Questo articolo anticipa alcuni dei temi che porterò venerd’ 4 settembre al panel sullo scenario multipolare visto dalla Cina e dalla Russia della Scuola di Politica promossa da Stefano Fassina. L’analisi delle fonti cinesi vuole anche contribuire a rafforzare, sul piano della ricerca, alcune delle questioni emerse nell’assemblea di transform! italia “Altra Europa”: quale autonomia può avere oggi l’Unione Europea, quale politica di pace, quale politica industriale e quale ruolo internazionale può costruire una sinistra europea che non voglia scegliere tra subordinazione atlantica e adesione a nuovi blocchi.
La guerra in Ucraina ha accelerato una tendenza che la sinistra europea dovrebbe guardare con molta attenzione: la trasformazione dell’intero sistema internazionale in una politica di campi contrapposti.
Cina e Russia vengono sempre più spesso presentate come un unico soggetto strategico. Dall’altra parte, Europa e Stati Uniti vengono trattati come se costituissero naturalmente un unico spazio politico, economico e di sicurezza.
Ma questa rappresentazione non fotografa semplicemente la realtà. Contribuisce a costruirla.
Se ogni relazione commerciale diventa una questione di sicurezza, se ogni investimento viene letto come scelta di campo, se ogni infrastruttura viene classificata come “nostra” o “loro”, se ogni divergenza diplomatica deve trasformarsi in allineamento sistemico, il risultato è una progressiva militarizzazione della politica internazionale e dell’economia.
E a pagare il prezzo di questa trasformazione non sono entità astratte chiamate “Occidente”, “Eurasia” o “Sud globale”. Sono lavoratori, territori, sistemi industriali, bilanci pubblici e welfare.
È da qui che dovrebbe partire una politica internazionale della sinistra.
Cina e Russia non sono un unico soggetto
La convergenza sino-russa esiste. Sarebbe inutile negarla.
Pechino e Mosca condividono la critica all’unilateralismo statunitense, cooperano economicamente e diplomaticamente e chiedono una trasformazione dell’ordine internazionale in senso multipolare.
Ma convergenza non significa identità.
È proprio questo che emerge da una lettura diacronica delle fonti cinesi sulla Russia che ho cercato di ricostruire nel dossier da cui nasce questo articolo.
Yan Shaohua, della Fudan University, nel saggio Analisi del fattore russo nelle relazioni Cina-UE, utilizza nel 2023 una formula particolarmente utile: critica il political “bundling”, 政治“捆绑”, con cui l’Unione Europea tende a legare politicamente Cina e Russia.
Il problema non è chiedere a Pechino conto delle proprie posizioni sulla guerra. È trasformare quella posizione nella lente attraverso la quale leggere qualunque altro rapporto con la Cina: commercio, tecnologia, investimenti, clima, infrastrutture, governance globale.
Per l’Europa questa non è soltanto una cattiva analisi. È una rinuncia politica.
Significa ridurre autonomamente il numero dei propri interlocutori e trasformare differenze reali tra Cina e Russia in un incentivo alla loro maggiore convergenza.
La prima autonomia che serve all’Europa è quindi un’autonomia analitica: saper riconoscere una convergenza senza trasformarla automaticamente in un blocco.
Le differenze erano visibili molto prima della guerra
Questo punto sarebbe debole se comparisse soltanto nella letteratura cinese successiva al 2022. Potremmo considerarlo una semplice giustificazione diplomatica della posizione assunta da Pechino sulla guerra.
Ma non è così.
Già nel 2011 Li Xin, dello Shanghai Institutes for International Studies, analizzando Il progetto di Putin per l’Unione Eurasiatica: contesto, obiettivi e possibilità, interpreta il progetto russo come costruzione di un grande polo eurasiatico.
Nel 2012 Ouyang Xiangying, della Chinese Academy of Social Sciences, collega ancora più chiaramente l’Unione Eurasiatica al recupero russo dello status di grande potenza. La formula che utilizza nei confronti della Cina è significativa: il progetto russo “non è diretto contro la Cina, ma riguarda la Cina”.
Cooperazione, dunque, ma non coincidenza degli interessi.
Nel 2017 Zhan Yannan, della Shandong University, nel saggio Differenze e raccordo tra la Silk Road Economic Belt e l’Unione Economica Eurasiatica, distingue direttamente i due progetti.
L’EAEU russa è un’integrazione regionale più delimitata e istituzionalizzata, costruita soprattutto nello spazio post-sovietico. La Silk Road Economic Belt cinese viene invece rappresentata come cooperazione transregionale, più flessibile e aperta alla connessione con spazi differenti.
Zhan arriva a contrapporre una “integrazione orientata alla cooperazione” a una “integrazione orientata alla competizione”.
Naturalmente una fonte cinese non può essere assunta come certificazione della bontà della Beltand Road. Ma proprio qui sta la sua utilità politica: possiamo utilizzare lo stesso criterio per giudicare anche la pratica cinese.
Un’infrastruttura aumenta l’autonomia di un paese se gli offre più possibilità. La riduce se crea una nuova dipendenza esclusiva.
Questo dovrebbe essere anche il criterio europeo.
