Un corposo dossier di Save the Children1.
Forse dovremmo partire dal PNRR italiano e dalle missioni per capire quanti e quali obiettivi siano stati raggiunti. La nostra impressione è che nel corso del tempo si sia volutamente riscritto il PNRR per assecondare la UE da una parte e i processi di privatizzazione del sapere, in caso contrario avremmo avuto la costruzione di più asili nido destinandoli alla gestione diretta degli enti locali e inserendoli dentro il comparto della Pubblica istruzione
Per mesi ci hanno raccontato di volere supportare l’occupazione femminile e ridurre le disuguaglianze, peccato che la copertura dei posti negli asili nido per la fascia di età zero-sei anni sia ancora tra le più basse in assoluto dei paesi comunitari. Anche le fatidiche digitalizzazioni si sono presto dimostrare un fallimento, trasformare le aule tradizionali in laboratori, open space e luoghi idonei a innovativi apprendimenti presuppone investimenti reali, l’esatto contrario di quello che si sta facendo. A fronte di cambiamenti climatici sempre più evidenti molti dei plessi scolastici ricostruiti sono ancora privi di condizionatori. Ad oggi non è dato sapere quante mense e palestre scolastiche saranno aggiunte ai numeri esistenti, quante le strutture oggetto di rifacimenti significativi, certi che a nessuno sia venuto in mente di garantire l’apertura anche oltre il canonico calendario scolastico, una sorta di potenziamento di orario scolastico per attività diverse da quelle del mattino. Anche per il raggiungimento di questi obiettivi non sono stati stanziati i soldi necessari, non hanno assunto il personale educativo e ATA necessario.
Se è una mera chimera il potenziamento dell’orario scolastico, anche le mitiche, si fa per dire, differenze territoriali non sono state abbattute, forse per insegnare le lingue e le materie Stem stanno attendendo gli atti di qualche convegno organizzato da Fondazioni e aziende produttrici di armamenti?
Infine la tanto auspicata innovazione dei percorsi formativi per gli insegnanti attraverso l’alfabetizzazione digitale, nel migliore dei casi se la caveranno con il bonus docente e l’acquisto ogni 4 anni di un pc?
Il passaggio da cinque a quattro anni per gli istituti tecnici pone non pochi problemi, imporrebbe un ragionamento sulle cattedre in esubero, sulla qualità e completezza del percorso formativo, sui programmi didattici e sulle ricadute derivanti dalla riduzione delle ore per discipline di base e per le materie umanistiche.
A conferma del palese insuccesso della scuola tecnica di Valditara, il modello 4+2, sarà il caso di ricordare che in un anno le domande sono cresciute appena dell’1,9 per cento dei nuovi iscritti, parliamo di poche centinaia di studenti e studentesse che hanno optato, con le loro famiglie (e non senza pressioni infinite da parte di tanti presidi e docenti) il nuovo percorso. Il nostro paese, e di questo si occupa Save the Children, è alle prese con la dispersione scolastica ancora diffusa e con disuguaglianze sociali, di ceto e geografiche acuitesi negli ultimi anni se la dispersione nelle isole e del Meridione continua ad essere il doppio di quella registrata nelle regioni del centro nord.
Poi una scuota meno inclusiva, con orari più corti e la impossibilità di svolgere al suo interno attività sociali, sportive e ricreative non aiuterà a combattere le disuguaglianze creando cittadini di serie a e cittadini di serie B. La riforma Valditara non va nella direzione di combattere le disuguaglianze come in questa direzione non vanno i provvedimenti governativi
La scuola di Valditara vuole rovesciare tanto l’impostazione Gelmini quanto quella del centro sinistra, l’istruzione vede il ridimensionamento dei licei a favore di scuole tecniche trasformate in istituti professionali che negli ultimi dieci anni hanno perso migliaia di iscrizioni. Per l’anno scolastico 2026/27 il 55,9% degli iscritti opta per un liceo, il 30,8% per un tecnico e il 13,3% va al professionale (sono in prevalenza maschi).
L’obiettivo del Governo è forse quello di reperire manodopera specializzata? Non crediamo proprio se ad esempio non esiste alcun obbligo formativo per le imprese che lamentano da sempre difficoltà nel reperire personale specializzato salvo poi demandare il compito della formazione alla scuola pubblica. Facendo durare 4 anni gli istituti tecnici e aggiungendone eventualmente due si favorirà l’accesso al lavoro di manodopera specializzata? Anche questa domanda è mal posta se i profili richiesti sono quelli dei cinquantenni già formati da introdurre nel mondo del lavoro.
Ammesso, ma non concesso, che si debba potenziare il legame formazione-lavoro, mancano risorse aggiuntive alla scuola per affrontare e superare i divari e gli squilibri che crescono sotto i nostri occhi. Il padronato italiano da anni crede che il basso costo della forza lavoro e gli sgravi fiscali siano la panacea di tutti i mali, poi verranno a lamentarsi della scarsa competitività del nostro sistema produttivo. Pensare allora che dei ragazzini di 14 anni debbano già operare le loro scelte scolastiche per il futuro resta un vero azzardo che ipoteca il futuro di questi giovani senza introdurli in un percorso di effettiva crescita. La scuola classista è anche quella che costringe a delle scelte a una età nella quale si è troppo giovani, specie senza genitori di buon livello culturale, per operare le scelte migliori.
Chi arriverà al quarto anno non è detto che continui per altri due, giusto a ricordare che sminuendo il valore dell’istruzione e la sua stessa durata arriveremo a risultati a dir poco deludenti.
Federico Giusti
- Attraversamenti. La formazione tecnica e professionale: tra percorsi di riforma, equità e orientamento.)) entra nel merito della riforma degli istituti tecnici, la cosiddetta Riforma Valditara destinata a trasformare i tecnici in scuole professionali come raccontano, meglio di noi pur con toni e contenuti diversi tra loro, sindacati di base e FLC CGIL((Fascicolo_FLC_CGIL_La_
conoscenza_in_movimento_2026_ 2027.pdf.[↩]









