin (SIIS, 2011) leggeva il progetto di Unione Eurasiatica come costruzione di un polo russo; Ouyang Xiangying (CASS, 2012) ne individuava le conseguenze per gli interessi cinesi; Zhan Yannan (Shandong, 2017) distingueva il modello di integrazione eurasiatica a guida russa dalla connettività transregionale della Silk Road Economic Belt, la componente terrestre della Via della Seta che collega, fra le altre regioni, l’Asia centrale e l’Europa. Sono differenze documentate ben prima del febbraio 2022, non un’interpretazione inventata a guerra iniziata per compiacere l’Europa.
Nel 2023 Yan Shaohua (Fudan), figura di rilievo nell’analisi delle relazioni sino-europee, coinvolto in iniziative e dibattiti internazionali, anche presso il MERICS tedesco, ha descritto come political bundling (政治捆绑) l’associazione politica forzata di Cina e Russia nella politica europea: una scelta, a mio avviso, strumentale, che trasferisce la contrapposizione con Mosca anche nei rapporti con Pechino. Ho pubblicato lo studio di Yan su transform! Italia nel luglio 2023 e sviluppato con lui un secondo contributo su transform! europe nell’ottobre. Nel 2026 Pang Dapeng, vicedirettore dell’istituto della CASS specializzato in Russia, Europa orientale e Asia centrale, ha mostrato le contraddizioni del progetto russo di sicurezza eurasiatica, dalla ricerca di «sicurezza assoluta» alla logica delle zone cuscinetto.
Questa ricostruzione ha alimentato anche il mio intervento in occasione dell’assemblea «Altra Europa» di transform! Italia, il 30 maggio 2026, nella quale ho posto la questione dell’autonomia europea di fronte alla trasformazione multipolare dell’ordine internazionale. Ho successivamente sviluppato la proposta nell’articolo «Oltre la politica dei blocchi. Per un’autonomia europea nel mondo multipolare», pubblicato su transform! Italia il 2 settembre, anticipando il mio intervento del 4 settembre alla Scuola di Politica di Stefano Fassina.
La conclusione è politica: l’Europa, trattando Cina e Russia come un unico blocco, contribuisce a costruire il blocco che pretende di contenere. Non si limita a descrivere una convergenza strategica: attraverso l’associazione politica forzata e il contenimento simultaneo delle due potenze, sta spingendo la Cina ad accettare la politica dei blocchi, che ha continuamente ribadito di non gradire.

Questo sì che mette in pericolo la sicurezza europea

Una relazione autonoma UE-Cina non è dunque un dossier commerciale separato dalla sicurezza: è una leva concreta per modificare gli equilibri eurasiatici, incidere sulle relazioni con la Russia e sottrarre l’Europa alla logica dei blocchi.
È precisamente questa dimensione strategica che manca non solo alla proposta di Strazzari, ma anche a gran parte del dibattito politico italiano ed europeo. Non basta organizzare una deterrenza più efficiente contro una minaccia, oltretutto assunta come permanente: serve una politica che sappia finalmente distinguersi, senza lasciarsi intimidire dalle accuse di «campismo» o di «filoputinismo», e che sia capace di trasformare le relazioni internazionali che alimentano quella minaccia.

Quale autonomia, quale sicurezza?

Gli Stati Uniti negoziano con le potenze rivali secondo i propri interessi e intanto l’Europa insiste in politiche autoflagellanti. Non è autonomia produrre più armamenti se restiamo incapaci di decidere le nostre relazioni con Russia, Cina e Stati Uniti. E non è sicurezza industriale applicare il de-risking alla Cina senza interrogarsi sulle dipendenze tecnologiche, finanziarie, energetiche e militari da Washington.
La sicurezza europea è anche occupazionale, industriale, alimentare e sociale. L’Unione trova risorse per il riarmo mentre servizi pubblici, salari e capacità produttive vengono sacrificati. In una fase in cui la miccia delle piazze è accesa e non illudiamoci che sia temporanea, la sinistra non può rifugiarsi nelle zone grigie di un atlantismo rivestito di linguaggio progressista.
La proposta è un’autonomia strategica ancorata: non un’autonomia contro qualcuno, ma finalmente europea, che parta da noi e dai nostri valori multilaterali. Occorre superare il tabù che tratta la sovranità come una parolaccia, salvo poi recuperarla esclusivamente in termini di potenza militare: il segno di un’egemonia del pensiero di destra che si è ormai imposta anche a sinistra. Non dobbiamo temere di rivendicare la sovranità europea contro le sfere d’influenza: un’interdipendenza libera da rapporti esclusivi o imposti dall’esterno, la partecipazione alla costruzione delle regole senza subordinazione a Washington e senza pretendere che altri siano meri destinatari di regole scritte in Europa. Significa riaprire la possibilità politica di una sicurezza europea fondata sulla Carta delle Nazioni Unite, sul negoziato e su relazioni internazionali improntate al multilateralismo. Quello che manca oggi è un’Europa capace di mantenere il proprio mandato originario multilateralista: altrimenti, oltre a spingerci sempre più dentro il conflitto, il continente finirà per sgretolarsi sotto la pressione ormai incontenibile delle piazze.

Non ci serve una deterrenza con un vocabolario progressista. Ci serve una politica che cambi le condizioni internazionali che rendono il riarmo la risposta obbligata.

Herta Manenti

Riferimenti essenziali

Francesco Strazzari, «Kiev e difesa europea, le ambiguità e i bersagli sbagliati», il manifesto, 27 settembre 2026
Francesco Strazzari, «Difendere l’Europa da Putin. Ma anche da Trump e dalle destre», 13 ottobre 2026
Yan Shaohua, «Analisi del fattore russo nelle relazioni tra Cina ed Europa», transform! Italia, 26 luglio 2023
Herta Manenti e Yan Shaohua, «Insights Into China-EU Relations: Navigating Geopolitical Dynamics», transform! europe, 15 ottobre 2023
Herta Manenti, analisi dello studio di Pang Dapeng, Marx21, 9 aprile 2026
Herta Manenti, intervento all’assemblea «Altra Europa», transform! Italia, 30 maggio 2026
Herta Manenti, «Oltre la politica dei blocchi», transform! Italia, 2 settembre 2026
Intervento alla Scuola di Politica di Stefano Fassina, Radio Radicale, 4 settembre 2026
«Difesa e sicurezza in Europa. Il contributo di Rifondazione Comunista», 11 settembre 2026

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