Multipolarità non significa automaticamente emancipazione
Per la sinistra questo è un passaggio decisivo.Un mondo multipolare non è automaticamente un mondo più giusto.
La multipolarità dice soltanto che esistono più centri di potere. Non ci dice come quel potere venga esercitato.
Possiamo immaginare perfettamente un sistema composto da quattro o cinque grandi poli, ognuno dei quali organizza gerarchicamente la propria periferia. Sarebbe multipolare, ma non per questo democratico.
La domanda che dovrebbe interessare una sinistra internazionalista non è quindi semplicemente se il mondo sarà multipolare.
È: che tipo di multipolarità vogliamo?
Un sistema di sfere di influenza oppure un ordine nel quale l’aumento dei centri di potere corrisponda anche a un aumento dello spazio di decisione degli Stati, dei popoli e delle società?
È una distinzione fondamentale perché impedisce alla sinistra di sostituire un allineamento con un altro.
Criticare l’egemonia statunitense non significa dover accettare ogni forma di potenza che le si oppone.
Pang Dapeng e il problema della sicurezza
Il problema diventa ancora più evidente quando si passa dalla cooperazione economica alla sicurezza.
Pang Dapeng, dell’Institute of Russian, Eastern European and Central Asian Studies della ChineseAcademy of Social Sciences, nel saggio La nuova iniziativa russa per la sicurezza eurasiatica e il rimodellamento dell’ordine di sicurezza europeo, prende molto sul serio la critica russa all’architettura europea.
L’allargamento della NATO, l’erosione della fiducia e il dilemma della sicurezza non vengono liquidati come propaganda.
È un punto importante anche per la sinistra europea: un ordine di sicurezza non è stabile quando ciò che una parte considera aumento della propria sicurezza viene sistematicamente vissuto dall’altra come aumento della propria insicurezza.
Ma Pang individua contemporaneamente un altro problema nella cultura strategica russa: la ricerca di quella che definisce “sicurezza assoluta”, insieme alla profondità strategica, alle zone cuscinetto e a una concezione potenzialmente gerarchica della sovranità.
Il problema quindi non è scegliere tra due racconti speculari.
Non dobbiamo accettare l’idea che l’espansione senza accomodamento delle istituzioni occidentali sia stata politicamente neutra. Ma non possiamo neppure accettare che le esigenze di sicurezza di una grande potenza diventino un diritto permanente a limitare la sovranità dei paesi vicini.
È esattamente qui che una politica di pace deve essere diversa sia dall’atlantismo sia dal campismo.
Il precedente Brežnev
Il riferimento di Pang a Brežnev è particolarmente significativo.
Nel 1969 Cina e Unione Sovietica, pur essendo entrambe potenze socialiste e pur rivendicando entrambe una lotta contro l’imperialismo, arrivarono allo scontro armato diretto sul confine.
Nello stesso contesto Mosca propose un sistema di sicurezza collettiva asiatico che Pang ricostruisce come centrato sull’Unione Sovietica e capace di limitare nella regione tanto l’influenza americana quanto quella cinese.
Questo precedente dovrebbe renderci molto prudenti davanti all’idea di “blocchi naturali”.
Una convergenza ideologica, una comune opposizione a un’egemonia o perfino una comune appartenenza politica non cancellano automaticamente conflitti di interesse, asimmetrie di potenza e differenti concezioni dell’ordine.
Non significa che Cina e Russia siano destinate a entrare nuovamente in conflitto.
Significa che la loro attuale cooperazione non deve essere trasformata in un’essenza geopolitica eterna.
Perché tutto questo ci riguarda
All’assemblea di Transform! “Altra Europa” avevo cercato di porre una questione: autonomia europea non può significare semplicemente scegliere meglio il campo nel quale collocarsi.
Questa ricerca sulle fonti cinesi rafforza, credo, quella posizione.
Per una sinistra europea, autonomia significa prima di tutto capacità materiale.
Una politica estera è autonoma solo se esistono industria, energia, infrastrutture, ricerca, capacità tecnologica e risorse pubbliche sufficienti a sostenerla.
Per questo il problema del riarmo non può essere separato dal problema della politica industriale e dello Stato sociale.
Se miliardi di euro vengono trasferiti verso una crescita della spesa militare che aumenta soprattutto acquisti esteri e dipendenze tecnologiche, possiamo forse aumentare una capacità militare nel breve periodo, ma non necessariamente l’autonomia europea.
E se il prezzo viene pagato attraverso compressione della spesa sociale, investimenti pubblici ridotti, perdita di capacità industriale civile o maggiore disciplina fiscale sui lavoratori, quella politica produce insicurezza sociale mentre dichiara di produrre sicurezza strategica.
Per una sinistra, sicurezza significa anche lavoro, energia, sanità, casa, infrastrutture, ambiente e capacità industriale.
La politica internazionale non può essere separata da questo.
De-risking da chi?
Lo stesso vale per il de-risking.
Se il concetto significa ridurre dipendenze strategiche, allora deve valere come criterio generale.
Una dipendenza è pericolosa quando è concentrata, difficilmente sostituibile e può essere utilizzata come strumento di coercizione.
Questo vale nei confronti della Cina. Ma il criterio deve poter essere applicato anche alle dipendenze energetiche, finanziarie, digitali, industriali o militari da altri attori.
Altrimenti non stiamo facendo de-risking. Stiamo semplicemente trasferendo una dipendenza da un polo a un altro.
Una politica industriale europea di sinistra dovrebbe invece utilizzare investimenti, commercio e cooperazione internazionale per aumentare capacità interne: occupazione qualificata, ricerca, trasferimento tecnologico, filiere locali, contrattazione collettiva, capacità pubblica.
Non chiudere l’Europa.
Renderla meno ricattabile.
La Cina come moltiplicatore dello spazio negoziale europeo
Questo ragionamento conduce inevitabilmente all’Ucraina.
Una posizione autonoma europea non significa equidistanza tra aggressore e aggredito. Significa avere una strategia europea per arrivare a un ordine di sicurezza sostenibile.
Sovranità e sicurezza indivisibile devono essere tenute insieme.
Senza sovranità, la pace diventa riconoscimento dei rapporti di forza.
Ma senza un nuovo equilibrio di sicurezza, una tregua rischia semplicemente di preparare il conflitto successivo.
Ed è qui che il rapporto con Pechino potrebbe essere utilizzato diversamente.
Non per “separare la Cina dalla Russia”. Non credo che questa debba essere la strategia europea.
Ma nemmeno per consegnare alla Russia il monopolio della relazione eurasiatica con Pechino.
La Cina ha interessi autonomi nella stabilità del continente, nella continuità delle infrastrutture, nei corridoi commerciali e nella possibilità di mantenere relazioni economiche con più soggetti.
Per questo il dialogo europeo con Pechino su sicurezza, ricostruzione, garanzie, finanza e connettività può diventare un moltiplicatore della capacità negoziale dell’Europa.
La condizione, naturalmente, è che l’Europa abbia qualcosa da negoziare.
Non si può chiedere autonomia diplomatica se si delegano ad altri la sicurezza, l’industria, le tecnologie strategiche e perfino la definizione dei propri interessi.
Tre principi per un’altra Europa
È da questa ricerca che ricavo tre formule che considero utili anche per il confronto politico aperto da Transform!: sovranità senza sfere, interdipendenza senza esclusività, co-rule-making senza subordinazione.
La prima significa che nessuna grande potenza deve poter trasformare la propria sicurezza in sovranità limitata degli altri.
La seconda significa che dobbiamo costruire interdipendenze plurali: commercio e cooperazione sì, ma nessun attore deve poter trasformare un’unica dipendenza in veto politico.
La terza significa che l’Europa non può passare dal ruolo di rule-taker degli Stati Uniti a quello di rule-taker della Cina, o viceversa. Deve acquisire capacità propria di partecipare alla costruzione delle regole.
Questa è, per me, l’idea di autonomia ancorata.
Non uscire dall’Europa. Non cancellare alleanze e istituzioni. Non immaginare un impossibile isolamento sovranista.
Ma neppure trasformare l’appartenenza in subordinazione automatica.
La sinistra deve tornare a pensare l’ordine internazionale
Anche Zhang Jian, del China Institutes of Contemporary International Relations, nel saggio Nuove tendenze nelle interazioni tra Cina, Stati Uniti, Europa e Russia e il loro impatto geopolitico, considera l’Europa potenzialmente come una delle grandi forze capaci di incidere sulla nuova geometria internazionale.
È una valutazione cinese e molto congiunturale. Ma pone una domanda politica che riguarda soprattutto noi:
vogliamo che l’Europa sia considerata un polo perché possiede una propria capacità politica, oppure soltanto perché costituisce la componente europea di strategie elaborate altrove?
È la domanda che intendo portare anche al panel della Scuola di Politica di Stefano Fassina.
Ed è una domanda sulla quale penso che la sinistra europea debba tornare a misurarsi.
Per troppo tempo abbiamo lasciato che politica internazionale e sicurezza venissero trattate come terreni tecnici riservati agli apparati militari, diplomatici o ai governi.
Non lo sono.
Dietro ogni scelta internazionale esistono rapporti di classe, allocazione delle risorse, modelli produttivi e differenti idee di società.
Un’Europa costruita attorno alla competizione permanente tra blocchi avrà bisogno di più spesa militare, più disciplina economica, più sicurezza delle catene produttive intesa come controllo politico, più subordinazione dell’industria alle priorità geopolitiche.
Un’Europa che cerca invece di costruire un ordine multilaterale avrà bisogno di industria, autonomia energetica, investimenti pubblici, diplomazia, infrastrutture condivise e capacità di negoziare con attori differenti.
Questa non è neutralità.
È politica.
Ed è precisamente per questo che credo che la sinistra europea debba tornare a parlare di autonomia strategica: non per costruire un nuovo nazionalismo europeo, ma per impedire che lavoratori e società europee siano costretti a vivere dentro un ordine deciso esclusivamente dai rapporti di forza tra grandi potenze.
Una “Altra Europa” comincia anche da qui: dalla capacità di non accettare come inevitabile la politica dei blocchi.
